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26 marzo 2015


Marco 10: 35–45
"Non per essere serviti ma per servire"



Predicazione del Past. Paolo Ribet





Il testo biblico
35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». 38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». 39 E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». 41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; 44 e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

1.- Durante il viaggio sulla via verso Gerusalemme, per la terza volta in poco tempo, Gesù annuncia la sua passione (10, 32-34). Nel suo discorso, dopo aver descritto l'umiliazione e la morte che dovrà subire, egli pronuncia però una parola che evidentemente fa scattare qualcosa nei discepoli: «dopo tre giorni il Figlio dell'uomo risorgerà». Resurrezione: è una parola magica, che evoca per i discepoli degli orizzonti di gloria, nuove realtà non più legate alla limitatezza umana, ma all'onnipotenza di Dio. Questi ragazzi (quali dovevano essere i discepoli), pieni di un'attesa febbrile di quel Regno di Dio che essi immaginavano come un evento glorioso, devono aver pensato: «Allora, la morte non sarà la fine di tutto e il Regno di Dio arriverà come noi abbiamo sperato».
2.- Possiamo presumere che la domanda di Giovanni e di Giacomo (i due figli di Zebedeo) che fa da sfondo al nuovo insegnamento di Gesù, nasca proprio da fantasie di questo tipo. Di fatto, essi chiedono: «Maestro, fai in modo che noi possiamo sedere al tuo fianco, come tuoi consiglieri, quando tu sarai il re». E' una domanda quanto mai umana, per due discepoli che hanno condiviso il percorso di Gesù. Troppo umana - tanto da meritare il rimprovero del Maestro.
A sentire questa richiesta, gli altri discepoli si indignano. Perché? L'impressione è che non si indignino tanto perché ritengono sbagliata (teologicamente) la loro richiesta, quanto piuttosto perché pensano che i due figli di Zebedeo vogliano "scavalcarli" e prendersi tutta la gloria per loro. Tutti i discepoli danno l'impressione di vivere nella prospettiva di un regno umano in cui valgono le regole umane: è importante detenere il potere e avere gli strumenti per conquistarlo.
3.- La risposta di Gesù capovolge il punto di vista dei suoi discepoli (di tutti i discepoli – di tutti i tempi): «Il Figlio dell'Uomo è venuto non per essere servito, ma per servire» - con quel che segue. Un Signore che viene per servire: già questa sembra una contraddizione incomprensibile per il nostro modo di intendere le cose. Eppure, è proprio di questo Signore che noi siamo chiamati a divenire discepoli ed è questa la via che siamo chiamati a seguire. Del resto, il pensiero di Gesù su chi governa è chiaro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi». Sembra di riascoltare le parole del pastoreTullio Vinay, il quale diceva che l'Agape è l'anti-potere (e per queste affermazioni, a suo tempo veniva contestato anche dalla "sinistra" della Chiesa) ed esplicitava il concetto rovesciando il famoso detto latino "mors tua, vita mea" nel suo opposto: "mors mea, vita tua".
È un tema quanto mai scivoloso, quello del rapporto fra potere e servizio perché da un lato, a livello teorico, fare politica significa mettersi al servizio della collettività per governare la cosa pubblica; mentre a livello pratico ci si rende conto che (in tutti i Paesi, ma in special modo in Italia) è vero esattamente il contrario. Oggi è la domenica della legalità e si potrebbe facilmente cedere alla tentazione di iniziare una giaculatoria sulla corruzione, gli sprechi e le ruberie a cui da troppo tempo assistiamo. Del resto, basti citare il fatto che in questi giorni un ministro ha dovuto dare le dimissione, se non altro per non aver vigilato sul modo in cui dei suoi funzionari gestivano gli appalti. Ma è anche vero che gli uomini politici sono portati al potere dal voto popolare e questo fatto ci indica come il cancro del malaffare sia profondamente radicato nel nostro Paese.
4.- Occorre dunque una decisa inversione di tendenza. L'agape di Cristo è un porsi al servizio dell'altro, in modo che l'altro (cioè colui che è nel bisogno) possa muoversi con le sue gambe – in questo senso è l'anti-potere. C'è una frase che amo citare e che è contenuta nel libro "Servabo" di Luigi Pintor: "Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". Il senso del nostro "essere con l'altro" sta tutto in questa frase.
A dire il vero, nel corso dei secoli, anche la Chiesa cristiana (nelle sue varie denominazioni) ha cercato molto di più i riconoscimenti dei governi e dei potenti che non il servizio. Ma anche nel migliore dei casi, quando cioè si è volta verso coloro che sono nel bisogno, ha finito col trasformare il servizio in un ministero specifico all'interno della Chiesa (il ministero del Diacono), sia nel senso della specializzazione, sia nel senso dell'organizzazione. Ma la diaconia, il servizio, non è uno fra i tanti ministeri della Chiesa o del credente (o di alcuni credenti), bensì è piuttosto il modo in cui la Chiesa vive il discepolato del suo Signore. La Chiesa (in quanto discepola del Cristo diacono) o è diacona lei stessa, o non è. Possiamo domandarci: la chiesa valdese di Torino è diaconale? Per certi versi si (penso al fatto che molti soldi vengono dati per aiutare le persone in difficoltà), ma deve compiere ancora dei passi in avanti per una sua presenza diffusa nel tessuto cittadino e c'è troppo in tutti noi la tentazione di delegare a pochi volontari quello che dovrebbe essere l'impegno collettivo. Solo se noi torniamo ad avere una visione diaconale della nostra fede, possiamo vedere anche le nostre iniziative diaconali non sotto il profilo della delega, ma come espressione del nostro essere la Chiesa di Cristo e così la nostra parola diventerà immediatamente un gesto significativo nei confronti di chi è nel dolore.
Così saremo discepoli fedeli del Cristo diacono.

