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01 ottobre 2015



La nostra consolazione
2 Corinzi 1, 3-7
Predicazione del Past. Giuseppe Platone

Il testo biblico
"Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.  Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione".
***
Siamo di fronte ad una parola di Paolo che si apre allo stile ebraico della benedizione e della lode:  «Baruch ata Adonai…Sia benedetto Dio…Padre misericordioso e Padre di ogni consolazione». 
Prima di parlare dei problemi che c'erano nella comunità di Corinto, prima di difendersi dagli attacchi di cui era oggetto, prima di ogni cosa viene la riconoscenza a Dio per tutto quello che ci dà. Il Dio misericordioso e di ogni consolazione. Misericordia e consolazione non sono separabili, procedono insieme. Ma francamente il termine consolazione è carico per noi di suggestioni negative. L'atteggiamento consolatorio può condurre alla classica pacca sulla spalla, per la serie: «Non  ti preoccupare, domani è un altro giorno…» oppure frasi fatte: « Anche mio zio ha avuto questa sta cosa, poi passa, il tempo lenisce le ferite…» o dall'altra s'indugia a cogliere nella sofferenza un valore redentivo, salvifico. Un sacrificio necessario, anzi più soffri e più saresti cristiano guadagnandoti un posto in paradiso. Ma qui vien detto qualcosa di diverso. Il termine consolazione in greco dal verbo parakalein è un atteggiamento attivo- ricorderete il Paracleto, lo Spirito consolatore- e dall'altra un atteggiamento capace di lasciarsi consolare.
Sapere consolare, lasciarsi consolare. Entrambi i verbi non hanno un significato di ripiegamento, di rassegnazione o di chiusura ma di apertura e di impegno. Bisogna  mettere in conto la sofferenza nel corso della propria vita. E qui è come se l'apostolo ci dicesse che dobbiamo prepararci ad affrontarla come una realtà inevitabile che può distruggerci, con cui dobbiamo o dovremmo o forse abbiamo dovuto fare i conti. Leggevo l'altro giorno su La Stampa la vicenda di quella mamma che ha perso un anno fa nel crollo di un soffitto al liceo scientifico di Rivoli il proprio figlio Vito. Questa madre dello studente scomparso nel crollo ha tentato di suicidarsi perché considerava il proprio dolore inconsolabile; per fortuna la figlia l'ha trovata riversa sul letto giusto in tempo per portarla di corsa all'ospedale e così praticarle una lavanda gastrica. Si è salvata, per fortuna! È il dolore immenso dei sopravvissuti che tocca quel rapporto profondo tra chi ha messo al mondo una creatura e le sopravvive. Come consolare ?
Qui si parla in modo specifico, circostanziato, della consolazione cristiana. Un tema ritengo di grande attualità in una società disorientata e fragile come la nostra dove conta solo la felicità, il sorriso, il successo, l'aggressività, le buone performances, l'efficienza e dove si tende a rimuovere la sofferenza e nascondere anche la morte come un dato che disturba lo svolgersi della vita. Con il risultato che quando arriva la tragedia, la sofferenza ci si trova impreparati, ma è anche vero che impreparati lo saremo sempre perché il dolore può essere devastante e azzerare ogni possibilità di consolazione. Un tema quello della consolazione che ha rivestito un'importanza notevole anche nella Riforma, ricordiamo le «lettere di consolazione» di Calvino.
Tra le tante, Calvino scrisse anche la seguente lettera al padre di un suo allievo morto a causa della peste nella primavera del 1541:
"Quando ricevetti la notizia della morte di Suo figlio Louis, fui talmente spaventato e depresso che per qualche giorno non riuscii che a piangere: e nonostante il fatto di sentire una lieve consolazione e qualche conforto  grazie alla presenza ed all'aiuto di Dio, mi sembrava di non essere più me stesso … non ero più in grado di svolgere le mie solite azioni…"

Calvino continua poi la sua lettera parlando dell'unica vera fonte di consolazione che è la fede in Dio, quel Dio che dona i figli soltanto "in prestito, in affidamento", quel Dio la cui provvidenza è valida anche per Louis.

"Lei mi dirà, (scrive sempre Calvino) che è così difficile comprimere l'amore paterno affinché  non si senta più dolore per la morte del figlio. Ma  non  esigo proprio questo da Lei. Perché nella scuola di Cristo non siamo affatto chiamati ad  imparare ad abbandonare i sentimenti ed affetti umani e trasformarci da umani  in pietre".
Ma prima ancora di Calvino, Lutero negli articoli di Smalcalda del 1537 precisa che l'evangelo può essere annunciato attraverso la predicazione, il battesimo, la Santa Cena, il perdono dei peccati e anche per mezzo della consolazione fraterna.
La specificità della consolazione cristiana è l'evangelo. Ovvero Dio accanto e per te. Ci raggiunge qui l'eco dei profeti: «Consolate consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto (Isaia 40,1) e ancora «I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion, letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno. Io, io sono Colui che vi consola»
Dio accompagna e consola il suo popolo nella difficoltà e promette la liberazione: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo» (Es.3,7-8). C'è anche una dimensione personale nella consolazione di  Dio: «Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte ; io non temerei alcun male perchè tu sei con me: il tuo bastone e la tua verga mi consolano» (Salmo 23). E c'è anche una dimensione di reciprocità come ricorda Paolo quando i credenti di Tessalonica l'interrogano circa il destino di coloro che sono già morti, Paolo risponde parlando della futura risurrezione e conclude affermando «Consolatevi a vicenda»  (I Tess. 4,18).
Nessuno basta a se stesso, abbiamo bisogno dell'altro, il cristianesimo è sì una fede personale ma non individualista. Non è la separazione dalla comunità ma è la costruzione della comunità attraverso il proprio apporto specifico. Se amiamo è perchè Dio ci ha amati per primo. Se possiamo consolare è perché Dio ci ha consolati per primo, ci ha fatto sentire la stretta  della sua mano nella nostra vita. Allora noi possiamo consolare perché siamo stati consolati. Dio ci consola attraverso gli altri. Questo è anche il sacerdozio universale dei credenti. Non è il compito esclusivo di una persona - pastore o diacono che sia - ma è la reciproca consolazione fraterna. Ho sentito al culto radio di domenica mattina la pastora che racconta d'essersi recata al capezzale di un morente e mentre va, riflette alle parole di circostanza che dovrà dire. Sarà invece la moglie di chi si sta spegnendo all'ospedale, che consolerà la pastora. Era andata per consolare ed è stata consolata.
Quando sono stanco, quando mi sento oppresso dai tanti impegni a cui non so dire di no e che  affollano la mia vita sapete cosa faccio per consolarmi? Guardo a voi e in particolare a chi qui essendo laico dedica tempo, risorse, energie per partecipare, contribuire attivamente alla vita della comunità. E allora non mi lamento più io che ho il privilegio di potere svolgere a tempo pieno ciò che altri sono costretti a fare negli spazi angusti che il lavoro gli concede. Uno solo è il vero Consolatore, Colui che ha preso su di sé le nostre contraddizioni per portarle alla croce. Da allora il cammino è una condivisione comunitaria, è il costruire giorno dopo giorno una testimonianza collettiva che vuole vivere della sola consolazione di Dio, nell'ascolto del suo evangelo, nella pratica della solidarietà reciproca portando i pesi gli uni degli altri, condividendo così i momenti luminosi e forti come quelli tragici e bui. Qualunque cosa ci succeda non siamo, né saremo soli, siamo le maglie di quella rete di fraternità che ci sostiene , una rete che ci mette in relazione e che ci apre all'incoraggiamento reciproco, alla conoscenza e alla costruzione di una presenza e una testimonianza che oggi in particolare vuole offrire uno spazio di autenticità, di gratuità e amore non finto. Un terreno eticamente solido, in una amoralità diffusa, sul quale esercitare la nostra testimonianza dentro e fuori queste mura. Per vivere abbiamo bisogno della consolazione reciproca come il pane. Come riflesso della più grande consolazione che Dio in Cristo ci offre e di cui abbiamo bisogno per vivere e vivere pienamente.
Il Signore ci dia di vivere ciò che oggi annunciamo nel suo santo Nome.
Amen
                                                     

