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03 aprile 2008


Goffredo VARAGLIA

(1507 – 1558)

 

450° ANNIVERSARIO

29 marzo 1558 – 29 marzo 2008

 

 

 

Nacque nel 1507 a Busca, non lontano da Cuneo. Suo padre, ufficiale del Duca di Savoia, aveva partecipato alla sanguinosa crociata contro i Valdesi del Pragelato nel 1488-89.

Orientato fin da ragazzo alla vita religiosa, il Nostro Goffredo entrò a 14 anni nell'Ordine dei Francescani osservanti nel convento di Busca.

Dopo un lungo tirocinio e vari anni di studio a Torino, nel 1528 fu ordinato sacerdote nella cattedrale della città dal vicario del cardinale Cybo.

Quando Matteo da Bascio e altri tre frati fondarono un nuovo Ordine francescano ancora più rigoroso, che sarà detto dei cappuccini, Goffredo vi aderì con entusiasmo accettandone le condizioni di vita estreme, al limite delle capacità umane.

Intorno al 1536 fu scelto tra i dodici predicatori inviati in ogni regione d'Italia. Divenne amico di Bernardino Ochino che nel 1538 e poi ancora nel 1541 sarà eletto generale dell'Ordine ed ebbe certo con lui molte conversazioni chiarificatrici. Seguendo il consiglio del suo generale, Goffredo iniziò a "leggere assiduamente nell'eccellentissimo libro della croce". Fu allora che il messaggio della salvezza per sola grazia cominciò a far breccia nel suo cuore. Anni dopo dirà:

 

"quand'ero cappuccino e credevo di avere per la mia povertà e per altri voti meriti d'avanzo, non lasciavo cosa da fare per divenire santo e comprarmi il paradiso. Ora tutto questo era finito".

 

Nel 1542, quando Bernardino Ochino dovette fuggire a Ginevra per salvarsi dall'Inquisizione, Goffredo fu inquisito e sospettato di opinioni eretiche. Dovette abiurare e fu detenuto per cinque anni a Roma sotto il controllo dell'Inquisizione. Infine fu perdonato ma venne espulso dall'Ordine e fu ammesso come prete secolare.

Nel 1556 Goffredo fu assunto come cappellano personale dal più potente cardinale di curia, Carlo Carafa, nipote del papa Paolo IV, un tipico principe rinascimentale privo di ogni remora morale.

Varaglia seguì il cardinale alla corte di Parigi per una importante missione diplomatica. Al ritorno, durante una sosta a Lione, "non potendo resistere agli stimoli della mia coscienza", Goffredo abbandonò il cardinale, i suoi ricchi benefici e si rifugiò a Ginevra.

Qui fu bene accolto da Calvino e iniziò un periodo di intenso studio della Bibbia e dei principi della Riforma. Dopo la necessaria preparazione Varaglia fu inviato come pastore di lingua italiana alle Valli valdesi del Piemonte. Giunse in Angrogna il 26 maggio 1557 e iniziò subito a predicare in italiano nel tempio del Ciabàs per gli evangelici di S. Giovanni e di Bibiana. Le sue prediche forti, appassionate e dense di verità cristiana ebbero grande risonanza. Per ascoltarlo molti accorrevano anche dalla pianura e da località lontane.

Nel mese di novembre ricevette un invito: venire a Busca per un contraddittorio con il frate osservante Angelo Malerba. Pur rendendosi conto del pericolo, Goffredo accettò volentieri lieto di rivedere la sua cittadina natìa. Ma al ritorno fu arrestato a Barge e poi trasferito a Torino, rinchiuso nelle tetre carceri del Castello. Qui iniziò un lungo processo condotto dai rappresentanti del Parlamento e dall'Inquisitore. Gli Atti ci sono stati conservati.

L'imputato si difese energicamente dando dimostrazione della sua profonda cultura. Si fece ogni sforzo per convincerlo ad abiurare, ma Varaglia rimase fermo sulle proprie posizioni. Venne quindi condotto nella cattedrale per la cerimonia della degradazione.