                                                              Pastore Paolo Ribet




Domenica 22 marzo 2015
Predicazione nel Tempio Valdese
C.so Vittorio  Emanuele II, 23
Torino

13 marzo 2015


Giovanni 12, 20 – 26

                                   Note esegetiche e omiletiche                                    
                              a cura della Prof. Giovanna Pons





Testo biblico 
20. Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c'erano alcuni greci. 21. questi dunque, avvicinatesi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: " Signore, vorremmo vedere Gesù ". 22. Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
23. Gesù rispose loro, dicendo: " L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. 24. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. 25. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. 26. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà".

Contesto

Secondo lo Strathmann già dal primo versetto del capitolo 12 tutto il racconto è considerato sotto il punto di vista del Venerdì Santo. I versetti da 11,55 a 57 sono un'introduzione e in seguito troviamo gli amici di Betania e l'unzione di Maria che è un segno dell'imminente sepoltura di Gesù (12,1-8). La folla, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, presi dei rami di palma, gli va incontro, anche perché è stata testimone della risurrezione di Lazzaro dai morti. Ma allora i capi sacerdoti cercano di attuare i loro propositi sinistri (12,9-19).
Secondo il Barrett il Vangelo di Giovanni è uno scritto missionario per gli ebrei. Giovanni non scrive per dei cristiani (forse solo ai capp. 13-17) e neppure per dei lettori pagani. Ha scritto per chiarire che Gesù è il Messia. Dimostra interesse per un ambiente greco che emerge in 7,35 e 12,20. Sempre secondo il Barrett il Vangelo appartiene al mondo del giudaismo ellenistico e consiste in materiali che si formarono all'interno di una comunità cristiana in Giudea sotto lo stimolo delle dispute con i giudei del luogo. Ma nella sua forma attuale è un appello a coloro che sono fuori della chiesa, per guadagnare alla fede la diaspora di lingua greca.
Secondo lo Sloyan in questo Vangelo Gesù ha una posizione subordinata perché in primo luogo è Colui che è stato mandato per rivelare il Padre. In Giovanni ci sono parecchi segni compiuti da Gesù, ma lui stesso è il segno più grande che indica Dio.

Esegesi


vv. 20-22   Secondo il Brown la presenza dei greci alla festa della Pasqua ebraica vuol dire che i gentili vengono a Gesù per vederlo: essi sono il segno che per Gesù è "giunta l'ora". Anzi già nei capp. 11-12 troviamo le intenzioni di Dio di salvare i gentili. La loro venuta è teologicamente importante per l'universalismo ch'essa attesta.
Per altri commentatori invece la presenza dei greci si riferisce sia ai Giudei della Diaspora che a persone di cultura ellenistica (Atti 6,1) che possono anche essere degli stranieri al popolo d'Israele, dei "tementi Dio", interessati al monoteismo e alle regole etiche giudaiche. La richiesta dei greci a Filippo e Andrea, che sono gli unici discepoli ad avere dei nomi greci, si mantiene nella stessa prospettiva dell'unzione di Betania che ha annunciato in anticipo la morte e l'elevazione alla Croce di Gesù. Con la venuta dei greci l'"ora" è diventata ormai realtà presente (Molla). Anche per lo Strathmann questi uomini sono Elleni, gente del mondo di lingua greca, greci timorati di Dio, proseliti, perché si recano alla festa. Il desiderio dei greci è qualcosa di eccezionale perché indicano l'"ora", ma dopo la richiesta a Gesù, di loro non si parla più. Per l'evangelista ciò che è importante è che il mondo greco si accorga di Gesù perché Gesù è il Salvatore del mondo.
I greci vogliono vedere Gesù: "vedere è credere" perché la nostra fede deve avere una qualche base nell'esperienza. Il rapporto tra fede ed esperienza lo troviamo in ogni pagina del Nuovo Testamento, specie nell'evangelo di Giovanni (così il Kysar). Anche il Barrett dice che i greci, saliti al culto durante la festa non sono pagani, ma ebrei di lingua greca. Giovanni vuole che l'ebraismo di lingua greca non ripeta l'errore dell'ebraismo palestinese, rigettando Gesù. Per il Dodd i greci non sono pagani, ma "timorati di Dio" perché partecipano alla celebrazione festiva giudaica.

v.23   "L'ora della glorificazione è giunta" (13,1; 17,1). In questa parte del cap. 12 ci sono elementi sparsi che si possono mettere in parallelo con la scena sinottica dell'agonia, per esempio 12,23 e Marco 14,41. L'ora è diventata ormai una realtà presente e la glorificazione una necessità perché Gesù deve. Deve obbedienza totale al Padre perché egli è l'inviato per eccellenza, secondo il disegno di Dio. Nei capitoli precedenti si era sempre detto che la sua ora non era ancora venuta, ora essa è venuta, l'ora della glorificazione del Figlio dell'Uomo. La glorificazione del Figlio dell'Uomo consiste nella salvezza per la vita eterna di quel mondo che comincia a credere in lui. Glorificazione attraverso la morte e la resurrezione, cioè attraverso la sua elevazione, che gli dà la possibilità di attrarre tutti a sé. Questo concetto è spiegato con la metafora del grano di frumento.

v. 24  Per annunciare la sua morte Gesù usa l'immagine corrente del seme. Nei Sinottici quest'immagine fa parte delle parabole del Regno (Marco 4, 3-8; 26-29), ma qui ha un senso diverso. Ogni seme deve disgregarsi per rendere possibile la sua moltiplicazione, così è per Gesù se egli vuole che il giudizio di misericordia di Dio raggiunga tutti gli esseri umani. Il seme deve cessare di esistere perché il miracolo della sua moltiplicazione possa aver luogo. Questa possibilità, offerta a tutti gli esseri umani, di incontrare il Dio vivente, dipende dal Creatore che rivela in Gesù Cristo la sua volontà misericordiosa; ma appartiene alla creatura fare la sua scelta, prendere sul serio questo gesto di Dio o aggrapparsi alla propria vita (cfr. il Molla).
Caratteristiche giovannee rispetto alle parabole sinottiche sono: il doppio amen (in verità, in verità) il verbo menein (rimanere: usato per le persone, lo Spirito, l'amore, la gioia, l'ira e la parola). L'uso di pherein (portar frutto), mentre i sinottici usano poiein e dounai. Il granello di frumento caduto in terra significa morire. Gesù parla della morte come mezzo per conquistare la vita per tutti gli esseri umani: il contrasto è tra morire e portar frutto e non morire e quindi rimanere improduttivi (cfr. il Brown).
Nel libro dei segni Gesù è visto come Colui che dà agli esseri umani la luce e la vita, ma queste dipendono dalla sua morte e resurrezione. Alla fine del suo ministero Gesù proclama: "E' giunta l'ora", sta per giungere l'avvenimento che manifesterà la realtà sottostante a tutti i segni. Proprio abbracciando la morte e offrendo la sua vita Cristo glorifica Dio e nello stesso tempo riceve da lui la vera gloria. Cristo intuisce che la sua gloria non solo non consiste nell'affermazione della sua personalità, ma esige un effettivo rinnegamento di sé, rinnegamento reso esplicito nella metafora del seme (vedi il Dodd).