29 giugno 2015




                         Marco 12: 28-34
Il gran comandamento

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". 31 Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.


Care Sorelle, cari Fratelli,
per la meditazione di oggi il lezionario "Un giorno una parola" ci propone il brano che abbiamo appena letto, in cui per la prima volta in tutti i vangeli non c'è uno scontro tra uno scriba e Gesù, ma perfetta sintonia e una certa ammirazione dello scriba per Gesù, che viene chiamato Maestro.

La domanda
Nella lunga tradizione giudaica si usava rivolgere dei quesiti ai rabbi per cercare di cogliere il centro del loro insegnamento e l'orientamento della loro vita, ma anche per capire quali comandamenti fossero facili o difficili, importanti o meno importanti.
Si racconta che un giorno un uomo sfidò Hillel il Vecchio (40 ca a.e.v-10 e.v.), un grande rabbi, dicendogli: "Insegnami l'intera Torah stando su un piede solo". E Hillel gli rispose: "Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è la Torah, il resto è solo commento; va' e impara!". Hillel gli espose quello che era ritenuta la regola aurea che deve orientare ogni nostro comportamento. Come sappiamo, nei vangeli questa regola d'oro viene così riproposta da Gesù: " Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti" (Mt. 7:12).
Nella Torah troviamo un buon numero di comandamenti, ma non dobbiamo dimenticare che nel sistema culturale e religioso giudaico sono presenti  613 precetti, mitzvòt, che l'ebreo ortodosso deve seguire con uno stile di vita ubbidiente e disciplinato (mitzvòt in ebraico: מצוות ג"תרי taryag mitzvot; la forma singolare del termine è מצוה, mitzvàh). Per questo è probabile che venisse spontaneo chiedersi se ci fosse tra tutte queste regole una più importante o una che riassumesse in sé tutte le altre.
Seguendo questa tradizione anche lo scriba del nostro testo rivolge una domanda a Gesù: "Qual è il comandamento più importante?". Domanda che facciamo nostra, perché anche noi oggi desideriamo cogliere l'essenza del cristianesimo e il valore fondante la nostra umanità.

La risposta                                                                       
La risposta di Gesù è senza  esitazione o tentennamento, è una risposta lapidaria che non può  essere fraintesa. 
Gesù dice che se tu vuoi dare senso alla tua vita o dare il giusto orientamento ai tuoi pensieri e alla tua condotta, devi accogliere i due pilastri della fede cristiana:
1)    riconoscere Dio come unico Signore della vita e amarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze (Deut. 6:4); e Marco aggiunge "con tutta la mente tua" ( Mc. 12:30).
2)    amare il prossimo tuo come te stesso (Lev. 19:18).«Ama il 
Signore…, ama il tuo prossimo…». Un doppio comandamento
che diventa unico nell'amore. Gesù lo indirizza a Israele (Shema' Israel…), ma lo rivolge all'uomo e alle donne di tutti i tempi e di tutti luoghi con un imperativo singolare: «Ama...».


Il valore del comandamento                                                 
Mi sono sempre chiesto se l'amore può essere comandato o se è un dovere e ho sempre pensato che l'amore vero sia quello che proviene spontaneamente dal nostro cuore. Un noto detto popolare dice: "Al cuor non si comanda". Eppure, qui si parla di comandamenti. Perché? Perché il comandamento è un limite imposto al nostro desiderio di libertà onnipotente. Il comandamento ha una funzione terapeutica, ci guida, ci cura e ci rassicura. Il comandamento è una bussola che orienta il nostro cammino lasciandoci tuttavia liberi di scegliere se adeguare la nostra volontà a quella di Dio. Sono convinto che se sperimentassimo quanto Dio ci ha amati e ci ama non faremmo fatica ad accogliere le parole di Gesù come un comandamento a sottometterci a Dio e a ubbidirgli.

Società "liquida". Perché?
Care Sorelle, cari Fratelli, 
un sociologo e filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha affermato che la  società contemporanea è diventata "liquida" perché i legami sociali, i rapporti tra gli individui, che in epoca pre-moderna erano solidi e stabili - e solida era la struttura della società -, oggi tendono sempre più a dissiparsi, a disgregarsi. Questo "processo di liquefazione" coinvolge la comunità, i rapporti sociali, le strutture sociali, il lavoro, il pensiero. Non c'è nessun valore stabile, tutto è precario e relativo, tutto è messo in discussione. Così, secondo Bauman, società liquida e pensiero liquido producono un individuo afflitto dalla solitudine, chiuso in se stesso, proteso soltanto al soddisfacimento di piaceri egoistici ed egocentrici, senza fiducia né compassione verso l'altro, svuotato interiormente e disorientato. E in questa società in continuo movimento,  che cambia dall'oggi al domani, l'uomo è pervaso da un senso di instabilità e di impotenza, perché nella sua solitudine sente di essere incapace di cambiare questo stato di cose.
Sono d'accordo con l'analisi di Bauman perché rispecchia realmente i comportamenti dell'uomo di oggi, la nostra vita, la nostra morale. Ma sono convinto che siamo arrivati a questa situazione perché abbiamo estromesso il Signore dalla nostra vita, perché abbiamo dimenticato di cibarci dell'unico vero Pane che nutre e sazia, Cristo Gesù, e la sua parola.