 

 

 

 

 

 

La mattina del 25 marzo 1558 Goffredo fu condotto al patibolo eretto in Piazza Castello. Qui gli fu concesso di parlare alle oltre 10.000 persone presenti spiegando le ragioni per cui era condannato.

Terminò recitando il Padre Nostro e il Credo.

Infine fu strangolato e il suo corpo bruciato sul rogo. Secondo Jean Crespin una colomba bianca volteggiò sopra il fuoco come segno e testimonianza dell'innocenza del condannato.

Le parole di Goffredo e il suo coraggio fecero un'enorme impressione sui presenti.

 

L'11 novembre del 2000 il Comune di Torino pose  in Piazza Castello di fronte a via Garibaldi, una lapide a ricordo di Goffredo Varaglia, pastore valdese.

Nel 450° anniversario di questo rogo della fede ci auguriamo che la memoria dell'intolleranza e della crudeltà ci aiuti a costruire una società in cui le differenze, anche religiose siano apprezzate e non demonizzate. Il dialogo e il rispetto dei diritti umani sia la cifra di un presente che non dimentica un passato doloroso e violento. Non si può costruire un futuro nuovo senza fare i conti con la storia di ieri.

 

 

Per saperne di più:

 

Carlo Papini, Il processo di G. Varaglia (1557-58) e la Riforma in Piemonte, Claudiana, Torino, 2003

Renato Giuliani, Una vita e un martirio da non dimenticare, Edizioni Passeggio, Mantova, 2007.

 

 

11 marzo 2008

Ebrei 12: 1-3 Sulle orme di Gesù


                                                                     Ebrei 12: 1-3
                                             Sulle orme di Gesù
  


                        Note esegetiche e omiletiche
                           per la predicazione
del 16 marzo 2008,
Domenica delle Palme

a cura di Aldo Palladino



Il testo biblico
1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, 2  fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. 3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.

 

Breve introduzione alla lettera agli Ebrei


             La situazione della comunità giudeo-cristiana
Thomas Soggin, nella sua introduzione alla lettera agli Ebrei (ª), analizzando l'ambiente in cui viveva la comunità, afferma che buona parte della cultura era pervasa dalla ricerca di "unificare tutte le religioni nell'unica idea religiosa di un'unica divinità". Questo fermento sincretistico coinvolse il gruppo giudeo-cristiano, che assunse una sua connotazione specifica qualificandosi, nell'ambito della più grande corrente universalistica dell'epoca, come sincretismo giudaico. Tutti discutevano di tutto: dalle teorie angeliche dei filosofi gnostici alla legge mosaica, dal misterioso personaggio di Melchisedec ai sacrifici rituali, ogni argomento era buono per dissertare e sostenere un certo punto di vista.
In questo clima, preoccupato per il crescente raffreddamento della fede e per i rischi più gravi a cui la chiesa andava incontro, l'autore di Ebrei scrive questo discorso esortativo ai suoi destinatari/lettori, diventati - secondo lui - apatici, indolenti e pigri rispetto alla via della salvezza. Infatti:
-  non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11; 6,12);
-  rischiano di rimanere indietro (4,1);
-  trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
-  prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 s.);
-  ora stanno per perdere le forze, stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
"La causa del raffreddamento della fede va cercata per l'autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù" (¨).

 

Esegesi


v. 1 -  "Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,…"

Punto di transizione
In quel "dunque" (toigaroun) di inizio frase (che altre versioni traducono con "perciò" o "pertanto" e che altri ancora intendono "di conseguenza"), cogliamo la conclusione di un discorso sul valore della fede di diversi personaggi dell'AT e l'inizio di una esortazione rivolta ai destinatari della lettera.  L'antica alleanza viene saldata alla nuova e gli antichi testimoni hanno la loro continuità nella comunità giudeo-cristiana. 

