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07 maggio 2015



             Giovanni 16, 23b-28 (29-32) 33

Studio esegetico - omiletico
del Pastore Emmanuele Paschetto



Il Testo biblico
23b - "In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, Egli ve la darà. 24 - Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete affinché la vostra gioia sia completa. 25 - Vi ho detto queste cose in similitudini; l'ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre. 26 - In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; 27 - poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. 28 - Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre".  
29 - I suoi discepoli gli dissero:"Ecco, adesso tu parli apertamente, e non usi similitudini. 30 - Ora sappiamo che sai ogni cosa e non hai bisogno che nessuno ti interroghi; perciò crediamo che sei proceduto da Dio".
31 - Gesù rispose loro: "Adesso credete? 32 -  L'ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me".
33 -  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me: Nel mondo avrte tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo".

Cenni esegetici
vv.23b-24 – Secondo Raymond Brown è possibile leggere questo passo anche..."qualsiasi cosa domanderete al Padre, nel mio nome Egli ve la darà". Vale a dire che è per il nome di Gesù, e nel nome di Gesù che il Padre esaudisce le nostre richieste.
Queste parole riecheggiano Matteo 18,19: "Se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli" e anche Matteo 7,7-8 e Luca 11,9-10, i famosi "Chiedete e vi sarà dato".
Di che tipo di richieste si tratta? Che significa "Qualunque cosa"? I vari commentatori ritengono in genere che queste richieste non riguardino i comuni bisogni della vita, ma tutto ciò che puo rendere più vicina, reale, comprensibile la "vita eterna" e tutto ciò che può far sì che l'opera dello Spirito Santo porti frutto.
I discepoli, se uniti a Gesù dallo e nello Spirito, saranno in grado di "chiedere nel suo nome" e si troveranno in tale intimità con Dio che sarà loro dato ciò che domandano (23b, 24, 26). Se c'è infatti una inabitazione reciproca fra Gesù e i credenti, le loro richieste sono nel nome di Gesù e poiché il Padre è una cosa sola con Gesù nel nome di questi le richieste vengono esaudite: "Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi domandate quel che volete e vi sarà fatto" (Giov. 15,7). L'esaudimento, conseguenza e riprova dell'unità con il Cristo provoca una "gioia completa".
v. 25 -  Gesù afferma che sino ad ora ha parlato ai suoi usando similitudini, immagini, parabole, talvolta enigmi, o almeno espressioni che sono state percepite come oscure dai discepoli, ma che è arrivato il momento di parlare con franchezza, apertamente e quiindi anche di passare ai fatti. Compare la parola PARRESIA che notevole importanza ha assunto nella storia della predicazione primitiva. Più volte questo vocabolo è usato nel libro degli Atti in riferimento alle parole degli apostoli (cfr. 2,29 usato da Pietro e 28,31 riferito a Paolo). Insieme con un altro vocabolo EXOUSIA caratterizza l'annuncio dell'Evangelo che in Gesù è annunciato in libera franchezza, ed è proclamato con autorevolezza.
Secondo Gesù si apre una nuova era in cui la rivelazione giungerà al suo culmine, prima la Risurrezione, poi la venuta dello Spirito, poi il ritorno del Figlio dell'Uomo. Risurrezione, Pentecoste e Parousia sono le tappe del progressivo disvelamento della vita che viene dall'alto. Lo Spirito è la vita: come Gesù viene risuscitato dai morti, così possiamo anche noi nascere a nuova vita (di acqua e di Spirito secondo Giovanni 3) e tutto il creato sarà coinvolto in questa rivivificazione. Così conoscerete il Padre, cioè la fonte di ogni vita, perché comprenderete pienamente queste cose. "Il consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto" (Giov. 14,26).
vv. 26-27 – Ci si avvia verso il compimento dei tempi e nel cammino verso questo momento, se da un parte Gesù continuerà nella sua intercessione per noi verso il Padre (cfr. I Giov. 2,1: "...se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo il giusto...") tuttavia una parte della sua funzione andrà ad esaurimento: il credere che Gesù è il Cristo e il fatto che i noi lo amiamo rende superflua la sua mediazione per quel che riguarda le nostre richieste. "Mi amate e credete",  "Il Padre – dice il Loisy – vede nei cristiani il Cristo stesso che è al tempo stesso l'oggetto della loro fede e del loro amore"  e quindi direttamente darà, farà, interverrà, risponderà. E' chiaro che ciò si realizzerà in modo effettivo e totale quando i tempi saranno compiuti. Possiamo dunque dire che i discorsi di Gesù con i suoi discepoli si concludono con una visione escatologica.
v. 28 -  Questo discendere e risalire che Gesù prospetta ci ricorda tanto l'inno di Filippesi 2,5-11, con la KENOSIS e la DOXA del Cristo. Gesù ci fa comprendere la sua funzione unica e insostituibile nella storia del creato e nell'opera di salvezza voluta dal Padre. Gesù, una cosa sola col Padre (essendo in forma di Dio) è divenuto una cosa sola con noi esseri umani (ha preso forma di servo). Da uguale a Dio è divenuto come uomo. Da uomo è morto, da uomo è stato risuscitato da Dio e ristabilito nella sua dignità e OMOUSIA originaria. Secondo Giov. 20,24-28 porta i segni dell'uomo ucciso, ma è "Signore e Dio".  Gesù è quindi una cosa sola con gli uomini e una cosa sola con il Padre: questa sua duplice natura lo fa comunque restare in eterno mediatore, ponte, tramite della salvezza, unificatore del divino e del creaturale.
Una bella immagine ci viene data da Isaia 55,10-11, la pioggia che feconda la terra e la fa germogliare perchè porta vita e la parola di Dio (e Gesù lo è) che porta ad effetto il piano di Dio.
vv. 29-30 – I discepoli sembrano rinfrancarsi, anche se sentono che c'è nell'aria qualcosa di inquietante e temono questa "scomparsa" del maestro. "Ora parli chiaro e finalmente abbiamo capito". Sembra quasi di sentire Pietro pronunciare queste parole, con la sua irruenza tipica e il suo desiderio di mettere le cose a posto. Abbiamo capito che sai ogni cosa, che non hai bisogno che nessuno ti chieda alcunchè perchè tanto comprendi prima che noi apriamo bocca. Ci dicevi che questa è caratteristica del Padre, il quale "sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate" (Matteo 7,8) ed ora scopriamo che tu sei fatto della stessa pasta, dunque sei divino. Adesso che sappiamo possiamo dire che conosciamo e crediamo.
vv. 31-32 -  Ma Gesù calma i facili entusiasmi: "Ah, adesso credete?" Pensate di avere capito tutto e che ogni cosa sia risolta, che ora la vita sia in discesa. Voi credete di credere. In realtà non siete affatto saldi. Ancora una volta non avete capito che cosa significa l'ora che sta per giungere. La morte del Figlio dell'uomo, l'uccisione del Messia, che ancora non avete messo in conto, si volgerà per voi in dramma e in tragedia. Vi sbanderete: "il pastore sarà colpito e le pecore disperse " (Zaccaria 13,7), ognuno penserà per se stesso, a salvarsi dall'essere coinvolto nella sconfitta, mi abbandonerete nonostante tutte le vostre affermazioni contrarie. Voi pensate che ora tutto sia risolto e chiarito, ma adesso cominciano i problemi e verrà alla luce quanto la vostra fede è ancora inadeguata.
           L'affermazione di Gesù: "Io non sono solo perchè il Padre è con me" viene interpretata da alcuni esegeti  come un'attenuazione del "Dio mio, perchè mi hai abbandonato" citati da Matteo e Marco come parole di Gesù al momento della morte. L'autore scrivendo molti anni dopo tenderebbe a leggere nelle ultime parole di Gesù sulla croce piuttosto una citazione del Salmo 22, come identificazione di Gesù con la figura ed il messaggio proposti dal salmista.
v. 33 - Tuttavia la conclusione delle conversazioni di Gesù, che precedono la preghiera sacerdotale è ampiamente positiva. Ci sarà il superamento della caduta. Non si finisce con la predizione della dispersione, ma si guarda al futuro. Innanzitutto non solo quest'ultima parte, ma tutta la lunga conversazione di Gesù a tavola con i suoi amici termina con l'immagine della pace. Gesù ha voluto ancora una volta spiegare, chiarire, rispondere a dubbi, curiosità, timori, cercando di fare entrare i suoi in questa nuova dimensione di relazione con Dio, conquistata da Lui stesso mediante il suo sacrificio e resa attiva dalla presenza e dall'opera dello Spirito che verrà. Il frutto di tutto questo è la pace, lo SHALOM, la realizzazione del proprio essere e delle proprie aspirazioni, l'equilibrio di una vita piena, serena, in cui famiglia e amici, lavoro e salute concorrono a creare un senso di benessere e di gratitudine verso il Padre, ma in cui anche i dolori e le sofferenze, le sconfitte e i conflitti possono trovare una ragion d'essere se sono vissuti e accolti come tasselli di una esistenza che comunque corre sui binari che sono Cristo stesso: via, verità e vita, verso la casa del Padre, dove ci sono molte abitazioni, se si accetta un'esistenza guidata dallo Spirito. Avrete tribolazione, ma io ho vinto il mondo, vi ho liberati dal potere di Satana, non siate né paurosi né settari, vivete delle cose del mondo che ora è mio, perchè Dio lo ha tanto amato e lo ama. Non temete neppure la morte: anch'essa è stata sommersa nella vittoria.