La morte di Dio
Da quando, alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha dichiarato che "Dio è morto", molti hanno realmente fatto morire Dio nella loro vita ed hanno sostituito Dio con il proprio Io, il Sé, consacrato nella volontà di potenza, di dominio, di successo, di carriera, di autonomia e di protagonismo.
Certamente è legittimo per tutti cercare di migliorare la propria posizione economica e sociale, ma non è giusto che questo avvenga a scapito di altri o in modo fraudolento e illegale attraverso un collaudato sistema di corruzione, o – se siamo credenti – dimenticando cosa il Signore ci ha comandato di fare.
Oggi Dio è uscito dalla vita di molte persone, Dio è morto. Ed è rimasto l'Io. In tal modo, l'uomo fa ciò che vuole secondo un modello antropologico disegnato dal marketing e dalla pubblicità che mette al centro il corpo, la salute, la cura, la bellezza, cioè l'apparire, l'immagine, l'esteriorità, mentre la salute dello spirito è passato in second'ordine. Mi vengono in mente le parole che il Signore disse a Samuele: "Il  Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda al cuore" (1 Sam. 16:7).
Ma la tragedia della società in cui viviamo è che c'è il tentativo di far morire anche l'amore per il prossimo. Per millenni la morale ebraica e cristiana si è retta sui due pilastri rappresentati dal doppio comandamento: Ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Aggredito il primo pilastro, l'attacco viene oggi sferrato contro il secondo e l'amore per il prossimo mostra segni di logoramento. Oggi, questi due comandamenti rischiano di rimanere parole vuote, perché non si sa più di che cosa si parla.

Dio e il prossimo
Chi è Dio per noi, per te e per me? E che cosa significa amare Dio? E chi è il prossimo? E cosa significa amare il prossimo tuo come te stesso? E potremmo continuare a parlare di tante altre parole (perdono, pace, comunione, libertà, ecc.…), che sappiamo essere dei valori, ma che rischiano di restare soltanto parole, dei contenitori vuoti, che non si trasformano nella realtà di ogni giorno in esperienza. Parole senza gesti. Concetti astratti non radicati nella vita pratica delle persone.
Il "prossimo", che nel Levitico è rèa' e nel greco del Vangelo di Luca è plesìos, significa: l'altro che ti sta vicino. Dunque, un prossimo non astratto, ma quello che ti sta vicino, accanto, di fronte, che tu puoi toccare e guardare negli occhi e provare verso di lui sentimenti ed emozioni.
L'odierna società propina e reclamizza il rapporto mediatico a distanza, come avviene attraverso Internet, con Facebook o con altre forme di comunicazioni virtuali, senza il contatto visivo e corporeo, che non crea veri rapporti affettivi, ma soltanto illusioni e sentimenti irreali. Le comunicazioni elettroniche, i viaggi più facili favoriscono relazioni con persone lontane, ma creano relazioni rapide, fugaci, che seguono lo stesso criterio di consumare un bene subito e sostituirlo rapidamente con un altro. In tal modo a pagare il prezzo di questo modo di vivere è l'amore per il prossimo di cui parla la Scrittura, che è messo in crisi fino a diventare un'astrazione.

Proposta per una vita di senso
Come ci poniamo noi cristiani di fronte ad una società costruita su queste basi? Quale via di uscita abbiamo per non cadere nella trappola di una società del modello "usa e getta"? E quale tipo di società intendiamo costruire come cristiani? Quali uomini e donne vogliamo che ci siano oggi e nel futuro?
Per rispondere a queste domande, ci aiutano due espressioni del testo biblico:
la prima è quella dello scriba, il quale dice che amare Dio e amare il prossimo "è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (vv. 32-33);
la seconda è quella di Gesù, che approva le parole dello scriba dicendogli: "Tu non sei lontano dal regno di Dio" (v. 34).
Sono due commenti che affermano la centralità dell'amore nella nostra vita. Ma mente lo scriba pone l'amore al di sopra di tutti i rituali e le cerimonie del Tempio e, dunque, lo pone al primo posto nella vita dell'ebreo fervente e religioso, Gesù fa dell'amore lo strumento che realizza il Regno di Dio. 
"Tu non sei lontano dal Regno di Dio". Non lontano, ma neanche abbastanza vicino, per il fatto che evidentemente per Gesù allo scriba mancava ancora qualcosa per essere del Regno di Dio. Il vangelo non ci dice come finì quest'incontro; non sappiamo se lo scriba divenne un discepolo di Gesù o se rimase attaccato al Tempio e alle sue tradizioni. Certo è che l'idea di accogliere il Regno di Dio è totalizzante e pienamente coinvolgente. Gesù chiede una presa di posizione precisa, ferma.
Non si può amare Dio e odiare il prossimo.
Non si può amare Dio e uccidere in nome di Dio, o respingere i barconi carichi di donne, uomini, bambini che fuggono dalla fame e dalla guerra per cercare vita e speranza altrove.
Non si può amare Dio e non riconoscere il diritti fondamentali della vita umana.
La Bibbia afferma: "Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello" (1 Gv. 4:20-21).
Dunque, l'episodio dell'incontro dello scriba con Gesù sia per noi un'occasione per riflettere, e ciascuno di noi si interroghi e si esamini. La Parola di Dio ci aiuta a orientare la nostra vita, a fare le giuste scelte e a farci assumere le nostre responsabilità, verso Dio e verso il nostro prossimo.

                                                                      Aldo Palladino


07 maggio 2015



             Giovanni 16, 23b-28 (29-32) 33

Studio esegetico - omiletico
del Pastore Emmanuele Paschetto



Il Testo biblico
23b - "In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, Egli ve la darà. 24 - Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete affinché la vostra gioia sia completa. 25 - Vi ho detto queste cose in similitudini; l'ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre. 26 - In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; 27 - poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. 28 - Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre".  
29 - I suoi discepoli gli dissero:"Ecco, adesso tu parli apertamente, e non usi similitudini. 30 - Ora sappiamo che sai ogni cosa e non hai bisogno che nessuno ti interroghi; perciò crediamo che sei proceduto da Dio".
31 - Gesù rispose loro: "Adesso credete? 32 -  L'ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me".
33 -  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me: Nel mondo avrte tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo".