Passaggio del testimone
Qui sono implicitamente messi in contrapposizione due gruppi: il primo, definito " una grande schiera di testimoni" o di martiri, è costituito da quella schiera di uomini e donne (cap.11, 4-38), che comincia con Abele  e termina con i profeti e altri anonimi credenti che morirono per la loro fede; il secondo è costituito dalla comunità cristiana ("noi") o giudeo-cristiana, per la quale Dio aveva previsto "qualcosa di meglio" (11, 40) vale a dire il compimento delle promesse in Cristo Gesù.
Questa schiera (folla, nuvola, nuvolo) di testimoni  ci circonda, ci avvolge, ci sta intorno o sta di fronte a noi. Cosa significa esattamente? Occorre mettere subito da parte l'ipotesi che dei morti dell'AT siano spettatori della nostra gara, perché quest'interpretazione non è suffragata dalla Scrittura.  Piuttosto, è condivisibile l'idea che la testimonianza abbia una continuità storica e che "tutti sono collocati sulla medesima fune, con un legame che collega l'intero popolo dei fedeli… Anche noi dunque afferreremo la fune per unirci a tutti gli altri che nel corso dei secoli vi si sono aggrappati, per fede"(Ä).  Ci troviamo, dunque, tutti insieme a formare una comunità di fede ininterrotta. Chi fa parte di questa comunità si trova idealmente a correre la propria gara in uno stadio (la nostra vita cristiana) secondo la vocazione ricevuta, nel tempo e nel luogo assegnato. Il testimone è passato da una mano all'altra per arrivare a noi. Gli atleti di un tempo sono ora ideali spettatori della nostra gara. È il nostro momento. Tocca a noi intraprendere la corsa. È un impegno personale, ma non è escluso un gioco di squadra dato che l'invito a correre è al plurale.

Le condizioni per una gara efficiente

a) Leggerezza dell'essere ("spogliarsi")
Il nostro testo, che fa uso di immagini sportive note al pensiero paolino e postpaolino, ci segnala alcune regole a cui nessun atleta può sottrarsi:
-    "Il corridore si veste il più leggermente possibile;
-    niente pesi di cui si possa fare a meno;
-    niente abiti che si avvolgono intorno alle membra e ne ostacolano il libero movimento;
-    via tutto quanto trattiene e pesa.   
In sostanza tutto questo è il peccato, cioè quanto si oppone a Dio. Esso va eliminato" (§).
Questo peccato "non può che riferirsi all'apostasia e non ad altro peccato particolare. Quei giudeo-cristiani sono infatti esposti al rischio di ritrattare la scelta di Cristo. Allontanarsi dalla fede, infatti, è l'unico grave impedimento alla corsa in essa" (§). La radice di tale comportamento è l'incredulità (2, 17; 3, 13).
Dunque, secondo questa lettura, "peso" e "peccato" hanno la stessa valenza. Ma è proprio così o, piuttosto, dobbiamo pensare a due significati profondamente diversi? F.F. Bruce distingue i "pesi", che possono rallentare la corsa e che sono soggettivi, diversi da persona a persona, dal "peccato", oggettivamente presente in tutti gli atleti e che costituisce la minaccia più grave alla corsa, distogliendo lo sguardo dall'obiettivo finale.

b) Perseveranza
In ogni caso, c'è qui un appello alla disciplina cristiana, perché siamo solo ad inizio gara. La volata finale è ancora lontana. Per raggiungere il traguardo occorre avere perseveranza, costanza (10, 36) o temperanza, consapevolezza della meta che ci sta dinanzi, come afferma Paolo a proposito delle norme che regolano la corsa cristiana (1 Cor. 9, 24-27). 
Dove sta la forza per adottare questa disciplina? Paolo risponde: "Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica" (Fil. 4, 13).
La nostra vita cristiana ha "pesi" e "peccato" che zavorrano la marcia, che la rallentano, ma ha altresì in Cristo le risorse per vincere le difficoltà e gli ostacoli che impediscono la nostra avanzata.

v. 2. "fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio…".

c) Guardare a Gesù con fiducia
Viene qui presentato il terzo elemento utile alla disciplina cristiana per la riuscita della corsa. Chi corre deve avere lo sguardo rivolto verso Colui che la corsa l'ha percorsa fino in fondo, raggiungendo il traguardo e ottenendo il premio.
"Il termine greco aphorontes ha il significato di fissare qualcuno negli occhi, guardare a qualcuno con fiducia, allo scopo di orientare verso lui la propria vita" (·).
 