Spunti per la predicazione

Non sempre è facile commentare un testo del IV Vangelo e soprattutto trovare il modo per renderlo attuale e comprensibile ai nostri tempi.

1.- Un primo punto su cui riflettere può essere la questione della preghiera e del suo esaudimento. Certe affermazioni che vengono fatte risalire a Gesù, sulla possibilità di essere esauditi "qualunque cosa si chieda" sono in contrasto con la nostra esperienza quotidiana. Generalmente, soprattutto negli ambienti che maggiormente ricercano il "miracolo" si imputa la mancanza di esaudimento alla poca fede, al non "saper chiedere come si conviene" o addirittura al fatto di non condurre una vita di specchiata virtù, per cui si può cadere nell'idea che l'esaudimento è un premio da parte di Dio ai nostri meriti.
Qui nel testo preso in esame l'esaudimento della preghiera diventa quasi la nostra capacità di avvicinarci talmente alla volontà di Dio, di affidarci così fortemente alla guida dello Spirito, da chiedere cose che Dio non può negarci perchè sono costitutive della vita di un credente. Ma certo si tratta di un terreno sdrucciolevole dove ci può essere anche spazio per l'autosuggestione.
 Resta il fatto che Paolo chiese tre volte di essere liberato da un male che gi impediva di muoversi in scioltezza nel suo ministero e non fu esaudito (II Cor. 12,7-10). Che Gesù chiese di potere allontanare il calice della morte e non fu ascoltato (Matteo 26,42 e paralleli). Per entrambe queste richieste abbiamo due spiegazioni ineccepibili: "La mia grazia ti basta, la mia forza si dimostra nella tua debolezza" e "Non la mia ma la tua volontà sia fatta".
Chiedere si può e si deve e non ci si limiti allo "spirituale" perché spesso indichiamo come tale semplicemente l'inconsistente, l'astratto, il fantasioso, o addirittura l'immaginario e lo strampalato; si chieda liberamente al Padre, ma la comprensione di Paolo e di Gesù del perchè non c'è stato esaudimento sono un'indicazione salutare. E soprattutto si chieda avendo fiducia che comunque siamo nelle mani di Dio, dal cui amore nessuno ci potrà separare (Romani 8,38-39).

2.- Un secondo punto può essere la figura di Gesù, certamente oggi messa un po' in ombra sia da venature antitrinitarie che serpeggiano in alcuni ambienti cristiani, titubanti sulla questione della figliolanza di Dio, sull'incarnazione, sul valore salvifico della sua morte, sulla risurrezione. E anche in altri ambienti che tendono a spostare l'attenzione su Dio, sminuendo la persona e l'opera del Cristo, per gettare dei ponti con le altre religioni visto che la croce di Cristo continua ad essere scandalo e pazzia. Credo si debba ribadire la centralità di Gesù. Proprio per questo suo essere disceso e risalito, essersi svuotato ed essere stato glorificato, morto e risuscitato, divenuto schiavo e fatto Signore. E' veramente il ponte gettato tra Dio e gli uomini. E' vero che le acrobazie della teologia a partire dal quarto secolo, il vocabolario e i concetti che sono divenuti "dogmi" ci creano imbarazzo e difficoltà, quando non addirittura rifiuto per la loro astrattezza e pretesa di definitività. Restano comunque alcuni fatti.
-- Gesù di Nazareth non è un'ipostasi o un eroe creato dalla fantasia popolare, non è né Ercole, né don Chisciotte, né Superman, ma un uomo in carne ed ossa. L'uomo ponte, l'uomo via, l'uomo vita, l'uomo verità. L'uomo sceso e risalito, il figlio dell'uomo che ancora attendiamo che riscenda e ci trascini in alto con sé.
– Il suo messaggio è veramente l'unico che potrebbe cambiare la storia dell'umanità, perchè vivere dando spazio all'amore è ragionevole e razionale e apre nuove strade nei rapporti umani.
– La fede da lui testimoniata in un Dio creatore, reggitore degli universi, Signore di spazio e tempo, infinito ed eternità sembra ancora la spiegazione più logica per ciò che ci circonda.
– La speranza che egli ci ha fatto balenare per l'esistenza attuale e per ciò che la oltrepassa è l'unica molla che può rendere degna, serena e dignitosa la nostra vita che – se va bene – dura 80-100 anni e "tutto quel che ne fa l'orgoglio non è che travaglio e vanità".