Cenni esegetici
vv.23b-24 – Secondo Raymond Brown è possibile leggere questo passo anche..."qualsiasi cosa domanderete al Padre, nel mio nome Egli ve la darà". Vale a dire che è per il nome di Gesù, e nel nome di Gesù che il Padre esaudisce le nostre richieste.
Queste parole riecheggiano Matteo 18,19: "Se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli" e anche Matteo 7,7-8 e Luca 11,9-10, i famosi "Chiedete e vi sarà dato".
Di che tipo di richieste si tratta? Che significa "Qualunque cosa"? I vari commentatori ritengono in genere che queste richieste non riguardino i comuni bisogni della vita, ma tutto ciò che puo rendere più vicina, reale, comprensibile la "vita eterna" e tutto ciò che può far sì che l'opera dello Spirito Santo porti frutto.
I discepoli, se uniti a Gesù dallo e nello Spirito, saranno in grado di "chiedere nel suo nome" e si troveranno in tale intimità con Dio che sarà loro dato ciò che domandano (23b, 24, 26). Se c'è infatti una inabitazione reciproca fra Gesù e i credenti, le loro richieste sono nel nome di Gesù e poiché il Padre è una cosa sola con Gesù nel nome di questi le richieste vengono esaudite: "Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi domandate quel che volete e vi sarà fatto" (Giov. 15,7). L'esaudimento, conseguenza e riprova dell'unità con il Cristo provoca una "gioia completa".
v. 25 -  Gesù afferma che sino ad ora ha parlato ai suoi usando similitudini, immagini, parabole, talvolta enigmi, o almeno espressioni che sono state percepite come oscure dai discepoli, ma che è arrivato il momento di parlare con franchezza, apertamente e quiindi anche di passare ai fatti. Compare la parola PARRESIA che notevole importanza ha assunto nella storia della predicazione primitiva. Più volte questo vocabolo è usato nel libro degli Atti in riferimento alle parole degli apostoli (cfr. 2,29 usato da Pietro e 28,31 riferito a Paolo). Insieme con un altro vocabolo EXOUSIA caratterizza l'annuncio dell'Evangelo che in Gesù è annunciato in libera franchezza, ed è proclamato con autorevolezza.
Secondo Gesù si apre una nuova era in cui la rivelazione giungerà al suo culmine, prima la Risurrezione, poi la venuta dello Spirito, poi il ritorno del Figlio dell'Uomo. Risurrezione, Pentecoste e Parousia sono le tappe del progressivo disvelamento della vita che viene dall'alto. Lo Spirito è la vita: come Gesù viene risuscitato dai morti, così possiamo anche noi nascere a nuova vita (di acqua e di Spirito secondo Giovanni 3) e tutto il creato sarà coinvolto in questa rivivificazione. Così conoscerete il Padre, cioè la fonte di ogni vita, perché comprenderete pienamente queste cose. "Il consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto" (Giov. 14,26).
vv. 26-27 – Ci si avvia verso il compimento dei tempi e nel cammino verso questo momento, se da un parte Gesù continuerà nella sua intercessione per noi verso il Padre (cfr. I Giov. 2,1: "...se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo il giusto...") tuttavia una parte della sua funzione andrà ad esaurimento: il credere che Gesù è il Cristo e il fatto che i noi lo amiamo rende superflua la sua mediazione per quel che riguarda le nostre richieste. "Mi amate e credete",  "Il Padre – dice il Loisy – vede nei cristiani il Cristo stesso che è al tempo stesso l'oggetto della loro fede e del loro amore"  e quindi direttamente darà, farà, interverrà, risponderà. E' chiaro che ciò si realizzerà in modo effettivo e totale quando i tempi saranno compiuti. Possiamo dunque dire che i discorsi di Gesù con i suoi discepoli si concludono con una visione escatologica.
v. 28 -  Questo discendere e risalire che Gesù prospetta ci ricorda tanto l'inno di Filippesi 2,5-11, con la KENOSIS e la DOXA del Cristo. Gesù ci fa comprendere la sua funzione unica e insostituibile nella storia del creato e nell'opera di salvezza voluta dal Padre. Gesù, una cosa sola col Padre (essendo in forma di Dio) è divenuto una cosa sola con noi esseri umani (ha preso forma di servo). Da uguale a Dio è divenuto come uomo. Da uomo è morto, da uomo è stato risuscitato da Dio e ristabilito nella sua dignità e OMOUSIA originaria. Secondo Giov. 20,24-28 porta i segni dell'uomo ucciso, ma è "Signore e Dio".  Gesù è quindi una cosa sola con gli uomini e una cosa sola con il Padre: questa sua duplice natura lo fa comunque restare in eterno mediatore, ponte, tramite della salvezza, unificatore del divino e del creaturale.
Una bella immagine ci viene data da Isaia 55,10-11, la pioggia che feconda la terra e la fa germogliare perchè porta vita e la parola di Dio (e Gesù lo è) che porta ad effetto il piano di Dio.
vv. 29-30 – I discepoli sembrano rinfrancarsi, anche se sentono che c'è nell'aria qualcosa di inquietante e temono questa "scomparsa" del maestro. "Ora parli chiaro e finalmente abbiamo capito". Sembra quasi di sentire Pietro pronunciare queste parole, con la sua irruenza tipica e il suo desiderio di mettere le cose a posto. Abbiamo capito che sai ogni cosa, che non hai bisogno che nessuno ti chieda alcunchè perchè tanto comprendi prima che noi apriamo bocca. Ci dicevi che questa è caratteristica del Padre, il quale "sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate" (Matteo 7,8) ed ora scopriamo che tu sei fatto della stessa pasta, dunque sei divino. Adesso che sappiamo possiamo dire che conosciamo e crediamo.
vv. 31-32 -  Ma Gesù calma i facili entusiasmi: "Ah, adesso credete?" Pensate di avere capito tutto e che ogni cosa sia risolta, che ora la vita sia in discesa. Voi credete di credere. In realtà non siete affatto saldi. Ancora una volta non avete capito che cosa significa l'ora che sta per giungere. La morte del Figlio dell'uomo, l'uccisione del Messia, che ancora non avete messo in conto, si volgerà per voi in dramma e in tragedia. Vi sbanderete: "il pastore sarà colpito e le pecore disperse " (Zaccaria 13,7), ognuno penserà per se stesso, a salvarsi dall'essere coinvolto nella sconfitta, mi abbandonerete nonostante tutte le vostre affermazioni contrarie. Voi pensate che ora tutto sia risolto e chiarito, ma adesso cominciano i problemi e verrà alla luce quanto la vostra fede è ancora inadeguata.
           L'affermazione di Gesù: "Io non sono solo perchè il Padre è con me" viene interpretata da alcuni esegeti  come un'attenuazione del "Dio mio, perchè mi hai abbandonato" citati da Matteo e Marco come parole di Gesù al momento della morte. L'autore scrivendo molti anni dopo tenderebbe a leggere nelle ultime parole di Gesù sulla croce piuttosto una citazione del Salmo 22, come identificazione di Gesù con la figura ed il messaggio proposti dal salmista.
v. 33 - Tuttavia la conclusione delle conversazioni di Gesù, che precedono la preghiera sacerdotale è ampiamente positiva. Ci sarà il superamento della caduta. Non si finisce con la predizione della dispersione, ma si guarda al futuro. Innanzitutto non solo quest'ultima parte, ma tutta la lunga conversazione di Gesù a tavola con i suoi amici termina con l'immagine della pace. Gesù ha voluto ancora una volta spiegare, chiarire, rispondere a dubbi, curiosità, timori, cercando di fare entrare i suoi in questa nuova dimensione di relazione con Dio, conquistata da Lui stesso mediante il suo sacrificio e resa attiva dalla presenza e dall'opera dello Spirito che verrà. Il frutto di tutto questo è la pace, lo SHALOM, la realizzazione del proprio essere e delle proprie aspirazioni, l'equilibrio di una vita piena, serena, in cui famiglia e amici, lavoro e salute concorrono a creare un senso di benessere e di gratitudine verso il Padre, ma in cui anche i dolori e le sofferenze, le sconfitte e i conflitti possono trovare una ragion d'essere se sono vissuti e accolti come tasselli di una esistenza che comunque corre sui binari che sono Cristo stesso: via, verità e vita, verso la casa del Padre, dove ci sono molte abitazioni, se si accetta un'esistenza guidata dallo Spirito. Avrete tribolazione, ma io ho vinto il mondo, vi ho liberati dal potere di Satana, non siate né paurosi né settari, vivete delle cose del mondo che ora è mio, perchè Dio lo ha tanto amato e lo ama. Non temete neppure la morte: anch'essa è stata sommersa nella vittoria.