Gesù: la completezza della fede
Gesù è l'autore (archegos, pioniere) e il perfezionatore (teleiotes) della fede·), perché è stato perfetto nel credere, perfetto nel suo cammino di ubbidienza e di sottomissione al Padre, perfetto nella sua opera di aiuto e di sostegno ai poveri, agli emarginati, agli indifesi ed agli esclusi dalla società, perfetto nel ridare voce e dignità a coloro che erano stati ridotti al silenzio e privati di ogni diritto e riconoscimento umano. Gesù è la forza trainante nella fede per coloro che scelgono di appartenergli o per coloro che pongono in lui ogni speranza di salvezza. Egli è autore o pioniere e perfezionatore della fede dei testimoni dell'AT e del NT. Originatore e consumatore della fede, il prototipo del credere. Egli, dunque, ha aperto la strada a coloro che lo seguono e ha lottato per tutti noi, assicurandoci la vittoria sul peccato, sulla morte.

La gioia al di là della croce
Come intendere la frase "per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce"?
Secondo Marcheselli-Casale, l'espressione "può avere due versioni: In vista della gioia posta innanzi a lui; In cambio della gioia che gli era posta innanzi. La seconda è preferibile, anche in base a Fil. 2,6-11, Eb. 2,5-18, 5,5-10" (·).
Altra lettura sembra dare Thomas G. Long: "Per Gesù il fine non era soltanto sedersi "alla destra del trono di Dio" (1,3; 12,29, ma conoscere la gioia di portare con sé altri atleti, di "condurre molti figli alla gloria" (2,10), tagliando il traguardo e dicendo: "Ecco me e i figli che Dio mi ha dati" (2,13) (Ä). Con questa affermazione si può ritenere che Gesù fosse consapevole della sua missione e, dunque, che la gioia fosse lo sbocco della sofferenza della croce.

La vergogna rimossa
Quella croce era infamante perché Gesù "non è morto per cause naturali o per un incidente, ma è stato messo a morte come un criminale, come una minaccia per la società umana…Ma l'infamia della croce era stata anche l'esperienza e l'umana emozione di essere esposti a pubblica vergogna"(Ä). Ricordiamoci che tale vergogna derivava dal retaggio culturale che riteneva "maledetto chiunque è appeso al legno" (Deut. 21,23 e Gal. 3,13) contro cui l'apostolo Paolo ha opposto la sua teologia della croce quale potenza di Dio e sapienza di Dio attraverso la debolezza, l'abbassamento e lo svuotamento (kenosis) di Cristo (Fil. 2,5 -11). Scandalo per i Giudei e pazzia per i Greci o per gli stranieri (1 Cor. 1,23), quella croce è diventata luogo della misericordia di Dio per la salvezza di chiunque crede.
v. 3 "Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo".

Secondo alcuni biblisti, non è certo che questo versetto faccia parte della microunità letteraria dei versetti 1-2. Nondimeno, qui la metafora cambia. La vita cristiana non è più vista come una corsa, ma come una lotta ("ostilità contro la sua persona"). In ambedue i casi il comune denominatore è la sofferenza di Gesù a causa dell'aggressione dei peccatori e ancora prima delle opposizioni e delle ribellioni alla sua predicazione sul Regno di Dio.
L'invito rivolto ai suoi destinatari/lettori da parte dell'autore di Ebrei è una esortazione a considerare l'inesauribile resistenza del Signore nell'esperienza della sofferenza e della morte (considerare, analogisasthe, appare una sola volta nel NT greco). Nel suo significato più ampio, "considerare" richiama l'idea del calcolo e di una profonda riflessione non solo sul valore del Signore, ma anche su se stessi. Sembra giustificabile perdersi d'animo in quella situazione, ma non è così. Essi sono di fatto già in cammino verso la perfezione della fede ed è impensabile arrestarsi proprio ora.
La provocazione è a vivere la fede a dispetto di ogni contrarietà, a riconoscere la propria identità di popolo di Dio che vive la sequela del Gesù terreno e del Cristo morto e risorto.