v- 25  Il contrasto fondamentale è tra odiare e amare (cfr. Luca 14,26 e Matteo 10,37). Vi sono 5 detti riportati nei Sinottici su questo tema: Mc. 8,35; Luca 9,24 e 17,33; Mt. 10,39 e 16,25. Però il Dodd dice che il detto di Giovanni non è un riadattamento del modello sinottico ed è più vicino al detto aramaico che non i Sinottici. Secondo il Brown "la sua vita" si riferisce alla vita fisica perché l'antropologia giudaica non conteneva il dualismo di anima e corpo. Inoltre il verbo apollynai è meglio tradurlo con distrugge piuttosto che con "perde". Questo versetto ripete in forma non parabolica il tema del versetto 24, cioè la necessità di morire per vivere. Nel v. 24 però Gesù doveva morire per portare gli altri alla vita, qui il seguace di Gesù non può sfuggire alla morte più del suo Maestro, ma deve passare attraverso alla morte per giungere alla propria vita eterna. Questa considerazione è il segno di quanto per la Comunità più antica l'idea del Crocifisso andasse unita ad un pressante invito a caricarsi anch'essa del peso della Croce (Mt. 10,38s.; 16,24s.).
"Colui che odia  la sua vita", ma in questo mondo: mette in evidenza ciò che lega l'uomo alle potenze di questo mondo ed è quindi un invito a contestare l'ordine di questo mondo. Chi fa questa scelta sussisterà in eterno davanti a Lui (1,4; 3,15; 4,14….).

v. 26  Il parallelo marciano (8,35) di Giovanni 12,25 è preceduto dalla frase:" Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua"(8,34), che sta in parallelo con Giovanni 12,26. In entrambe le tradizioni (sinottica e giovannea) i due detti sono uniti, ma in ordine inverso, e entrambi sono un invito a imitare Gesù. Ma il testo di Giovanni è più breve dei detti sinottici (vedi anche Mt. 10,38 e Lc. 14,27) perché manca il "porti la sua croce". Inoltre, mentre i Sinottici dicono "venir dietro a Gesù", Giovanni dice "servire Gesù". I Sinottici non parlano dei discepoli come dei servi di Gesù, però le donne lo avevano servito (Mc. 15,41 e Lc. 10,40). Forse la forma giovannea è quella più antica (cfr. il Brown). "Se uno mi serve" esprime una condizione indefinita, "Il Padre lo onorerà" ha un suo contesto in 5,23 e 8,49: il versetto è un parallelismo semitico, avendo servito il Figlio, il discepolo è onorato dal Padre. Il pensiero giovanneo sembra qui differire dai testi sinottici, per esempio da Marco 10,43-45. Qui Gesù vuol dire che chi lo riconosce come Signore e Maestro e quindi entra al suo servizio, quello "lo segua" e diventi suo discepolo. Così la relazione Maestro-servitore diventa relazione Maestro-discepolo. Attraverso la relazione che l'unisce al Figlio, il discepolo si troverà nella comunione del Padre (cfr. il Molla). 

Spunti per la predicazione

Il racconto si svolge nel contesto della Pasqua ebraica: tra coloro che salgono a Gerusalemme per la festa vi sono alcuni che non appartengono al popolo d'Israele, di cultura ellenistica, ma interessati al monoteismo ebraico. Essi vogliono "vedere" Gesù, vogliono fare l'esperienza di questo incontro, d'altronde la nostra fede deve avere una qualche base nell'esperienza e, se per noi l'esperienza del vedere Gesù non è più immediata, come lo fu per i discepoli, il Vangelo ci sta dicendo che il Cristo della fede deve essere ancora visto e ascoltato nella comunità dei credenti e che questo vale anche per gli anni 70-80 e non solo per il periodo della vita di Gesù di Nazareth. Nulla ci è detto dell'incontro tra Gesù e i greci, ma mentre nei capitoli precedenti Gesù era solito dire "la mia ora non è ancora venuta", ora invece "la sua ora è giunta": il contesto si fa universale, Gesù deve essere glorificato per attirare tutti gli esseri umani a sé. Questo vuol dire che deve passare attraverso la morte e la resurrezione, come viene ben esplicitato dalla parabola del seme che, caduto a terra, cioè morendo, porta molto frutto. Se si vuole diventare discepoli di Gesù bisogna seguirlo su questa via, lasciare che, nel corso della nostra esistenza, la nostra vita in questo mondo si consumi, si disgreghi a poco a poco al servizio di quel Gesù che ci chiede di servire e di amare quegli esseri umani che Lui vuole attirare a sé. Questa non è la via del successo, ma del servizio e, man mano che sentiamo questa vita terrena sfuggirci dalle mani perché spesa per gli altri, percepiamo la vera vita che ci giunge dall'alto, la comunione con Cristo e con la Comunità dei credenti. E questa è la nostra gioia.