Spunti per la predicazione

Non sempre è facile commentare un testo del IV Vangelo e soprattutto trovare il modo per renderlo attuale e comprensibile ai nostri tempi.

1.- Un primo punto su cui riflettere può essere la questione della preghiera e del suo esaudimento. Certe affermazioni che vengono fatte risalire a Gesù, sulla possibilità di essere esauditi "qualunque cosa si chieda" sono in contrasto con la nostra esperienza quotidiana. Generalmente, soprattutto negli ambienti che maggiormente ricercano il "miracolo" si imputa la mancanza di esaudimento alla poca fede, al non "saper chiedere come si conviene" o addirittura al fatto di non condurre una vita di specchiata virtù, per cui si può cadere nell'idea che l'esaudimento è un premio da parte di Dio ai nostri meriti.
Qui nel testo preso in esame l'esaudimento della preghiera diventa quasi la nostra capacità di avvicinarci talmente alla volontà di Dio, di affidarci così fortemente alla guida dello Spirito, da chiedere cose che Dio non può negarci perchè sono costitutive della vita di un credente. Ma certo si tratta di un terreno sdrucciolevole dove ci può essere anche spazio per l'autosuggestione.
 Resta il fatto che Paolo chiese tre volte di essere liberato da un male che gi impediva di muoversi in scioltezza nel suo ministero e non fu esaudito (II Cor. 12,7-10). Che Gesù chiese di potere allontanare il calice della morte e non fu ascoltato (Matteo 26,42 e paralleli). Per entrambe queste richieste abbiamo due spiegazioni ineccepibili: "La mia grazia ti basta, la mia forza si dimostra nella tua debolezza" e "Non la mia ma la tua volontà sia fatta".
Chiedere si può e si deve e non ci si limiti allo "spirituale" perché spesso indichiamo come tale semplicemente l'inconsistente, l'astratto, il fantasioso, o addirittura l'immaginario e lo strampalato; si chieda liberamente al Padre, ma la comprensione di Paolo e di Gesù del perchè non c'è stato esaudimento sono un'indicazione salutare. E soprattutto si chieda avendo fiducia che comunque siamo nelle mani di Dio, dal cui amore nessuno ci potrà separare (Romani 8,38-39).

2.- Un secondo punto può essere la figura di Gesù, certamente oggi messa un po' in ombra sia da venature antitrinitarie che serpeggiano in alcuni ambienti cristiani, titubanti sulla questione della figliolanza di Dio, sull'incarnazione, sul valore salvifico della sua morte, sulla risurrezione. E anche in altri ambienti che tendono a spostare l'attenzione su Dio, sminuendo la persona e l'opera del Cristo, per gettare dei ponti con le altre religioni visto che la croce di Cristo continua ad essere scandalo e pazzia. Credo si debba ribadire la centralità di Gesù. Proprio per questo suo essere disceso e risalito, essersi svuotato ed essere stato glorificato, morto e risuscitato, divenuto schiavo e fatto Signore. E' veramente il ponte gettato tra Dio e gli uomini. E' vero che le acrobazie della teologia a partire dal quarto secolo, il vocabolario e i concetti che sono divenuti "dogmi" ci creano imbarazzo e difficoltà, quando non addirittura rifiuto per la loro astrattezza e pretesa di definitività. Restano comunque alcuni fatti.
-- Gesù di Nazareth non è un'ipostasi o un eroe creato dalla fantasia popolare, non è né Ercole, né don Chisciotte, né Superman, ma un uomo in carne ed ossa. L'uomo ponte, l'uomo via, l'uomo vita, l'uomo verità. L'uomo sceso e risalito, il figlio dell'uomo che ancora attendiamo che riscenda e ci trascini in alto con sé.
– Il suo messaggio è veramente l'unico che potrebbe cambiare la storia dell'umanità, perchè vivere dando spazio all'amore è ragionevole e razionale e apre nuove strade nei rapporti umani.
– La fede da lui testimoniata in un Dio creatore, reggitore degli universi, Signore di spazio e tempo, infinito ed eternità sembra ancora la spiegazione più logica per ciò che ci circonda.
– La speranza che egli ci ha fatto balenare per l'esistenza attuale e per ciò che la oltrepassa è l'unica molla che può rendere degna, serena e dignitosa la nostra vita che – se va bene – dura 80-100 anni e "tutto quel che ne fa l'orgoglio non è che travaglio e vanità".

3.- Un terzo punto è che il Messia, il Figlio dell'uomo che alcuni suoi contemporanei hanno avuto la ventura di incontrare in carne ed ossa sulle strade della Palestina è incontrabile ancora oggi.
– Lo incontriamo nel povero, nell'affamato, nel malato, carcerato e straniero verso cui agiamo con spirito di servizio e di accoglienza, con  Amore.
– E' con noi quando riflettiamo sulla sua eredità e ci disponiamo a condividerla fraternamente e sororalmente in un percorso di Fede.
– Ci accompagna quando lo annunciamo come il Salvatore e accendiamo la Speranza del mondo.
– Bussa alla porta della nostra casa per condividere con noi ciò che è essenziale per la nostra vita
E secondo le sue parole questa esperienza non è illusoria, ma è resa reale e concreta dallo Spirito che è l'essenza stessa di Dio che possiamo percepire giorno per giorno.
– Perchè non riconoscere l'opera dello Spirito della vita in tutte le sue manifestazioni: dal fiore che sboccia al cucciolo di ogni essere vivente, dall'amore tra due esseri viventi alla solidarietà nella sofferenza, dalla bellezza della natura al fascino dell'arte e via via alle mille possibilità di farci uscire dal nostro egoismo e coinvolgere nella positività dell'essere e del divenire?
-- La nostra esistenza può essere dura e dolorosa e svolgersi tuttavia sotto lo sguardo di Dio circondata dal suo SHALOM che è il profondo senso della vita nella quale Egli ci ha inserito e ci conserverà in eterno.