SPUNTI OMILETICI

Qual è la nostra posizione?
Per la predicazione della domenica delle palme non si può non ricordare l'episodio dell'entrata di Gesù a Gerusalemme a cavallo di un'asina e circondato da una folla acclamante,  che stendeva i mantelli, i rami degli alberi, le palme  e gridava: "Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" (Mt. 21,8-11; Giov. 12, 12-19).
Paolo Ricca ricorda che Karl Barth disse in una sua predicazione per la Domenica delle Palme di tanti anni fa: " Come vorrei questa mattina essere quell'asina che porta Gesù nella mia città!". E lo stesso Ricca continua: "Anch'io vorrei questa mattina essere quell'asina che porta Gesù nelle vostre case, nei luoghi in cui lavorate, tra le persone con cui vivete. E noi tutti insieme, come comunità cristiana, non abbiamo altra ragione d'essere che quella dell'asina che porta Gesù…" (¥).
Questa riflessione ci induce a riflettere dove ci collochiamo noi.
Siamo tra la folla che acclama e che in seguito grida a  Pilato: "Crocifiggilo!"?.
Siamo tra i discepoli che si defilano impauriti? Siamo più simili a Pilato, che non vuole compromettere la sua carriera e non vuole rimanere coinvolto in questioni che riguardano la fede, o a Simone di Cirene che per un tratto della "via dolorosa" porta la croce di Cristo? Siamo come quell'umile asina che diventa strumento per introdurre Gesù nella città, nelle zone fortificate e chiuse della nostra vita che cercano sicurezza al proprio interno e non sanno riconoscere la liberazione che viene offerta?
O siamo, addirittura, come ci esorta l'autore di Ebrei, atleti che corrono e lottano con gli occhi puntati su Colui che la gara l'ha portata a compimento? 
La vita cristiana è sempre in tensione tra l'essere e non essere, tra impegno e disimpegno, e noi, spesso, sperimentiamo alternativamente di essere o spettatori o attori della fede, oppure occupiamo posizioni di retroguardia che rivelano stanchezza,  scoraggiamento, indifferenza, o altro.
L'esortazione che il nostro testo ci rivolge è quella di riflettere sulla nostra vocazione. Non si tratta di decidere di scendere in campo per correre, perché la gara è già iniziata e noi ci siamo dentro con tutte le nostre responsabilità. Si tratta di avere coscienza che come Cristo è andato avanti fino in fondo, anche noi possiamo proseguire il cammino orientati dal suo amore e dalla sua grazia, che alla fine sono vincenti in tutte le situazioni della vita.
Sulle orme di Gesù
Gesù resta il modello di riferimento per ogni comportamento cristiano, anche se è alto, irraggiungibile, ineguagliabile. L'esemplarità della vita di Gesù rimane dinanzi a noi in tutta la sua evidenza. 
Pietro dice: "Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme" (1 Pt. 2, 21). E aggiunge l'inno sulla passione di Cristo: "Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.  Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente" (2 Pt. 2, 22 s.). Su questa linea si possono citare molte passi del NT che incoraggiano a percorrere le orme del Signore (1 Pt. 4, 1-2; Gv. 15,11-13; 1 Gv. 4, 11; Ef. 5, 2.25 e molti altri).
Il significato della sequela
Dietrich Bonhoeffer sostiene che il contenuto della sequela sta nell'obbedire alla chiamata di Gesù. La risposta è lasciarsi tutto alle spalle e seguirlo. Il discepolo non ha un programma personale, non ha un ideale verso cui possa tendere. Si tagliano semplicemente i ponti alle spalle e si va avanti, abbandonando tutto quello che c'è dietro. La chiamata alla sequela è il vincolo alla sola persona di Gesù Cristo. La conoscenza religiosa o un sistema dottrinale non rendono necessaria la sequela. Anzi le sono ostili. (In "Sequela", Queriniana ).
La sequela, dunque, è una forma di innamoramento del Signore, che comporta un mutamento interiore che dà un nuovo orientamento alla nostra vita. Significa stare con Gesù e la sua parola e imparare a credere. E credere non significa rimanere silenziosi,  ma ubbidire a Gesù.
Di conseguenza sequela è proclamare la parola di salvezza e di liberazione dell'uomo, denuncia dell'ingiustizia, dei privilegi e delle violenze che generano povertà, fame, guerra, morte. Sequela è fare luogo allo spirito di servizio per il bene comune. Significa intraprendere il nuovo cammino nell'ottica del Discorso della montagna in cui Gesù introduce il programma del Regno di Dio per questa umanità smarrita e nel peccato.
 