                                                                                      Giovanna Pons



Testi per la lettura

Salmo 107, 1-3. 17-22;  Efesini 2, 1-10


Bibliografia

C.K.Barrett, Il Vangelo di Giovanni e il giudaismo, Paideia Ed., Brescia 1980
R.E. Brown, Giovanni, Cittadella Ed., Assisi 1979
C.H.Dodd, L'interpretazione del quarto Vangelo, Paideia Ed., Brescia 1974
R.Kysar, Giovanni, il Vangelo indomabile, Claudiana Ed., Torino 2000
C.F.Molla, Le quatrième Evangile, Labor et Fides, Genève 1977
G.Sloyan, Claudiana Ed., Torino 2008
H.Strathmann, Il Vangelo secondo Giovanni, Paideia Ed., Brescia 1973


19 febbraio 2015



Il cammino verso l'unità
Badante badata

                         Meditazione del Pastore Luca Negro


     
     Ricordo il mio commosso stupore quando un'anziana donna rumena, di professione badante, una domenica mattina al culto, in chiesa, rivolse al Signore una spontanea preghiera di intercessione per l'anziano da lei assistito, molto sofferente e giunto alla fine della vita. Mi colpirono la tenerezza, la partecipazione, il sincero affetto. La storia mi è tornata in mente quando ho visto di recente le scene di un delicato film, "A simple life", che parla appunto di un'anziana a servizio di una famiglia borghese per oltre 60 anni, la quale, assistendo con dedizione profonda l'ultimo rampollo della stirpe, viene poi colpita da un ictus. Cosa succede quando chi si è preso cura per tutta la vita, della propria o della altrui famiglia, diviene per l'età o per un evento traumatico, essa stessa bisognosa di accudimento?
La domanda, confessiamolo, ci trova sovente impreparati. Sicuramente lo è chi ha fatto del servizio agli altri la ragione della propria vita. Il cambiamento è talmente radicale che molti dichiarano candidamente di temere la perdita della propria autonomia molto più che la morte stessa. Ma il cambiamento trova spesso impreparata anche la società, la quale facendo sempre di più leva sull'efficienza e sulla produttività, manifesta sempre più spesso un grave deficit di attenzione sociale verso chi si viene a trovare in una simile situazione e non ha mezzi per far fronte alla sua mutata condizione. C'è poco spazio sociale per badare a chi ha badato per tutta una vita! Quasi nessuno, se si tratta di una persona sola, straniera o povera.
Nel film che citavo prima, accade che il giovane accudito, dinanzi alla malattia della anziana domestica, scopra un sentimento di sincera gratitudine che lo porta poi a prendersi cura di lei con tenerezza, quasi filiale. E' così che dovrebbe essere. E' così che una società dimostra di essere umana e matura: quando ben al di là del sostegno sociale ed economico che comunque vanno garantiti, le relazioni si rafforzano nel senso della compassione, dell'empatia. E chi per tanto tempo è stato accudito, impara a restituire le attenzioni a chi si trova a svolgere questa ultima fatica, che è il diventar vecchi e morire.
Vorrei che attraverso questa "Finestra", stamattina arrivasse una nota di sincera gratitudine verso chi ha speso la propria vita ad assistere altri, andando ben oltre il mansionario. Ma mi piacerebbe tanto che fosse anche una nota di incoraggiamento per chi, per lunghi anni ha ricevuto premure e assistenza, ed oggi si trova dinanzi all'urgenza di prendersi cura del proprio caro in difficoltà, ammalato o anziano. Finché una generazione saprà restituire all'altra le tenerezze ricevute, rinunciando a giudizi di bilancio e di merito; finché sapremo manifestare una gratitudine personale e sociale ai nostri vecchi, e sapremo dare onore a chi oggi è nella difficile condizione della perdita, anche solo parziale, della propria autonomia, ci sarà un futuro di benedizione per noi, come recita l'antico comandamento divino "Onora tuo padre e tua madre affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra". Più che un comandamento prezioso, una promessa.

                                                                                                                                                          PASTORE LUCA NEGRO





Domenica 15 Febbraio 2015
Culto Evangelico – Federazione delle chiese evangeliche in Italia
via Firenze 38, 00184 Roma – tel. 06.4825120 – email: culto.radio@fcei.it

18 febbraio 2015





LETTERE PATENTI DI CARLO ALBERTO (1848)


"CARLO ALBERTO, per grazia di Dio re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc. principe di Piemonte, ecc. ecc.
     Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que' Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già' adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
     Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
     I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de' Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
     Nulla è però innovato quanto all'esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.

Date in Torino, addi' diciassette del mese di febbraio, l'anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo".


     Le Lettere Patenti pongono fine a secoli di lotte, di persecuzione, di segregazione, di violenza, di morti nelle carceri, sul rogo. I Valdesi ricevono così un primo riconoscimento di popolo civile, che fa della sua fedeltà all'Evangelo bandiera della libertà di religione, di fede, di pensiero. Libertà di coscienza. Non solo per se stessi ma per tutti.
È per questo che il 17 febbraio è un giorno di liberazione di ogni uomo,  di ogni donna.
È pur vero che le Lettere Patenti non autorizzarono la libertà di culto o quella di costruire templi al di fuori del ghetto alpino in cui furono per secoli relegati, ma furono il primo passo verso una più ampia e totale libertà. Per questa bisognerà attendere ancora molti anni. 
   

27 gennaio 2015



Non vogliamo dimenticare, perché non accada mai più!
Ebrei, Rom, Sinti, testimoni di Geova, comunisti, omosessuali, uccisi da uomini che l'odio razziale e l'dea di una falsa supremazia di una razza sulle altre hanno trasformato in bestie feroci senza cuore né anima. La notte oscura dello sterminio di una parte dell'umanità (ma non è stata l'unica) ci insegna a essere vigili su noi stessi, perché è dentro di noi che si annida il male. E il male deve essere combattuto ricordando a noi stessi quali orrori e delitti siamo capaci di compiere se non educhiamo noi stessi all'accettazione dell'altro, che riteniamo diverso da noi per cultura, colore della pelle, per credo religioso o politico, per sesso. 
Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli dei campi di concentramento e i pochi sopravvissuti sono tornati alla vita e alla libertà.
Non permettiamo a nessuno di privarci della libertà e della gioia di vivere!  
      