3.- Un terzo punto è che il Messia, il Figlio dell'uomo che alcuni suoi contemporanei hanno avuto la ventura di incontrare in carne ed ossa sulle strade della Palestina è incontrabile ancora oggi.
– Lo incontriamo nel povero, nell'affamato, nel malato, carcerato e straniero verso cui agiamo con spirito di servizio e di accoglienza, con  Amore.
– E' con noi quando riflettiamo sulla sua eredità e ci disponiamo a condividerla fraternamente e sororalmente in un percorso di Fede.
– Ci accompagna quando lo annunciamo come il Salvatore e accendiamo la Speranza del mondo.
– Bussa alla porta della nostra casa per condividere con noi ciò che è essenziale per la nostra vita
E secondo le sue parole questa esperienza non è illusoria, ma è resa reale e concreta dallo Spirito che è l'essenza stessa di Dio che possiamo percepire giorno per giorno.
– Perchè non riconoscere l'opera dello Spirito della vita in tutte le sue manifestazioni: dal fiore che sboccia al cucciolo di ogni essere vivente, dall'amore tra due esseri viventi alla solidarietà nella sofferenza, dalla bellezza della natura al fascino dell'arte e via via alle mille possibilità di farci uscire dal nostro egoismo e coinvolgere nella positività dell'essere e del divenire?
-- La nostra esistenza può essere dura e dolorosa e svolgersi tuttavia sotto lo sguardo di Dio circondata dal suo SHALOM che è il profondo senso della vita nella quale Egli ci ha inserito e ci conserverà in eterno.

                                                                                 Emmanuele Paschetto

Studio del 17.5.2009

Passi biblici di aiuto:
Isaia 55,10-11, Filippesi 2, 5-11; II Corinzi 12,7-10; Matteo 26,42; Romani 8,38-39


Bibliografia
Hermann Strathmann – Il vangelo secondo Giovanni – Paideia Brescia 1973
Raymond E. Brown – Giovanni – Cittadella Editrice – Assisi 1979
Gerard Sloyan – Giovanni – Claudiana  - Torino 2008
Ernesto Balducci – Il vangelo di S.Giovanni – Testimonianze – Firenze 1964

14 aprile 2015



       Vangelo di Giovanni 20,19-31

         Predicazione della Pastora Maria Bonafede




Il testo biblico
19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».
4 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.




Cari fratelli, care sorelle in Cristo,
la figura di Tommaso che ci capita oggi nella liturgia mi sembra che abbia a che fare con quelle domande vere, fresche alla mia mente, che ci vengono poste. Perché Tommaso non è un discepolo che non ci crede, che non crede all'annunzio che il Signore è risorto, ma ha bisogno di essere rassicurato, di capire un po' di più e di non sbagliarsi. Non vuole che si dicano cose strane sul suo maestro, e lui sa che è morto.
Tommaso il Didimo, che vuol dire gemello, diviso in due, doppio. Tommaso, l'uomo dall'identità incerta e carico di dubbi. Tommaso che impersona un cammino di fede contraddittorio ma serio.
Insomma, chi è Tommaso?  Che razza di discepolo è questo Didimo che Giovanni ci presenta?  È la fede giovane, è l'inizio di un percorso che poi deve trasformarsi in una fede salda che abbandona i dubbi e l'incredulità, o è il più normale di tutti i suoi compagni? Giovanni dice di lui alcune cose molto precise con le quali provare un discorso sulla fede.
La prima è questa: Tommaso ci viene presentato come un uomo normale, un tipo che somiglia un po' ad ognuno di noi e che ha reazioni comprensibili: Tommaso non può accettare la resurrezione, non vuole accettare che l'amico, il maestro, il riferimento che aveva cambiato la sua vita, sia contrabbandato per vivo quando invece è morto.
Come facciamo a non condividere, a non sentirci partecipi, fino in fondo, di questa obiezione di Tommaso?  Non è questa anche la radice dei nostri dubbi e della crisi che accompagna quotidianamente la nostra fede: il contrasto tra messaggio evangelico ed esperienza quotidiana, fra annuncio della vita in Cristo e constatazione della realtà di morte, di negazione che spesso ci sovrasta?
Se pensiamo ai nostri rapporti, a quanta fatica ci costa l'autenticità e il riporre delle attese e a quante volte ci sentiamo negati, cancellati; ma anche se pensiamo ai progetti  personali, comunitari, collettivi per i quali siamo pronti a scommettere, a dedicare energie e tempo, intelligenza e passione, e che invece sono progetti e tentativi che non riescono a vivere e a crescere ... Insomma ... se non vedo, se non tocco, se non sperimento che le  cose  non stanno come io le vedo, come le vedono tutti, come io le soffro..., perché dovrei credere che è diverso, che la vita ci si fa incontro nella morte, che c'è un annunzio incredibile che può trovare la forza di mettere in questione la mia vita e la storia del mondo, una notizia che diventa un interrogativo in grado di  contraddire la sconfitta e la morte, a cui vale la pena di dar credito ?
E, del resto, l'incredulità di Tommaso è stata pienamente condivisa da tutti quelli che Gesù ha incontrato: essi pure sono passati per questa crisi della fede.
Nello stesso capitolo, al v. 9, dei discepoli che trovano la tomba vuota è detto "che non avevano ancora capito la Scrittura".  E poche righe dopo Gesù appare a Maria e lei lo scambia per l'ortolano; e ai versetti 19 e 26 si dice che i discepoli tengono le porte ben serrate perché avevano paura dei giudei; e ancora, nel capitolo successivo, Gesù incontra i discepoli ed essi "non sapevano che era Gesù. 
C'è insomma, nella chiesa, in coloro che hanno amato Gesù e che hanno sperato in Lui,  una profonda crisi di fede che coinvolge tutti e che in Tommaso e così radicale da confessarsi come incredulità. 
Ma appunto, questa crisi è anche la nostra e nostra è anche la domanda che rifiuta la predica degli apostoli che annunciava: "Abbiamo veduto il Signore".