                                                                                                                                                                    Aldo Palladino
Testi di appoggio per la predicazione
Giovanni 12, 12-19; Filippesi 2: 5-11;

         
       
(ª) Nuovo Testamento annotato, vol. IV. Editrice Claudiana, 5/1966.
(¨) Gerhard Barth. Il significato della morte di Gesù. Editrice Claudiana, 9/1995, pag. 211.
(Ä) Thomas G. Long. Ebrei. Editrice Claudiana, 10/2005.
(§) Hermann Strathmann. La lettera agli Ebrei. Paideia Editrice, 09/1973.
(·) Cesare Marcheselli-Casale. Lettera agli Ebrei. Paoline, 2005.
            (¥) Paolo Ricca. Grazia senza confini.Editrice Claudiana, 2006; pag. 175.
 


01 febbraio 2008

                                             Isaia 58,1-9a

Il digiuno
che Dio gradisce

 Predicazione di Aldo Palladino







3 febbraio 2008
Chiesa Valdese di Via Nomaglio - ore 9,00
Chiesa Valdese di C.so Principe Oddone - ore 10,30

Il testo biblico1 Grida a piena gola, non ti trattenere, alza la tua voce come una tromba; dichiara al mio popolo le sue trasgressioni, alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
2 Mi cercano giorno dopo giorno, prendono piacere a conoscere le mie vie, come una nazione che avesse praticato la giustizia e non avesse abbandonato la legge del suo Dio; mi domandano dei giudizi giusti, prendono piacere ad accostarsi a Dio.
3 "Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?" Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
4 Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi, voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
5 È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore?
6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
8 Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia. 9 Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai, ed egli dirà: Eccomi!

Altre letture: Luca 18, 18-22; Luca 10, 25-37; 1 Cor. 13, 1-8a.


Due parole sul libro del profeta Isaia

Tra i libri profetici quello di Isaia è il più lungo con i suoi 66 capitoli.
L'analisi storica,  teologica e letteraria del libro ci aiuta a comprendere che siamo di fronte a più autori. Infatti, è impossibile che eventi storici avvenuti nell'arco di circa due secoli, dal 740 circa al 520 a. C., possano essere stati raccontati da un solo personaggio. Si passa dalla guerra siro-efraimitica (anno 736 a.C. circa) all'arrivo di Ciro il Grande,  imperatore dei Persiani (553-530).
Per questo gli studiosi, pur di fronte ad un'unità di pensiero, concordano nell'attribuire a Isaia (il cosiddetto Proto-Isaia) i capitoli 1-39, al secondo Isaia (il cosiddetto Deutero-Isaia) i capitoli 40-55 e  al terzo Isaia (il cosiddetto Trito-Isaia) i capitoli 56-66.
Anche le differenze stilistiche presenti nelle tre sezioni avvalorano la tesi della pluralità degli autori.
Dunque, il brano oggetto della nostra meditazione è da attribuire al Trito-Isaia, i cui oracoli sono da datare all'epoca della fine della cattività babilonese.