24 dicembre 2014

Cari Lettori, care Lettrici di Bibbia e Telologia,

la Redazione di questo blog 
vi augura 
un Felice Natale e un Sereno Anno Nuovo!

Nonostante tutte le cattive e tristi notizie che arrivano da più parti del mondo, come cristiani osiamo nutrire la speranza di un mondo migliore, di un futuro più radioso. Lo possiamo affermare con tranquillità e fiducia, perché la venuta di Cristo Gesù in questo mondo è la notizia più rassicurante che l'uomo abbia mai ricevuto. Ecco perché:
1)   perché Cristo è il Salvatore del mondo. "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore" (Luca 2:11). Gesù non è venuto per condannare questo mondo, ma per salvarlo (Giovanni 3:17).
2)   perché Gesù Cristo è l'amore di Dio che si rivela e si riversa su di noi. "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Giovanni 3:16).
3)   perché Gesù Cristo è L'Emmanuele, Dio con noi. La sua presenza rimuove la paura e ci dà forza e coraggio per andare avanti nella vita, con fiducia.

Gesù Cristo, dunque, è la notizia più gioiosa che abbiamo ricevuto. È rivolta a tutti gli uomini e coloro che la ricevono con fede hanno la responsabilità di annunciarla e di viverla.

Caro Lettore, cara Lettrice, questo mondo può cambiare se il cambiamento comincia da te, da me, da noi.

Auguri di pace e di ogni bene.

                                                                              Aldo Palladino

07 dicembre 2014


Marco 1: 1-8

Giovanni Battista, 

il messaggero che prepara la Via


Predicazione di Aldo Palladino




Il testo biblico
1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio.
2 Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia:
«Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via.
3 Voce di uno che grida nel deserto:
"Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"».
4 Venne Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. 5 E tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
6 Giovanni era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e si nutriva di cavallette e di miele selvatico. 7 E predicava, dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Testi d'appoggio: Isaia 40: 1-5, 9-11; 2 Pt. 3: 8-14

Non deve sorprenderci se in questa seconda domenica d'Avvento per la nostra riflessione ci soffermeremo sul vangelo di Marco in cui, come è noto,  non c'è un racconto della nascita di Gesù. L'originalità di Marco sta nel presentarci, nel brano che abbiamo letto, l'avvento del Signore non tra angeli, pastori e magi, ma attraverso la predicazione di un personaggio, Giovanni Battista, che chiude la storia del profetismo in Israele. Egli è stato preannunciato nell'Antico Testamento dai profeti Isaia, Malachia e dal libro dell'Esodo (Isaia 40:3; Mal. 3:1; Es. 23:20) secondo i quali Gesù Cristo sarebbe stato preceduto da un messaggero, un redivivo profeta Elia, che ne avrebbe preparata la venuta. Dunque, Giovanni Battista fa da ponte tra passato e futuro, tra l'Antico Patto e il Nuovo Patto, e prepara l'imminente passaggio dall'economia della legge all'economia della grazia.
Ma ciò che di questo profeta attrae le folle dalla Giudea e da Gerusalemme (v. 5), più che il suo modo di vestire con pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e il suo stile di vita da uomo del deserto nonché la sua alimentazione a base di cavallette e miele selvatico [che pure devono avere attirato parecchi curiosi!], è il contenuto della sua predicazione, che ha tre tematiche:
1)    il tempo dell'attesa;
2)    il tempo del ravvedimento (ciò che devono fare gli ascoltatori);
3)    il tempo  di Dio che viene (ciò che farà Dio).
Cerchiamo di esaminare ciascuno di questi aspetti della sua predicazione.

Il tempo dell'attesa
Il giudaismo di quell'epoca attendeva con ansia il risveglio della profezia, un'attesa lunga durante la quale ogni giudeo, ciascuno secondo le proprie sensibilità, era animato dalla speranza di una restaurazione politica, sociale, spirituale.
Israele è sotto il dominio e il giogo romano, sofferente per la perdita della libertà politica, per le imposte che gravano sulla vita economica, per l'arbitrio illegale e gli atti di violenza dei soldati che amareggiano gli animi, per la divisione del popolo in partiti e gruppi che si fronteggiano con odio mortale: Farisei, Sadducei, Zeloti, pubblicani.
Insomma il clima di profonda crisi fa presagire che un cambiamento è necessario, semplicemente perché il mondo non può continuare così. Aspirazioni politiche e religiose si mescolano: liberazione d'Israele dal giogo dei Romani, da una parte, e restaurazione del Regno di Dio sulla terra, dall'altra.
E qui viene spontaneo un accostamento all'attuale, difficile momento che il nostro Paese sta attraversando: depressione economica, forte disoccupazione, soprattutto giovanile, perdita di posti di lavoro, forte tassazione fiscale, alta evasione, una classe politica incapace di trovare unità intorno ai bisogni della gente, crisi della democrazia e della giustizia sociale, una corruzione dilagante e quasi inarrestabile. Anche noi, siamo in attesa di vedere la luce in fondo al tunnel che stiamo percorrendo con tante preoccupazioni e difficoltà.
Il tempo dell'attesa è un momento in cui si concentrano aspirazioni, si disegnano i propri sogni e i propri ideali, con la speranza di poterli vedere realizzati. In più, per noi credenti, esso diventa uno stile di vita, che fonda la propria vita in Colui che ha promesso che verrà a noi con il suo evangelo/evanghelion, la buona notizia, di un mondo nuovo.