Sì, Tommaso non è l'uomo eccezionale, non è il reietto e non è l'eroe della fede tormentata: Tommaso è l'uomo comune, Tommaso siamo noi, così  vicini a Gesù e insieme così lontani, così increduli e così vicini alla fede.
E in più Giovanni ci dà un'informazione illuminante: Tommaso è uno dei dodici.  Con questa precisazione l'evangelista ci dice che fin dall'inizio la chiesa del risorto include Tommaso.  Ci dice che forse l'unica possibilità per la chiesa, per il gruppo di uomini e di donne che stanno intorno a Gesù, è di porsi sempre ancora domande.  Tommaso, uno dei dodici, non incarna soltanto l'umanità qualunque, ma incarna la chiesa, i più vicini, i credenti, e soltanto Gesù può dir loro: "sii credente e non incredulo".  Solo su di una parola di Gesù, solo alla sua presenza la chiesa stessa diventa credente, ha la possibilità di credere nonostante la sua quotidiana, necessaria incredulità.

2) Eppure, c'è un punto su cui oggi seguiamo poco Tommaso, non gli assomigliamo. Giovanni dice al v. 26 che dopo 8 giorni Tommaso è ancora lì, insieme agli altri.  Lo ritroviamo al suo posto di sempre, insieme ai suoi amici.
Dopo otto giorni di crisi e di dubbi, senza aver  risolto né l'una né gli altri, Tommaso é insieme alla sua comunità. Egli non rompe con la sua comunità perché non é ancora tutto chiaro, perché non ce la fa a credere. Tommaso non se ne va, e nemmeno si  inventa una chiesa nuova, a sua immagine. Tommaso è lì, insieme ai suoi fratelli  e alle sue sorelle e con loro affronta la crisi che lo travaglia.  Mi pare questo uno spunto di riflessione importante: quel gruppo di persone, quella fede e quelle domande fanno parte della sua storia e lui della loro, e mantenere aperta la comunicazione e la fraternità può significare prendere sul serio se stessi e gli altri, e la speranza comune.

3) Giungiamo così alla svolta che presenta il racconto di Giovanni: Gesù affronta la crisi di Tommaso, gli va incontro per quello che lui è, non rifiuta la sua  incredulità e i suoi dubbi, ma lo accoglie, lo guarda con amore, partecipa alla sua storia.
Questo vuol dire il saluto di Gesù: " Pace a voi".
Il termine 'pace' ha nel linguaggio biblico, come è noto, un significato importante: sinifica vita piena, soddisfazione, sperimentazione dell'amore di Dio.
"Pace a voi". Gesù va  incontro a Tommaso e si fa riconoscere come quello che è morto, affinché la pace di cui parla possa essere un messaggio di vita, di resurrezione e non un invito alla rassegnazione. 
"Pace a voi" significa: non temete perché la morte, quella vera, che segna come segnano i chiodi della croce, non è l'ultima parola, la negazione non è il senso profondo delle cose, la sconfitta non è la prospettiva della vostra vita ma lo é la resurrezione.
La resurrezione, come uno squarcio di luce in una stanza buia, ci fa vedere le cose come stanno davvero: la normalizzazione che pretende che il mondo debba essere cosi com'è, il realismo della ragione dei forti e dei vincenti, non hanno ragione, non sono la verità della nostra vita.  La verità è un'altra, è la resurrezione e la potenza di vita in cui veniamo travolti e che apre squarci di vita e di resistenza in cui è possibile scommettere la vita.

4) "Signore mio e Dio mio": ecco la scoperta di Tommaso.  Tommaso risponde a Gesù con un grido che è insieme una preghiera ed una confessione di fede di fronte al risorto.  "Signore mio e Dio mio".
Questo grido di Tommaso acquista una rilevanza ancor maggiore se pensiamo a come lo ascolta e lo ripete la comunità che si raccoglie intorno all'evangelista Giovanni intorno al '90 dopo Cristo.  E' questa l'epoca di Domiziano uno dei più spietati  persecutori dei cristiani tra gli .imperatori romani. Domiziano esigeva di essere chiamato "Signore nostro e dio nostro".  Ecco allora che la confessione di Tommaso è per la seconda e per la terza generazione di cristiani, non solo la gioiosa scoperta della fede e della possibilità di incontrare in Cristo la vita e la speranza nonostante le contraddizioni e le smentite che quotidianamente incontriamo.  Ma è il grido della resistenza al maligno, la certezza con cui è possibile affrontare la negazione, resistere a  ciò che sembra poter avere ragione della nostra vita, resistere ogni qual volta quella certezza vuole essere strappata, sradicata dal tempo degli uomini e delle donne.
"Signore mio e Dio mio": è la preghiera della scoperta e dell'affidamento ed è  la confessione della fede di fronte all'arroganza del male.  Si tratta, per dirla con Bonhoeffer, di un grido che è insieme di "resistenza e di resa": resa al Signore che con la sua resurrezione ha sconfitto il male e la morte; e resistenza che da quella resurrezione diventa per tutti la prospettiva di una vita. che caparbiamente osa contrastare la "legge del peccato e della morte" (Rom. 8,2)
Che il Signore ci aiuti.
Amen.

                                                                      Maria Bonafede


Chiesa Evangelica Valdese
Via Villa
Torino
Domenica, 12 Aprile 2015

04 aprile 2015



Marco 16:1-8
Meditazione di Aldo Palladino




Gli addetti ai lavori sono concordi nel ritenere questi versetti l'autentica originaria conclusione del Vangelo di Marco, mentre quelli da 9 a 20 sarebbero un'aggiunta che non è dell'evangelista.
Dunque, Marco termina il suo scritto con l'annuncio della risurrezione di Gesù da parte di un "giovane vestito di una veste bianca" (v. 5). L'annuncio è che Gesù, il crocifisso, non è più nella tomba dove era stato deposto, ma è risuscitato (v. 6). E il mandato rivolto alle donne, a Maria Maddalena, a Maria, madre di Giacomo e a Salome, che sono andate al sepolcro per imbalsamarlo, è di andare a dire ai discepoli che Gesù li avrebbe preceduti in Galilea per incontrarli là (v. 7). Ma esse, come il testo afferma, "fuggono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e stupore, e non dissero nulla ad alcuno, perché avevano paura" (v. 8).