                                                                                 Emmanuele Paschetto

Studio del 17.5.2009

Passi biblici di aiuto:
Isaia 55,10-11, Filippesi 2, 5-11; II Corinzi 12,7-10; Matteo 26,42; Romani 8,38-39


Bibliografia
Hermann Strathmann – Il vangelo secondo Giovanni – Paideia Brescia 1973
Raymond E. Brown – Giovanni – Cittadella Editrice – Assisi 1979
Gerard Sloyan – Giovanni – Claudiana  - Torino 2008
Ernesto Balducci – Il vangelo di S.Giovanni – Testimonianze – Firenze 1964

14 aprile 2015



       Vangelo di Giovanni 20,19-31

         Predicazione della Pastora Maria Bonafede




Il testo biblico
19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».
4 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.




Cari fratelli, care sorelle in Cristo,
la figura di Tommaso che ci capita oggi nella liturgia mi sembra che abbia a che fare con quelle domande vere, fresche alla mia mente, che ci vengono poste. Perché Tommaso non è un discepolo che non ci crede, che non crede all'annunzio che il Signore è risorto, ma ha bisogno di essere rassicurato, di capire un po' di più e di non sbagliarsi. Non vuole che si dicano cose strane sul suo maestro, e lui sa che è morto.
Tommaso il Didimo, che vuol dire gemello, diviso in due, doppio. Tommaso, l'uomo dall'identità incerta e carico di dubbi. Tommaso che impersona un cammino di fede contraddittorio ma serio.
Insomma, chi è Tommaso?  Che razza di discepolo è questo Didimo che Giovanni ci presenta?  È la fede giovane, è l'inizio di un percorso che poi deve trasformarsi in una fede salda che abbandona i dubbi e l'incredulità, o è il più normale di tutti i suoi compagni? Giovanni dice di lui alcune cose molto precise con le quali provare un discorso sulla fede.
La prima è questa: Tommaso ci viene presentato come un uomo normale, un tipo che somiglia un po' ad ognuno di noi e che ha reazioni comprensibili: Tommaso non può accettare la resurrezione, non vuole accettare che l'amico, il maestro, il riferimento che aveva cambiato la sua vita, sia contrabbandato per vivo quando invece è morto.
Come facciamo a non condividere, a non sentirci partecipi, fino in fondo, di questa obiezione di Tommaso?  Non è questa anche la radice dei nostri dubbi e della crisi che accompagna quotidianamente la nostra fede: il contrasto tra messaggio evangelico ed esperienza quotidiana, fra annuncio della vita in Cristo e constatazione della realtà di morte, di negazione che spesso ci sovrasta?
Se pensiamo ai nostri rapporti, a quanta fatica ci costa l'autenticità e il riporre delle attese e a quante volte ci sentiamo negati, cancellati; ma anche se pensiamo ai progetti  personali, comunitari, collettivi per i quali siamo pronti a scommettere, a dedicare energie e tempo, intelligenza e passione, e che invece sono progetti e tentativi che non riescono a vivere e a crescere ... Insomma ... se non vedo, se non tocco, se non sperimento che le  cose  non stanno come io le vedo, come le vedono tutti, come io le soffro..., perché dovrei credere che è diverso, che la vita ci si fa incontro nella morte, che c'è un annunzio incredibile che può trovare la forza di mettere in questione la mia vita e la storia del mondo, una notizia che diventa un interrogativo in grado di  contraddire la sconfitta e la morte, a cui vale la pena di dar credito ?
E, del resto, l'incredulità di Tommaso è stata pienamente condivisa da tutti quelli che Gesù ha incontrato: essi pure sono passati per questa crisi della fede.
Nello stesso capitolo, al v. 9, dei discepoli che trovano la tomba vuota è detto "che non avevano ancora capito la Scrittura".  E poche righe dopo Gesù appare a Maria e lei lo scambia per l'ortolano; e ai versetti 19 e 26 si dice che i discepoli tengono le porte ben serrate perché avevano paura dei giudei; e ancora, nel capitolo successivo, Gesù incontra i discepoli ed essi "non sapevano che era Gesù. 
C'è insomma, nella chiesa, in coloro che hanno amato Gesù e che hanno sperato in Lui,  una profonda crisi di fede che coinvolge tutti e che in Tommaso e così radicale da confessarsi come incredulità. 
Ma appunto, questa crisi è anche la nostra e nostra è anche la domanda che rifiuta la predica degli apostoli che annunciava: "Abbiamo veduto il Signore".

Sì, Tommaso non è l'uomo eccezionale, non è il reietto e non è l'eroe della fede tormentata: Tommaso è l'uomo comune, Tommaso siamo noi, così  vicini a Gesù e insieme così lontani, così increduli e così vicini alla fede.
E in più Giovanni ci dà un'informazione illuminante: Tommaso è uno dei dodici.  Con questa precisazione l'evangelista ci dice che fin dall'inizio la chiesa del risorto include Tommaso.  Ci dice che forse l'unica possibilità per la chiesa, per il gruppo di uomini e di donne che stanno intorno a Gesù, è di porsi sempre ancora domande.  Tommaso, uno dei dodici, non incarna soltanto l'umanità qualunque, ma incarna la chiesa, i più vicini, i credenti, e soltanto Gesù può dir loro: "sii credente e non incredulo".  Solo su di una parola di Gesù, solo alla sua presenza la chiesa stessa diventa credente, ha la possibilità di credere nonostante la sua quotidiana, necessaria incredulità.

2) Eppure, c'è un punto su cui oggi seguiamo poco Tommaso, non gli assomigliamo. Giovanni dice al v. 26 che dopo 8 giorni Tommaso è ancora lì, insieme agli altri.  Lo ritroviamo al suo posto di sempre, insieme ai suoi amici.
Dopo otto giorni di crisi e di dubbi, senza aver  risolto né l'una né gli altri, Tommaso é insieme alla sua comunità. Egli non rompe con la sua comunità perché non é ancora tutto chiaro, perché non ce la fa a credere. Tommaso non se ne va, e nemmeno si  inventa una chiesa nuova, a sua immagine. Tommaso è lì, insieme ai suoi fratelli  e alle sue sorelle e con loro affronta la crisi che lo travaglia.  Mi pare questo uno spunto di riflessione importante: quel gruppo di persone, quella fede e quelle domande fanno parte della sua storia e lui della loro, e mantenere aperta la comunicazione e la fraternità può significare prendere sul serio se stessi e gli altri, e la speranza comune.