Il tempo del ravvedimento
Giovanni Battista appare sulla scena di questo mondo e annuncia che il tempo dell'attesa è finito. È giunto il tempo del ravvedimento per prepararsi alla venuta del Signore. E grida: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"… e invita le folle a scendere nelle acque del Giordano per un "battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati".
Che cosa significa ravvedimento? Il vocabolo greco metanoia/ravvedimento, che compare in Marco solo questa volta, può meglio essere compreso se lo traduciamo con "conversione", cioè un cambiare direzione, cambiare opinione, un volgersi dell'uomo dalle sue opere e dalle sue vie malvage, attraverso il pentimento, alla fede nel Dio vivente. Israele deve riconoscere di essere lontano da Dio, di essere un popolo peccatore e di avere bisogno di una conversione. Bisogna farsi battezzare  "per il perdono dei peccati" (v. 4). Con questo concetto il Battista coglie il centro dell'idea di salvezza vetero-testamentaria. Geremia infatti aveva detto che l'ultima parola di Dio sarebbe stata parola di perdono (Ger. 31:34; Is. 33:24; Michea 7:18). I Salmisti avevano cantato la misericordia, la grazia, la pazienza e la gran benignità di Dio (Sal. 103:8; 145:8) e che presso di lui vi è perdono (Sal. 103:4).
La colpa di Israele è di avere cercato di percorrere le sue vie, le sue soluzioni ai problemi del paese senza Dio, senza alcun timore di Dio o, peggio, di averlo fatto con una religiosità ipocrita. Israele ha dimenticato come Dio lo abbia liberato dalla schiavitù e come lo abbia sorretto nel corso della storia quando Israele ha rivolto il suo cuore a Lui. Ma ora è tempo di tornare a Dio, di confessare il proprio peccato scendendo nelle acque del Giordano per farsi battezzare. Il simbolismo degli elementi è evidente; tutto è provvisorio. L'acqua del Giordano è acqua di purificazione, ma il vero battesimo avverrà nella sua Parola e nello Spirito Santo quando ci sarà l'avvento del Signore, Gesù Cristo.
Fratelli e sorelle, anche per noi è tempo di ravvedimento. Anche noi siamo chiamati:
-       alla decisione della fede e non soltanto a un tendere l'orecchio all'Evangelo senza mai impegnarci;
-       a non confondere la fede con certe emozioni o stati d'animo passeggeri, perché il Regno di Dio non è fatto di ammiratori e di commossi, perché ammirazione, commozione, curiosità, anche se sono la porta del ravvedimento, non sono ravvedimento; 
-       a non vivere una fede – come alcuni filosofi osservano - senza Dio, come orfani di Dio, o dopo Dio, come se Dio fosse andato in pensione, perché ravvedimento è anche riconoscimento che Dio è vivente e operante;
-       a non vivere la nostra fede come giudizio degli altri, con la falsa presunzione di essere migliori degli altri, perché il giudizio appartiene a Dio che ha la parola ultima su tutto e su tutti.
 Insomma ravvedimento è anche un liberarsi da ogni surrogato della fede per essere possibilmente credenti veri e autentici.

Il tempo di Dio che viene
«Dopo di me viene colui che è più forte di me». Nella sua predicazione Giovanni pone l'accento sull'evento che egli sta preparando, su Colui che viene. Di Lui Giovanni afferma due cose:
1°) che Colui che viene è più grande del suo messaggero al punto che Giovanni dice di non essere degno di slegargli i legacci dei calzari. Lui, uomo di tanto valore  che non s'inchina davanti a nessuno, dichiara di essere più piccolo del più umile schiavo del suo padrone.
2°) che il Signore che viene battezzerà con lo Spirito Santo. Giovanni riconosce la superiorità divina di Colui che viene e della sua opera messianica di salvezza attraverso la quale effonderà il suo Spirito per creare un popolo di discepoli e testimoni della sua grazia.
Fratelli e sorelle, Dio viene anche per noi. Viene nel deserto di questo mondo per incontrarci, per curare le nostre malattie e per consolarci, per essere al nostro fianco nella vita quotidiana e per orientare le nostre scelte e il nostro cammino nella chiesa e nella società. Il Signore viene per ricondurre quest'umanità smarrita e disorientata sulla sua via. È la via dell'amore per Dio e per il prossimo, la via della pace, della giustizia, dell'accoglienza e della solidarietà. È la via attraverso la quale il Regno di Dio si instaura e si fa vicino.
                                                                                  Aldo Palladino


Domenica, 7 dicembre 2014
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
10144 - Torino

01 dicembre 2014

I poveri nella Bibbia

di Jean-Paul Guetny

(articolo tratto da www.dimensionesperanza.it)