L'annuncio: la tomba è vuota!
Nonostante Gesù abbia tante volte parlato ai suoi discepoli della sua morte e della sua risurrezione (8:31, 9:31, 10:34, 14: 28), le donne vanno al sepolcro per imbalsamare il suo corpo con oli vegetali e aromi. Sono convinte di trovarlo lì. La loro fede non ha radici profonde, è una fede in embrione che non ha colto i particolari delle promesse di Gesù sulla vita dopo la sua morte. E l'unica loro preoccupazione è come spostare quella pietra per entrare nel sepolcro.
Questa è la fede di tanti credenti, una fede povera, superficiale, più piccola di un granello di senape, come disse Gesù in Luca 17:6. La pietra è un ostacolo per le donne e per tutti noi che non crediamo che Dio può operare per noi. Infatti, solo Lui può spostare quella pietra, che rappresenta il nostro cuore duro, e può introdurci a contemplare la realtà della tomba vuota raccontata con una teofania sorprendente: un angelo dalle vesti bianche e con le sembianze di un giovane, che ci proietta in una dimensione sovrumana in linea con le promesse fatte. Il suo annuncio è: "Gesù è risorto, non è qui" (v. 7). Dio sposta ogni ostacolo che si frappone tra la nostra incredulità e la realtà del suo piano di vittoria e di gloria, che realizza attraverso la morte e la risurrezione di suo Figlio Gesù Cristo, tra la croce e una tomba vuota, due simboli che si pongono a fondamento della fede cristiana.

L'invio
La tomba vuota è segno che il piano di Dio continua. L'azione di Dio nel mondo e l'attuazione del suo progetto di salvezza si realizzano con la collaborazione di donne a cui viene affidato il compito di "andare a dire..." e di uomini che Gesù vuole incontrare in Galilea. Stranamente le donne del nostro testo fuggono dal sepolcro e non dicono niente a nessuno, colte da timore, tremore e paura. Il Vangelo di Marco termina con questa scena che narra la defezione delle donne e il loro stato d'animo dopo quanto avevano visto al sepolcro. Cosa pensare di questa conclusione, che però non è la fine della storia?
Credo che più che interrogare il testo occorra qui farci interrogare dal testo, nel senso che è importante farci coinvolgere dal finale del racconto che vuole spronarci a dire quale sia la nostra reazione dinanzi alla rivelazione della risurrezione e quale coinvolgimento abbiamo dinanzi ai fatti raccontati. Abbiamo un atteggiamento di paura? Sentiamo l'impellenza di una testimonianza qui ed ora della storia di Gesù? Sentiamo l'importanza di un mandato che ci è stato affidato? Accettiamo la sfida di essere coinvolti nella propagazione dell'evangelo al seguito di colui che ci precede sempre e ci traccia il sentiero da percorrere?
Il credente è chiamato a porsi in continua attesa delle sollecitazioni che il Maestro ci fa e ad aprirsi al futuro di Dio.

                                                                               Aldo Palladino

26 marzo 2015


Marco 10: 35–45
"Non per essere serviti ma per servire"



Predicazione del Past. Paolo Ribet





Il testo biblico
35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». 38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». 39 E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». 41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; 44 e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

1.- Durante il viaggio sulla via verso Gerusalemme, per la terza volta in poco tempo, Gesù annuncia la sua passione (10, 32-34). Nel suo discorso, dopo aver descritto l'umiliazione e la morte che dovrà subire, egli pronuncia però una parola che evidentemente fa scattare qualcosa nei discepoli: «dopo tre giorni il Figlio dell'uomo risorgerà». Resurrezione: è una parola magica, che evoca per i discepoli degli orizzonti di gloria, nuove realtà non più legate alla limitatezza umana, ma all'onnipotenza di Dio. Questi ragazzi (quali dovevano essere i discepoli), pieni di un'attesa febbrile di quel Regno di Dio che essi immaginavano come un evento glorioso, devono aver pensato: «Allora, la morte non sarà la fine di tutto e il Regno di Dio arriverà come noi abbiamo sperato».
2.- Possiamo presumere che la domanda di Giovanni e di Giacomo (i due figli di Zebedeo) che fa da sfondo al nuovo insegnamento di Gesù, nasca proprio da fantasie di questo tipo. Di fatto, essi chiedono: «Maestro, fai in modo che noi possiamo sedere al tuo fianco, come tuoi consiglieri, quando tu sarai il re». E' una domanda quanto mai umana, per due discepoli che hanno condiviso il percorso di Gesù. Troppo umana - tanto da meritare il rimprovero del Maestro.
A sentire questa richiesta, gli altri discepoli si indignano. Perché? L'impressione è che non si indignino tanto perché ritengono sbagliata (teologicamente) la loro richiesta, quanto piuttosto perché pensano che i due figli di Zebedeo vogliano "scavalcarli" e prendersi tutta la gloria per loro. Tutti i discepoli danno l'impressione di vivere nella prospettiva di un regno umano in cui valgono le regole umane: è importante detenere il potere e avere gli strumenti per conquistarlo.
3.- La risposta di Gesù capovolge il punto di vista dei suoi discepoli (di tutti i discepoli – di tutti i tempi): «Il Figlio dell'Uomo è venuto non per essere servito, ma per servire» - con quel che segue. Un Signore che viene per servire: già questa sembra una contraddizione incomprensibile per il nostro modo di intendere le cose. Eppure, è proprio di questo Signore che noi siamo chiamati a divenire discepoli ed è questa la via che siamo chiamati a seguire. Del resto, il pensiero di Gesù su chi governa è chiaro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi». Sembra di riascoltare le parole del pastoreTullio Vinay, il quale diceva che l'Agape è l'anti-potere (e per queste affermazioni, a suo tempo veniva contestato anche dalla "sinistra" della Chiesa) ed esplicitava il concetto rovesciando il famoso detto latino "mors tua, vita mea" nel suo opposto: "mors mea, vita tua".
È un tema quanto mai scivoloso, quello del rapporto fra potere e servizio perché da un lato, a livello teorico, fare politica significa mettersi al servizio della collettività per governare la cosa pubblica; mentre a livello pratico ci si rende conto che (in tutti i Paesi, ma in special modo in Italia) è vero esattamente il contrario. Oggi è la domenica della legalità e si potrebbe facilmente cedere alla tentazione di iniziare una giaculatoria sulla corruzione, gli sprechi e le ruberie a cui da troppo tempo assistiamo. Del resto, basti citare il fatto che in questi giorni un ministro ha dovuto dare le dimissione, se non altro per non aver vigilato sul modo in cui dei suoi funzionari gestivano gli appalti. Ma è anche vero che gli uomini politici sono portati al potere dal voto popolare e questo fatto ci indica come il cancro del malaffare sia profondamente radicato nel nostro Paese.
4.- Occorre dunque una decisa inversione di tendenza. L'agape di Cristo è un porsi al servizio dell'altro, in modo che l'altro (cioè colui che è nel bisogno) possa muoversi con le sue gambe – in questo senso è l'anti-potere. C'è una frase che amo citare e che è contenuta nel libro "Servabo" di Luigi Pintor: "Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". Il senso del nostro "essere con l'altro" sta tutto in questa frase.
A dire il vero, nel corso dei secoli, anche la Chiesa cristiana (nelle sue varie denominazioni) ha cercato molto di più i riconoscimenti dei governi e dei potenti che non il servizio. Ma anche nel migliore dei casi, quando cioè si è volta verso coloro che sono nel bisogno, ha finito col trasformare il servizio in un ministero specifico all'interno della Chiesa (il ministero del Diacono), sia nel senso della specializzazione, sia nel senso dell'organizzazione. Ma la diaconia, il servizio, non è uno fra i tanti ministeri della Chiesa o del credente (o di alcuni credenti), bensì è piuttosto il modo in cui la Chiesa vive il discepolato del suo Signore. La Chiesa (in quanto discepola del Cristo diacono) o è diacona lei stessa, o non è. Possiamo domandarci: la chiesa valdese di Torino è diaconale? Per certi versi si (penso al fatto che molti soldi vengono dati per aiutare le persone in difficoltà), ma deve compiere ancora dei passi in avanti per una sua presenza diffusa nel tessuto cittadino e c'è troppo in tutti noi la tentazione di delegare a pochi volontari quello che dovrebbe essere l'impegno collettivo. Solo se noi torniamo ad avere una visione diaconale della nostra fede, possiamo vedere anche le nostre iniziative diaconali non sotto il profilo della delega, ma come espressione del nostro essere la Chiesa di Cristo e così la nostra parola diventerà immediatamente un gesto significativo nei confronti di chi è nel dolore.
Così saremo discepoli fedeli del Cristo diacono.