Spiritualità apparente

Il testo che abbiamo letto nasce nel periodo di attività di quel profeta definito il Terzo Isaia o Trito-Isaia, periodo compreso tra il 539 e il 520 a.C.. Il tempio (la casa di preghiera di cui parla Isaia 56,1-8), secondo alcuni studiosi, è appena stato ricostruito, secondo altri no, ma è certo che i rimpatriati dall'esilio babilonese si trovano in condizione di povertà, di bisogno e di oppressione, in un contesto sociale di grave insicurezza politica ed economica (60,10-18; 62,8-9), tra rovine e distruzioni (61,4) e un perdurante stato di umiliazione (61,7; 62,4).
Dobbiamo capire che questa gente, un tempo sradicata dalla propria terra, al rientro in patria dopo anni di esilio si trova senza lavoro, senza casa, insomma tutti devono ricostruirsi una vita.
Le cose non vanno meglio sul piano spirituale. Abbiamo letto, infatti, che il profeta viene inviato da Dio al popolo di Giuda per denunciare a gran voce le sue trasgressioni e il suo peccato.
Questo popolo, infatti, mostra di avere frainteso, distorto e dimenticato l'insegnamento fondamentale consacrato nella legge mosaica, nella Torah, riducendolo alla sola osservanza di norme cerimoniali, di riti, di pratiche liturgiche ripetitive, tra cui c'era il digiuno che serviva a mortificare il corpo. Ritualismo e formalismo religioso avevano inaridito la vita spirituale di questo popolo al punto che si confondevano le pratiche cerimoniali del culto con la volontà stessa di Dio, con la vera ubbidienza. I sacrifici, le offerte, le abluzioni, le preghiere e la pratica del digiuno, erano diventati attività di autocompiacimento, di soddisfazione e di orgoglio personale. Già molti anni prima Dio, attraverso il profeta Isaia (il Proto-Isaia), diceva a tutto Israele: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Isaia 29,13).
Essi digiunavano e pregavano, ma la loro vita era senza pentimento, senza pietà nei rapporti con gli altri, perché continuavano a discutere e litigare, a sfruttare i lavoratori, a pensare ai propri affari, a perseguire soltanto interessi personali individualisti ed egoistici, avendo perso di vista il senso della loro vocazione come popolo, come comunità.
    
Il digiuno che Dio gradisce, essenza del messaggio evangelico

"Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?" (6-7).