3) Giungiamo così alla svolta che presenta il racconto di Giovanni: Gesù affronta la crisi di Tommaso, gli va incontro per quello che lui è, non rifiuta la sua  incredulità e i suoi dubbi, ma lo accoglie, lo guarda con amore, partecipa alla sua storia.
Questo vuol dire il saluto di Gesù: " Pace a voi".
Il termine 'pace' ha nel linguaggio biblico, come è noto, un significato importante: sinifica vita piena, soddisfazione, sperimentazione dell'amore di Dio.
"Pace a voi". Gesù va  incontro a Tommaso e si fa riconoscere come quello che è morto, affinché la pace di cui parla possa essere un messaggio di vita, di resurrezione e non un invito alla rassegnazione. 
"Pace a voi" significa: non temete perché la morte, quella vera, che segna come segnano i chiodi della croce, non è l'ultima parola, la negazione non è il senso profondo delle cose, la sconfitta non è la prospettiva della vostra vita ma lo é la resurrezione.
La resurrezione, come uno squarcio di luce in una stanza buia, ci fa vedere le cose come stanno davvero: la normalizzazione che pretende che il mondo debba essere cosi com'è, il realismo della ragione dei forti e dei vincenti, non hanno ragione, non sono la verità della nostra vita.  La verità è un'altra, è la resurrezione e la potenza di vita in cui veniamo travolti e che apre squarci di vita e di resistenza in cui è possibile scommettere la vita.

4) "Signore mio e Dio mio": ecco la scoperta di Tommaso.  Tommaso risponde a Gesù con un grido che è insieme una preghiera ed una confessione di fede di fronte al risorto.  "Signore mio e Dio mio".
Questo grido di Tommaso acquista una rilevanza ancor maggiore se pensiamo a come lo ascolta e lo ripete la comunità che si raccoglie intorno all'evangelista Giovanni intorno al '90 dopo Cristo.  E' questa l'epoca di Domiziano uno dei più spietati  persecutori dei cristiani tra gli .imperatori romani. Domiziano esigeva di essere chiamato "Signore nostro e dio nostro".  Ecco allora che la confessione di Tommaso è per la seconda e per la terza generazione di cristiani, non solo la gioiosa scoperta della fede e della possibilità di incontrare in Cristo la vita e la speranza nonostante le contraddizioni e le smentite che quotidianamente incontriamo.  Ma è il grido della resistenza al maligno, la certezza con cui è possibile affrontare la negazione, resistere a  ciò che sembra poter avere ragione della nostra vita, resistere ogni qual volta quella certezza vuole essere strappata, sradicata dal tempo degli uomini e delle donne.
"Signore mio e Dio mio": è la preghiera della scoperta e dell'affidamento ed è  la confessione della fede di fronte all'arroganza del male.  Si tratta, per dirla con Bonhoeffer, di un grido che è insieme di "resistenza e di resa": resa al Signore che con la sua resurrezione ha sconfitto il male e la morte; e resistenza che da quella resurrezione diventa per tutti la prospettiva di una vita. che caparbiamente osa contrastare la "legge del peccato e della morte" (Rom. 8,2)
Che il Signore ci aiuti.
Amen.

                                                                      Maria Bonafede


Chiesa Evangelica Valdese
Via Villa
Torino
Domenica, 12 Aprile 2015

04 aprile 2015



Marco 16:1-8
Meditazione di Aldo Palladino




Gli addetti ai lavori sono concordi nel ritenere questi versetti l'autentica originaria conclusione del Vangelo di Marco, mentre quelli da 9 a 20 sarebbero un'aggiunta che non è dell'evangelista.
Dunque, Marco termina il suo scritto con l'annuncio della risurrezione di Gesù da parte di un "giovane vestito di una veste bianca" (v. 5). L'annuncio è che Gesù, il crocifisso, non è più nella tomba dove era stato deposto, ma è risuscitato (v. 6). E il mandato rivolto alle donne, a Maria Maddalena, a Maria, madre di Giacomo e a Salome, che sono andate al sepolcro per imbalsamarlo, è di andare a dire ai discepoli che Gesù li avrebbe preceduti in Galilea per incontrarli là (v. 7). Ma esse, come il testo afferma, "fuggono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e stupore, e non dissero nulla ad alcuno, perché avevano paura" (v. 8).

L'annuncio: la tomba è vuota!
Nonostante Gesù abbia tante volte parlato ai suoi discepoli della sua morte e della sua risurrezione (8:31, 9:31, 10:34, 14: 28), le donne vanno al sepolcro per imbalsamare il suo corpo con oli vegetali e aromi. Sono convinte di trovarlo lì. La loro fede non ha radici profonde, è una fede in embrione che non ha colto i particolari delle promesse di Gesù sulla vita dopo la sua morte. E l'unica loro preoccupazione è come spostare quella pietra per entrare nel sepolcro.
Questa è la fede di tanti credenti, una fede povera, superficiale, più piccola di un granello di senape, come disse Gesù in Luca 17:6. La pietra è un ostacolo per le donne e per tutti noi che non crediamo che Dio può operare per noi. Infatti, solo Lui può spostare quella pietra, che rappresenta il nostro cuore duro, e può introdurci a contemplare la realtà della tomba vuota raccontata con una teofania sorprendente: un angelo dalle vesti bianche e con le sembianze di un giovane, che ci proietta in una dimensione sovrumana in linea con le promesse fatte. Il suo annuncio è: "Gesù è risorto, non è qui" (v. 7). Dio sposta ogni ostacolo che si frappone tra la nostra incredulità e la realtà del suo piano di vittoria e di gloria, che realizza attraverso la morte e la risurrezione di suo Figlio Gesù Cristo, tra la croce e una tomba vuota, due simboli che si pongono a fondamento della fede cristiana.