                                                              Pastore Paolo Ribet




Domenica 22 marzo 2015
Predicazione nel Tempio Valdese
C.so Vittorio  Emanuele II, 23
Torino

13 marzo 2015


Giovanni 12, 20 – 26

                                   Note esegetiche e omiletiche                                    
                              a cura della Prof. Giovanna Pons





Testo biblico 
20. Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c'erano alcuni greci. 21. questi dunque, avvicinatesi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: " Signore, vorremmo vedere Gesù ". 22. Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
23. Gesù rispose loro, dicendo: " L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. 24. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. 25. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. 26. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà".

Contesto

Secondo lo Strathmann già dal primo versetto del capitolo 12 tutto il racconto è considerato sotto il punto di vista del Venerdì Santo. I versetti da 11,55 a 57 sono un'introduzione e in seguito troviamo gli amici di Betania e l'unzione di Maria che è un segno dell'imminente sepoltura di Gesù (12,1-8). La folla, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, presi dei rami di palma, gli va incontro, anche perché è stata testimone della risurrezione di Lazzaro dai morti. Ma allora i capi sacerdoti cercano di attuare i loro propositi sinistri (12,9-19).
Secondo il Barrett il Vangelo di Giovanni è uno scritto missionario per gli ebrei. Giovanni non scrive per dei cristiani (forse solo ai capp. 13-17) e neppure per dei lettori pagani. Ha scritto per chiarire che Gesù è il Messia. Dimostra interesse per un ambiente greco che emerge in 7,35 e 12,20. Sempre secondo il Barrett il Vangelo appartiene al mondo del giudaismo ellenistico e consiste in materiali che si formarono all'interno di una comunità cristiana in Giudea sotto lo stimolo delle dispute con i giudei del luogo. Ma nella sua forma attuale è un appello a coloro che sono fuori della chiesa, per guadagnare alla fede la diaspora di lingua greca.
Secondo lo Sloyan in questo Vangelo Gesù ha una posizione subordinata perché in primo luogo è Colui che è stato mandato per rivelare il Padre. In Giovanni ci sono parecchi segni compiuti da Gesù, ma lui stesso è il segno più grande che indica Dio.

Esegesi


vv. 20-22   Secondo il Brown la presenza dei greci alla festa della Pasqua ebraica vuol dire che i gentili vengono a Gesù per vederlo: essi sono il segno che per Gesù è "giunta l'ora". Anzi già nei capp. 11-12 troviamo le intenzioni di Dio di salvare i gentili. La loro venuta è teologicamente importante per l'universalismo ch'essa attesta.
Per altri commentatori invece la presenza dei greci si riferisce sia ai Giudei della Diaspora che a persone di cultura ellenistica (Atti 6,1) che possono anche essere degli stranieri al popolo d'Israele, dei "tementi Dio", interessati al monoteismo e alle regole etiche giudaiche. La richiesta dei greci a Filippo e Andrea, che sono gli unici discepoli ad avere dei nomi greci, si mantiene nella stessa prospettiva dell'unzione di Betania che ha annunciato in anticipo la morte e l'elevazione alla Croce di Gesù. Con la venuta dei greci l'"ora" è diventata ormai realtà presente (Molla). Anche per lo Strathmann questi uomini sono Elleni, gente del mondo di lingua greca, greci timorati di Dio, proseliti, perché si recano alla festa. Il desiderio dei greci è qualcosa di eccezionale perché indicano l'"ora", ma dopo la richiesta a Gesù, di loro non si parla più. Per l'evangelista ciò che è importante è che il mondo greco si accorga di Gesù perché Gesù è il Salvatore del mondo.
I greci vogliono vedere Gesù: "vedere è credere" perché la nostra fede deve avere una qualche base nell'esperienza. Il rapporto tra fede ed esperienza lo troviamo in ogni pagina del Nuovo Testamento, specie nell'evangelo di Giovanni (così il Kysar). Anche il Barrett dice che i greci, saliti al culto durante la festa non sono pagani, ma ebrei di lingua greca. Giovanni vuole che l'ebraismo di lingua greca non ripeta l'errore dell'ebraismo palestinese, rigettando Gesù. Per il Dodd i greci non sono pagani, ma "timorati di Dio" perché partecipano alla celebrazione festiva giudaica.