I poveri occupano un posto importante nella Bibbia, dal profeta Amos a Matteo: Dio ha per essi uno sguardo particolare. Egli ha con loro una relazione privilegiata. E, secondo san Paolo, bisogna scoprire in essi l'immagine di Cristo che si è fatto povero.
Quando si parla di cristianesimo, soprattutto nella sua versione cattolica, vengono in mente due immagini contrastanti tra loro: da una parte quella di una chiesa opulenta, «i tesori del Vaticano»; dall'altra una fila di uomini di fede, dall'eremita Antonio fino al padre Joseph Wresinski (1), passando dal poverello di Assisi, che hanno scelto la via della povertà. Che essi vivano nell'agiatezza o nella miseria, tutti i cristiani accettano come riferimento la Bibbia. Chi ne dà la migliore interpretazione?
Nel percorrere questa biblioteca, si resta colpiti nel costatare il posto importante che occupano i poveri. Durante "la belle époque" (2) che costituisce l'ottavo secolo precedente l'era corrente, il profeta Amos prende la loro difesa (Am 5,11-12). Un secolo più tardi, un altro profeta, Sofonia, fa dei "poveri del paese" i promotori di un cambiamento positivo: essi sono definiti il "resto d'Israele" (So 3, 11-13). Il Deuteronomio, libro legislativo, stipula: "Che non ci siano poveri presso di te (Dt 15,14)". I membri del popolo sono invitati a considerarsi tutti fratelli. Sono prescritte un certo numero di pratiche di solidarietà: il riscatto degli schiavi ebrei al termine del settimo anno di servizio; un anno di riposo della terra, ogni sette anni, per la condivisione con i poveri, ecc.
Il ritorno dall'esilio a Babilonia rappresenta una svolta decisiva. I poveri non costituiscono più una categoria di persone del popolo che ritorna nella sua terra, ma il popolo intero (leggi Isaia, capitoli 40-55), rappresentato sotto i tratti del servo sofferente (capitoli 52 e 53). Israele è chiamata "la mendicante" (51-21). Al capitolo 61 dello stesso Isaia, si fa allusione ad un personaggio dall'identità misteriosa - si tratta del profeta? Del Messia? Di Gerusalemme? - che dichiara: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato: egli mi ha mandato a proclamare la buona novella ai poveri" (v1). La parola greca corrispondente è "evangelizzare".
Questi poveri li si ritrova nei Salmi. Spesso sono essi che prendono la parola; e Dio non resta sordo al loro grido: "Un povero grida e Dio lo ascolta e lo salva da tutte le sue angosce (34,7, secondo la numerazione ebraica)."
Ai sapienti spetta il compito di superare la stretta visione di Israele e di allargare la riflessione a tutta l'umanità.
Se arrivano a denunciare la povertà come un frutto possibile della pigrizia (vedi il libro dei Proverbi 24, 30-34) la maggior parte del tempo essi ricalcano la posizione dei profeti e prendono le difese dei poveri. "Chi opprime il povero, dice uno di essi, offende il suo creatore (Pr 14,31)".
E' dunque chiaro che Dio prende le parti dei poveri. Questi costituiscono l'oggetto privilegiato della sua attenzione.
Ma cosa si intende esattamente per "poveri"? E come mai questa "scelta preferenziale" di Dio nei loro confronti?
Per noi il povero è colui che possiede poche cose. Ma "il Semita - nota l'esegeta Jacques Dupont - è più sensibile all'inferiorità sociale che rende le persone di modesta condizione le prede dei potenti e dei violenti… Il povero appare come uno sprovveduto, i Giudei lo guardano come un uomo indifeso." (3) I due principali termini ebraici per designare i poveri – 'ani e 'anaw, usati prevalentemente al plurale 'anawim - fanno riferimento ad una situazione di miseria sociale. Tuttavia in alcuni testi il secondo esprime ugualmente una sfumatura religiosa.
"Cercate l'anawah", dice Dio per bocca del profeta Sofonia (So 2,3).
Il motto ebreo è generalmente tradotto col termine "umiltà".
Paul Bony sottolinea che non si è lontani dall'attitudine della "sottomissione a Dio" raccomandata dall'Islam.
La preoccupazione biblica dei poveri si esprime in molti modi. L'esperienza fondante di Israele e "il filo conduttore" della sua storia, è - ci ricorda Alain Durand – "la liberazione dall'oppressione subita dal popolo in Egitto" (4). Tutte le prescrizioni del libro del Deuteronomio, di cui alcune riguardano il comportamento nei riguardi dei poveri, sono inquadrate da alcune narrazioni che fanno memoria dell'Esodo (Es 6,20-24 e 26, 1-11).
"Mio padre era un Arameo errante - dice il secondo passo - egli è disceso in Egitto (…) ma gli Egiziani ci hanno maltrattati, essi ci hanno ridotto in povertà, ci hanno imposto una dura schiavitù…" E' proprio per il fatto che Dio ha avuto pietà della miseria del popolo, che esso è chiamato a mostrare la sua solidarietà verso i miserabili. La liberazione dall'Egitto è da mettere in correlazione con l'elezione divina di cui beneficia Israele. Ora, per il profeta Amos, opprimere il povero significa andare contro questa elezione. Il popolo non è più tale quando opprime i poveri.
Ma il Dio d'Israele, afferma la Bibbia, è lo stesso Dio di tutti gli uomini. Creati "a sua immagine" (Genesi 1, 27), noi abbiamo la stessa dignità . "E' per questo - sottolinea Alain Durand - l'esclusione del povero è un attentato all'immagine stessa di Dio", allora che la pratica della solidarietà "renda testimonianza all'universalità dell'atto creatore".
Sulla questione della povertà, il Nuovo Testamento assume l'insegnamento dell'Antico. Nel Magnificat (vangelo di Luca 1,46-56), Maria celebra un Dio che viene a sconvolgere le gerarchie sociali: "Abbatte i potenti dai loro troni e innalza i gli umili" (52) idea già espressa da alcuni salmi (107,40-41; 113,7-9). Gesù è presentato come il Messia dei poveri. Agli inviati di Giovanni Battista che lo interrogano sulla sua identità (Matteo 11,3 – Sei tu colui che deve venire?"- Gesù risponde citando la frase di Isaia al cap. 61: "I poveri ricevono la buona novella ".
Lo stesso testo di Isaia serve di supporto al discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret (vedi Luca 4,16,22) ed egli aggiunge una citazione ad Isaia "per rimandare in libertà gli oppressi" (Esodo 58,6 ), "cosa che, nota Paul Bony, accentua la dimensione sociale della liberazione" realizzata da Lui.
Tutto il Vangelo è dello stesso genere. La prima delle beatitudini si presenta così: "Beati voi, poveri…" secondo la versione di Luca (6,20) di carattere sociale; "Beati voi, poveri di spirito …", secondo la versione di Matteo (5,3) di carattere più religioso. Se i poveri sono definiti "beati", non è in virtù di una qualsiasi superiorità ontologica, ma perché essi saranno liberati e in loro si manifesterà la potenza divina.
Nei vangeli Gesù è presentato come il povero per eccellenza. Nasce in una mangiatoia, trascorre una vita itinerante da povero, senza casa né luogo. In termini odierni lo si direbbe "senza domicilio fisso" (Lc 9,58). La sua ignobile morte è quella propria degli schiavi. Il suo ministero si indirizza dall'inizio agli esclusi del suo tempo: i poveri, i bambini, i peccatori. Egli è - scrive Alain Durand - il "destinatario insospettato" di ciò che viene fatto per i poveri. Tale è il senso dell'episodio del giudizio finale, riportato da Matteo al capitolo 25 (11-34). Il "gregge" della fine dei tempi sorpassa il solo Israele; esso si estende a tutte le nazioni.
I "prescelti" sembrano perplessi; essi non comprendono la fortuna di cui beneficiano.
Cristo ne dona la chiave: "In verità vi dico, ogni volta che avete fatto questo a uno solo dei miei fratelli più piccoli, voi l'avete fatto a me (v.40)". A proposito di questo episodio, Paul Bony parla giustamente dell'"identità cristica dei poveri ".
La prima comunità cristiana si è ricordata di questo insegnamento. La messa in comune dei beni, costituisce, sottolinea Alain Durand, "una pratica economica nuova": "non c'erano indigenti fra loro (Atti 4,3-4) " E quando Paolo e Pietro si dividono la predicazione "noi verso i pagani, voi verso i circoncisi ", cioè i Giudei, c'è una cosa che non è divisa: il ricordo per i poveri" (Gal 2-10), che deve continuare ad animare ciascuno. Dio, scrive Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi, (1, 26-31) ha scelto i "senza": senza saggezza, senza nascita, senza potenza.
con l'idea di onnipotenza… ora il Dio cristiano ha questo di paradossale, che la sua onnipotenza è percepita nel modo più giusto proprio a partire dall'idea di povertà piuttosto che da quella di forza.