L'invio
La tomba vuota è segno che il piano di Dio continua. L'azione di Dio nel mondo e l'attuazione del suo progetto di salvezza si realizzano con la collaborazione di donne a cui viene affidato il compito di "andare a dire..." e di uomini che Gesù vuole incontrare in Galilea. Stranamente le donne del nostro testo fuggono dal sepolcro e non dicono niente a nessuno, colte da timore, tremore e paura. Il Vangelo di Marco termina con questa scena che narra la defezione delle donne e il loro stato d'animo dopo quanto avevano visto al sepolcro. Cosa pensare di questa conclusione, che però non è la fine della storia?
Credo che più che interrogare il testo occorra qui farci interrogare dal testo, nel senso che è importante farci coinvolgere dal finale del racconto che vuole spronarci a dire quale sia la nostra reazione dinanzi alla rivelazione della risurrezione e quale coinvolgimento abbiamo dinanzi ai fatti raccontati. Abbiamo un atteggiamento di paura? Sentiamo l'impellenza di una testimonianza qui ed ora della storia di Gesù? Sentiamo l'importanza di un mandato che ci è stato affidato? Accettiamo la sfida di essere coinvolti nella propagazione dell'evangelo al seguito di colui che ci precede sempre e ci traccia il sentiero da percorrere?
Il credente è chiamato a porsi in continua attesa delle sollecitazioni che il Maestro ci fa e ad aprirsi al futuro di Dio.

                                                                               Aldo Palladino

26 marzo 2015


Marco 10: 35–45
"Non per essere serviti ma per servire"



Predicazione del Past. Paolo Ribet





Il testo biblico
35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». 38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». 39 E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». 41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; 44 e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

1.- Durante il viaggio sulla via verso Gerusalemme, per la terza volta in poco tempo, Gesù annuncia la sua passione (10, 32-34). Nel suo discorso, dopo aver descritto l'umiliazione e la morte che dovrà subire, egli pronuncia però una parola che evidentemente fa scattare qualcosa nei discepoli: «dopo tre giorni il Figlio dell'uomo risorgerà». Resurrezione: è una parola magica, che evoca per i discepoli degli orizzonti di gloria, nuove realtà non più legate alla limitatezza umana, ma all'onnipotenza di Dio. Questi ragazzi (quali dovevano essere i discepoli), pieni di un'attesa febbrile di quel Regno di Dio che essi immaginavano come un evento glorioso, devono aver pensato: «Allora, la morte non sarà la fine di tutto e il Regno di Dio arriverà come noi abbiamo sperato».
2.- Possiamo presumere che la domanda di Giovanni e di Giacomo (i due figli di Zebedeo) che fa da sfondo al nuovo insegnamento di Gesù, nasca proprio da fantasie di questo tipo. Di fatto, essi chiedono: «Maestro, fai in modo che noi possiamo sedere al tuo fianco, come tuoi consiglieri, quando tu sarai il re». E' una domanda quanto mai umana, per due discepoli che hanno condiviso il percorso di Gesù. Troppo umana - tanto da meritare il rimprovero del Maestro.
A sentire questa richiesta, gli altri discepoli si indignano. Perché? L'impressione è che non si indignino tanto perché ritengono sbagliata (teologicamente) la loro richiesta, quanto piuttosto perché pensano che i due figli di Zebedeo vogliano "scavalcarli" e prendersi tutta la gloria per loro. Tutti i discepoli danno l'impressione di vivere nella prospettiva di un regno umano in cui valgono le regole umane: è importante detenere il potere e avere gli strumenti per conquistarlo.
3.- La risposta di Gesù capovolge il punto di vista dei suoi discepoli (di tutti i discepoli – di tutti i tempi): «Il Figlio dell'Uomo è venuto non per essere servito, ma per servire» - con quel che segue. Un Signore che viene per servire: già questa sembra una contraddizione incomprensibile per il nostro modo di intendere le cose. Eppure, è proprio di questo Signore che noi siamo chiamati a divenire discepoli ed è questa la via che siamo chiamati a seguire. Del resto, il pensiero di Gesù su chi governa è chiaro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi». Sembra di riascoltare le parole del pastoreTullio Vinay, il quale diceva che l'Agape è l'anti-potere (e per queste affermazioni, a suo tempo veniva contestato anche dalla "sinistra" della Chiesa) ed esplicitava il concetto rovesciando il famoso detto latino "mors tua, vita mea" nel suo opposto: "mors mea, vita tua".
È un tema quanto mai scivoloso, quello del rapporto fra potere e servizio perché da un lato, a livello teorico, fare politica significa mettersi al servizio della collettività per governare la cosa pubblica; mentre a livello pratico ci si rende conto che (in tutti i Paesi, ma in special modo in Italia) è vero esattamente il contrario. Oggi è la domenica della legalità e si potrebbe facilmente cedere alla tentazione di iniziare una giaculatoria sulla corruzione, gli sprechi e le ruberie a cui da troppo tempo assistiamo. Del resto, basti citare il fatto che in questi giorni un ministro ha dovuto dare le dimissione, se non altro per non aver vigilato sul modo in cui dei suoi funzionari gestivano gli appalti. Ma è anche vero che gli uomini politici sono portati al potere dal voto popolare e questo fatto ci indica come il cancro del malaffare sia profondamente radicato nel nostro Paese.
4.- Occorre dunque una decisa inversione di tendenza. L'agape di Cristo è un porsi al servizio dell'altro, in modo che l'altro (cioè colui che è nel bisogno) possa muoversi con le sue gambe – in questo senso è l'anti-potere. C'è una frase che amo citare e che è contenuta nel libro "Servabo" di Luigi Pintor: "Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". Il senso del nostro "essere con l'altro" sta tutto in questa frase.
A dire il vero, nel corso dei secoli, anche la Chiesa cristiana (nelle sue varie denominazioni) ha cercato molto di più i riconoscimenti dei governi e dei potenti che non il servizio. Ma anche nel migliore dei casi, quando cioè si è volta verso coloro che sono nel bisogno, ha finito col trasformare il servizio in un ministero specifico all'interno della Chiesa (il ministero del Diacono), sia nel senso della specializzazione, sia nel senso dell'organizzazione. Ma la diaconia, il servizio, non è uno fra i tanti ministeri della Chiesa o del credente (o di alcuni credenti), bensì è piuttosto il modo in cui la Chiesa vive il discepolato del suo Signore. La Chiesa (in quanto discepola del Cristo diacono) o è diacona lei stessa, o non è. Possiamo domandarci: la chiesa valdese di Torino è diaconale? Per certi versi si (penso al fatto che molti soldi vengono dati per aiutare le persone in difficoltà), ma deve compiere ancora dei passi in avanti per una sua presenza diffusa nel tessuto cittadino e c'è troppo in tutti noi la tentazione di delegare a pochi volontari quello che dovrebbe essere l'impegno collettivo. Solo se noi torniamo ad avere una visione diaconale della nostra fede, possiamo vedere anche le nostre iniziative diaconali non sotto il profilo della delega, ma come espressione del nostro essere la Chiesa di Cristo e così la nostra parola diventerà immediatamente un gesto significativo nei confronti di chi è nel dolore.
Così saremo discepoli fedeli del Cristo diacono.

                                                              Pastore Paolo Ribet




Domenica 22 marzo 2015
Predicazione nel Tempio Valdese
C.so Vittorio  Emanuele II, 23
Torino