v.23   "L'ora della glorificazione è giunta" (13,1; 17,1). In questa parte del cap. 12 ci sono elementi sparsi che si possono mettere in parallelo con la scena sinottica dell'agonia, per esempio 12,23 e Marco 14,41. L'ora è diventata ormai una realtà presente e la glorificazione una necessità perché Gesù deve. Deve obbedienza totale al Padre perché egli è l'inviato per eccellenza, secondo il disegno di Dio. Nei capitoli precedenti si era sempre detto che la sua ora non era ancora venuta, ora essa è venuta, l'ora della glorificazione del Figlio dell'Uomo. La glorificazione del Figlio dell'Uomo consiste nella salvezza per la vita eterna di quel mondo che comincia a credere in lui. Glorificazione attraverso la morte e la resurrezione, cioè attraverso la sua elevazione, che gli dà la possibilità di attrarre tutti a sé. Questo concetto è spiegato con la metafora del grano di frumento.

v. 24  Per annunciare la sua morte Gesù usa l'immagine corrente del seme. Nei Sinottici quest'immagine fa parte delle parabole del Regno (Marco 4, 3-8; 26-29), ma qui ha un senso diverso. Ogni seme deve disgregarsi per rendere possibile la sua moltiplicazione, così è per Gesù se egli vuole che il giudizio di misericordia di Dio raggiunga tutti gli esseri umani. Il seme deve cessare di esistere perché il miracolo della sua moltiplicazione possa aver luogo. Questa possibilità, offerta a tutti gli esseri umani, di incontrare il Dio vivente, dipende dal Creatore che rivela in Gesù Cristo la sua volontà misericordiosa; ma appartiene alla creatura fare la sua scelta, prendere sul serio questo gesto di Dio o aggrapparsi alla propria vita (cfr. il Molla).
Caratteristiche giovannee rispetto alle parabole sinottiche sono: il doppio amen (in verità, in verità) il verbo menein (rimanere: usato per le persone, lo Spirito, l'amore, la gioia, l'ira e la parola). L'uso di pherein (portar frutto), mentre i sinottici usano poiein e dounai. Il granello di frumento caduto in terra significa morire. Gesù parla della morte come mezzo per conquistare la vita per tutti gli esseri umani: il contrasto è tra morire e portar frutto e non morire e quindi rimanere improduttivi (cfr. il Brown).
Nel libro dei segni Gesù è visto come Colui che dà agli esseri umani la luce e la vita, ma queste dipendono dalla sua morte e resurrezione. Alla fine del suo ministero Gesù proclama: "E' giunta l'ora", sta per giungere l'avvenimento che manifesterà la realtà sottostante a tutti i segni. Proprio abbracciando la morte e offrendo la sua vita Cristo glorifica Dio e nello stesso tempo riceve da lui la vera gloria. Cristo intuisce che la sua gloria non solo non consiste nell'affermazione della sua personalità, ma esige un effettivo rinnegamento di sé, rinnegamento reso esplicito nella metafora del seme (vedi il Dodd).

v- 25  Il contrasto fondamentale è tra odiare e amare (cfr. Luca 14,26 e Matteo 10,37). Vi sono 5 detti riportati nei Sinottici su questo tema: Mc. 8,35; Luca 9,24 e 17,33; Mt. 10,39 e 16,25. Però il Dodd dice che il detto di Giovanni non è un riadattamento del modello sinottico ed è più vicino al detto aramaico che non i Sinottici. Secondo il Brown "la sua vita" si riferisce alla vita fisica perché l'antropologia giudaica non conteneva il dualismo di anima e corpo. Inoltre il verbo apollynai è meglio tradurlo con distrugge piuttosto che con "perde". Questo versetto ripete in forma non parabolica il tema del versetto 24, cioè la necessità di morire per vivere. Nel v. 24 però Gesù doveva morire per portare gli altri alla vita, qui il seguace di Gesù non può sfuggire alla morte più del suo Maestro, ma deve passare attraverso alla morte per giungere alla propria vita eterna. Questa considerazione è il segno di quanto per la Comunità più antica l'idea del Crocifisso andasse unita ad un pressante invito a caricarsi anch'essa del peso della Croce (Mt. 10,38s.; 16,24s.).
"Colui che odia  la sua vita", ma in questo mondo: mette in evidenza ciò che lega l'uomo alle potenze di questo mondo ed è quindi un invito a contestare l'ordine di questo mondo. Chi fa questa scelta sussisterà in eterno davanti a Lui (1,4; 3,15; 4,14….).

v. 26  Il parallelo marciano (8,35) di Giovanni 12,25 è preceduto dalla frase:" Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua"(8,34), che sta in parallelo con Giovanni 12,26. In entrambe le tradizioni (sinottica e giovannea) i due detti sono uniti, ma in ordine inverso, e entrambi sono un invito a imitare Gesù. Ma il testo di Giovanni è più breve dei detti sinottici (vedi anche Mt. 10,38 e Lc. 14,27) perché manca il "porti la sua croce". Inoltre, mentre i Sinottici dicono "venir dietro a Gesù", Giovanni dice "servire Gesù". I Sinottici non parlano dei discepoli come dei servi di Gesù, però le donne lo avevano servito (Mc. 15,41 e Lc. 10,40). Forse la forma giovannea è quella più antica (cfr. il Brown). "Se uno mi serve" esprime una condizione indefinita, "Il Padre lo onorerà" ha un suo contesto in 5,23 e 8,49: il versetto è un parallelismo semitico, avendo servito il Figlio, il discepolo è onorato dal Padre. Il pensiero giovanneo sembra qui differire dai testi sinottici, per esempio da Marco 10,43-45. Qui Gesù vuol dire che chi lo riconosce come Signore e Maestro e quindi entra al suo servizio, quello "lo segua" e diventi suo discepolo. Così la relazione Maestro-servitore diventa relazione Maestro-discepolo. Attraverso la relazione che l'unisce al Figlio, il discepolo si troverà nella comunione del Padre (cfr. il Molla). 