Distorsioni cristiane
Alain Durand punta un certo numero di errori che si sono potuti riscontrare nella storia cristiana a proposito della povertà:
  • Il primo consiste nel ridurla ad un tema: il discorso – generoso - tient lieu de rèalitè - una solidarietà effettiva con i poveri
  • Il secondo torna a confondere l'utilizzo moderato dei beni – lo stile di vita modesto - con questa stessa solidarietà
  • Il terzo interpreta la povertà evangelica come una virtù per privilegiati, riservata a qualcuno che ne ha fatto il voto, mentre la massa dei cristiani ne sarebbe dispensata.
  • Il quarto - e su questo punto, il nostro autore cita Albert Nolan, il teologo sudafricano - risiede in una concezione "romanzesca" del povero, trasformato in una sorta di eroe. Vi è stato un tempo, scrive Nolan, una tendenza a "romanzare la vita monastica, poi quella del missionario, poi del sacerdote. Ed ora – aggiunge - entriamo in un periodo in cui si hanno idee romantiche sui poveri."
I diritti dell'affamato
Nella sua omelia 6 Contro la ricchezza, Basilio di Cesarea (329-379), un Padre della Chiesa della regione della Cappadocia, ha alcune affermazioni nette: "Quali sono i beni che ti appartengono? Da dove tu, ricco, li hai presi? Tu assomigli a un uomo che, prendendo posto in un teatro, vorresti impedire agli altri di entrare e vorresti gioire da solo dello spettacolo al quale tutti hanno diritto… All'affamato appartiene il pane che tu hai". Questa dottrina sarà quella della chiesa … dalla metà del IX sec. e l'inizio del XIII. Al seguito di Gilles Couvreur, che ha dedicato una tesi alla questione, Alain Durand riassume gli argomenti proposti.
  • "Ciò che la legge non permette, lo permette la necessità". Altrimenti dice, il diritto di proprietà non è assoluto.
  • E' un dovere del ricco assistere il povero con le sue ricchezze. "L'affamato può servirsi da solo presumendo che il proprietario (del cibo derubato) glielo permetterebbe".
  • In questo caso non si deve parlare di furto, "perché il bene preso dall'affamato è reso comune dalla necessità". Nella Summa teologica (II-II, quest. 66, art.7), Tomaso d'Aquino afferma: "I beni che alcuni possiedono in sovrabbondanza sono dovuti, per diritto naturale, all'alimentazione dei poveri."
A ciò, Alain Durand aggiunge, secondo una tradizione in vigore nella Chiesa, "il fine ultimo del diritto di proprietà è quello di mettere a disposizione di tutti gli uomini i beni della terra e non solo, come sembra evidente oggi, di limitarne l'uso ai soli proprietari".

Quando i poveri erano eretici
Il Medioevo, nota Bernard Félix, è stato "percorso da un gran numero di movimenti di rivolta contro l'indegnità del clero e contro il suo attaccamento alle ricchezze" (1). Questi movimenti di protesta hanno dato luogo particolarmente alle "eresie dei poveri". Tutte sono state sconfitte. Solo una è riuscita ad attraversare i secoli, malgrado le persecuzioni: il movimento valdese.
Esso deve il suo nome ad un commerciante di Lione, Pietro Valdo, nato tra il 1135-1140 e morto quasi sicuramente tra il 1206-1207. Un giorno, questo uomo lascia la sua famiglia e distribuisce ai poveri i suoi beni, prendendo come "precetto imperativo" - sono le sue parole - i consigli di Gesù al giovane ricco (Matteo 19,21). Con i suoi compagni, ai quali si aggregano alcune donne, egli va per le strade – chiamati i "sandalizzati", vivendo di elemosine, praticando il digiuno, con l'unico desiderio di seguire Gesù. L'arcidiacono Gautier Map, incaricato da Roma di informare il caso, descrive "i poveri di Lione" così soprannominati allora, come i "seguaci nudi di un Cristo nudo".
Questi poveri laici non esitano a predicare, a partire dal Vangelo di cui hanno fatto fare anche una versione in lingua vernacolare . E' inaccettabile per la Chiesa dell'epoca. Inoltre, queste persone vivono in comunità, fuori da ogni collegamento gerarchico. Il concilio di Verona (1184) e quello di Latran (1215) condannano i valdesi. Francesco d'Assisi conosce una sorte migliore una trentina d'anni dopo Valdo, anche se la "regola ideale" che egli propose è stata temperata dal suo ordine e dalla gerarchia ecclesiastica. Precursori dallo sguardo lungo, i valdesi aderiscono alla Riforma protestante del 1532, con il sinodo di Chanforan, in Piemonte. Oggi le due comunità più importanti si trovano in Italia e in Uruguay.
                                                                            Jean-Paul Guetny



(1) Bernard Félix, L'eresia dei poveri. Vita e pensiero di Pietro Valdo (Labor et Fides, 2002). Un'opera istruttiva di un protestante ricco di simpatia per Pietro Valdo e per la chiesa da lui scaturita, facente parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese dall'inizio.