Spunti per la predicazione

Il racconto si svolge nel contesto della Pasqua ebraica: tra coloro che salgono a Gerusalemme per la festa vi sono alcuni che non appartengono al popolo d'Israele, di cultura ellenistica, ma interessati al monoteismo ebraico. Essi vogliono "vedere" Gesù, vogliono fare l'esperienza di questo incontro, d'altronde la nostra fede deve avere una qualche base nell'esperienza e, se per noi l'esperienza del vedere Gesù non è più immediata, come lo fu per i discepoli, il Vangelo ci sta dicendo che il Cristo della fede deve essere ancora visto e ascoltato nella comunità dei credenti e che questo vale anche per gli anni 70-80 e non solo per il periodo della vita di Gesù di Nazareth. Nulla ci è detto dell'incontro tra Gesù e i greci, ma mentre nei capitoli precedenti Gesù era solito dire "la mia ora non è ancora venuta", ora invece "la sua ora è giunta": il contesto si fa universale, Gesù deve essere glorificato per attirare tutti gli esseri umani a sé. Questo vuol dire che deve passare attraverso la morte e la resurrezione, come viene ben esplicitato dalla parabola del seme che, caduto a terra, cioè morendo, porta molto frutto. Se si vuole diventare discepoli di Gesù bisogna seguirlo su questa via, lasciare che, nel corso della nostra esistenza, la nostra vita in questo mondo si consumi, si disgreghi a poco a poco al servizio di quel Gesù che ci chiede di servire e di amare quegli esseri umani che Lui vuole attirare a sé. Questa non è la via del successo, ma del servizio e, man mano che sentiamo questa vita terrena sfuggirci dalle mani perché spesa per gli altri, percepiamo la vera vita che ci giunge dall'alto, la comunione con Cristo e con la Comunità dei credenti. E questa è la nostra gioia.

                                                                                      Giovanna Pons



Testi per la lettura

Salmo 107, 1-3. 17-22;  Efesini 2, 1-10


Bibliografia

C.K.Barrett, Il Vangelo di Giovanni e il giudaismo, Paideia Ed., Brescia 1980
R.E. Brown, Giovanni, Cittadella Ed., Assisi 1979
C.H.Dodd, L'interpretazione del quarto Vangelo, Paideia Ed., Brescia 1974
R.Kysar, Giovanni, il Vangelo indomabile, Claudiana Ed., Torino 2000
C.F.Molla, Le quatrième Evangile, Labor et Fides, Genève 1977
G.Sloyan, Claudiana Ed., Torino 2008
H.Strathmann, Il Vangelo secondo Giovanni, Paideia Ed., Brescia 1973


19 febbraio 2015



Il cammino verso l'unità
Badante badata

                         Meditazione del Pastore Luca Negro


     
     Ricordo il mio commosso stupore quando un'anziana donna rumena, di professione badante, una domenica mattina al culto, in chiesa, rivolse al Signore una spontanea preghiera di intercessione per l'anziano da lei assistito, molto sofferente e giunto alla fine della vita. Mi colpirono la tenerezza, la partecipazione, il sincero affetto. La storia mi è tornata in mente quando ho visto di recente le scene di un delicato film, "A simple life", che parla appunto di un'anziana a servizio di una famiglia borghese per oltre 60 anni, la quale, assistendo con dedizione profonda l'ultimo rampollo della stirpe, viene poi colpita da un ictus. Cosa succede quando chi si è preso cura per tutta la vita, della propria o della altrui famiglia, diviene per l'età o per un evento traumatico, essa stessa bisognosa di accudimento?
La domanda, confessiamolo, ci trova sovente impreparati. Sicuramente lo è chi ha fatto del servizio agli altri la ragione della propria vita. Il cambiamento è talmente radicale che molti dichiarano candidamente di temere la perdita della propria autonomia molto più che la morte stessa. Ma il cambiamento trova spesso impreparata anche la società, la quale facendo sempre di più leva sull'efficienza e sulla produttività, manifesta sempre più spesso un grave deficit di attenzione sociale verso chi si viene a trovare in una simile situazione e non ha mezzi per far fronte alla sua mutata condizione. C'è poco spazio sociale per badare a chi ha badato per tutta una vita! Quasi nessuno, se si tratta di una persona sola, straniera o povera.
Nel film che citavo prima, accade che il giovane accudito, dinanzi alla malattia della anziana domestica, scopra un sentimento di sincera gratitudine che lo porta poi a prendersi cura di lei con tenerezza, quasi filiale. E' così che dovrebbe essere. E' così che una società dimostra di essere umana e matura: quando ben al di là del sostegno sociale ed economico che comunque vanno garantiti, le relazioni si rafforzano nel senso della compassione, dell'empatia. E chi per tanto tempo è stato accudito, impara a restituire le attenzioni a chi si trova a svolgere questa ultima fatica, che è il diventar vecchi e morire.
Vorrei che attraverso questa "Finestra", stamattina arrivasse una nota di sincera gratitudine verso chi ha speso la propria vita ad assistere altri, andando ben oltre il mansionario. Ma mi piacerebbe tanto che fosse anche una nota di incoraggiamento per chi, per lunghi anni ha ricevuto premure e assistenza, ed oggi si trova dinanzi all'urgenza di prendersi cura del proprio caro in difficoltà, ammalato o anziano. Finché una generazione saprà restituire all'altra le tenerezze ricevute, rinunciando a giudizi di bilancio e di merito; finché sapremo manifestare una gratitudine personale e sociale ai nostri vecchi, e sapremo dare onore a chi oggi è nella difficile condizione della perdita, anche solo parziale, della propria autonomia, ci sarà un futuro di benedizione per noi, come recita l'antico comandamento divino "Onora tuo padre e tua madre affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra". Più che un comandamento prezioso, una promessa.

                                                                                                                                                          PASTORE LUCA NEGRO





Domenica 15 Febbraio 2015
Culto Evangelico – Federazione delle chiese evangeliche in Italia
via Firenze 38, 00184 Roma – tel. 06.4825120 – email: culto.radio@fcei.it

18 febbraio 2015





LETTERE PATENTI DI CARLO ALBERTO (1848)


"CARLO ALBERTO, per grazia di Dio re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc. principe di Piemonte, ecc. ecc.
     Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que' Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già' adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
     Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
     I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de' Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
     Nulla è però innovato quanto all'esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.

Date in Torino, addi' diciassette del mese di febbraio, l'anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo".


     Le Lettere Patenti pongono fine a secoli di lotte, di persecuzione, di segregazione, di violenza, di morti nelle carceri, sul rogo. I Valdesi ricevono così un primo riconoscimento di popolo civile, che fa della sua fedeltà all'Evangelo bandiera della libertà di religione, di fede, di pensiero. Libertà di coscienza. Non solo per se stessi ma per tutti.
È per questo che il 17 febbraio è un giorno di liberazione di ogni uomo,  di ogni donna.
È pur vero che le Lettere Patenti non autorizzarono la libertà di culto o quella di costruire templi al di fuori del ghetto alpino in cui furono per secoli relegati, ma furono il primo passo verso una più ampia e totale libertà. Per questa bisognerà attendere ancora molti anni.