Questa parola chiara, forte, incisiva, ha raggiunto tutto il popolo di Israele. E non è la prima volta, perché altri profeti in passato hanno rimproverato questo popolo perché aveva le mani piene di sangue, per la malvagità delle sue azioni, perché non smetteva di fare il male, perché non cercava la giustizia, non rialzava l'orfano e non difendeva la vedova (Isaia 1,11-17).
Ma questa parola, se si analizza attentamente il testo, è rivolto all'uomo, alle donne e agli uomini di tutti i tempi, chiamati da Dio a porre al centro della propria vita l'altro, l'essere umano. Se digiuno significa astenersi dal cibo, dal nutrire il proprio corpo, se ai nostri giorni fare dieta significa rinunciare a qualcosa o limitare certi consumi per curare il nostro corpo, tanto più siamo chiamati a fare digiuni e diete di azioni malvagi, dalle più grandi alle più piccole, a fare digiuno e dieta di egoismo, di orgoglio, di indifferenza, di oppressione e sfruttamento di donne, bambini, dei poveri di questa terra, in cerca di beni primari come il lavoro e una casa per vivere una vita dignitosa. Condividere il pane con chi ha fame, condurre a casa tua gli infelici privi di riparo, dare un vestito a chi non ce l'ha e guardare in faccia l'altro senza far finta di non vedere né sapere nulla dei suoi bisogni, sono le esigenze fondamentali della vita dell'uomo, che non devono e non possono essere appannaggio di un colore politico, né di destra né di sinistra, ma esprimono l'essenza di una solidarietà che è dovuta, perché siamo uomini e donne, creati a immagine e somiglianza di Dio, oggetti delle sue attenzioni e del suo amore.
In Luca 10, 25-37 e 18, 18-22, due uomini importanti, un dottore della legge e uno dei capi della sinagoga si presentano a Gesù e gli fanno la stessa domanda: "Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". E la risposta di Gesù, nei due episodi, è: l'amore per il prossimo.
Scrive il discepolo Giovanni: "Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1 Gv 4,8).
Ritornando al nostro testo, nei vv. 7 e 8, Dio non si rivolge più a tutto il popolo, ma alla singola persona; passa dal "voi" al "tu" e promette a chi gli ubbidirà guarigione (letteralmente: la cura delle ferite) e la sua costante presenza.
Se oggi tu hai smarrito la strada della vera vita, se sei confuso, se sei incerto, se sei stanco e deluso di tutto, se riconosci che non hai camminato come il Signore ti ha comandato, lo Spirito di Dio torna a parlarti attraverso la sua parola e con benevolenza e pazienza è pronto a darti le indicazioni e la forza per riprendere il tuo cammino con determinazione e coraggio, pieno di fiducia e speranza.
Non nasconderti dietro gli alibi che sappiamo tutti escogitare: "La mia chiesa non organizza e non fa nulla" o "ci deve pensare lo Stato a queste cose", perché le scelte politiche o ecclesiali passano attraverso le tue sollecitazioni e le tue responsabilità.
Come chiesa ricca di carismi, ministeri, conoscenza teologica, di storia e di cultura, tutti siamo chiamati ad avvicinare il nostro cuore, la nostra vita a Dio percorrendo la via dell'amore che Paolo ci propone nella sua lettera ai credenti di Corinto.
La via dell'amore è la via per eccellenza. Una via che non si predica, ma che si pratica, una via fatta di gesti gentili, di aiuto concreto a chi è nel bisogno, a stare vicino a chi è sofferente, a confortare chi è nel dolore. Al di fuori della via dell'amore tu ed io non siamo nulla. Ricordiamocelo!

                                          Aldo Palladino

10 gennaio 2008

     
   Salmo 24
    LA NOSTRA VITA PER OPERA DI DIO,
DAVANTI A DIO E CON DIO
  Meditazione di Aldo Palladino


Il testo biblico con suddivisione tematica

a) 1 Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti.
    2 Poiché egli l'ha fondata sui mari, e l'ha stabilita sui fiumi.

b) 3 Chi salirà al monte del SIGNORE?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
4 L'uomo innocente di mani e puro di cuore,
che non eleva l'animo a vanità
e non giura con il proposito di ingannare.
5 Egli riceverà benedizione dal SIGNORE,
giustizia dal Dio della sua salvezza.
6 Tale è la generazione di quelli che lo cercano,
di quelli che cercano il tuo volto, o Dio di Giacobbe.

c) 7 O porte, alzate i vostri frontoni;
e voi, porte eterne, alzatevi;
e il Re di gloria entrerà.
8 Chi è questo Re di gloria?
È il SIGNORE, forte e potente,
il SIGNORE potente in battaglia.
9 O porte, alzate i vostri frontoni;
alzatevi, o porte eterne,
e il Re di gloria entrerà.
10 Chi è questo Re di gloria?
È il SIGNORE degli eserciti;
egli è il Re di gloria.


Care sorelle, cari fratelli,
il salmo 24 che abbiamo letto è uno dei documenti più antichi della liturgia ebraica, che ha come sfondo il rituale dell'ingresso dell'arca nel tempio di Gerusalemme. È un rituale che intende celebrare il ritorno della gloria di Dio dopo la sua "assenza" dovuta  all'esilio.
È un testo variamente interpretato nel corso della storia. C'è chi vi ha visto il tema dell'innocenza morale per accedere alla comunità liturgica. Chi vi ha visto una riproduzione dell'ascensione di Cristo al cielo. Chi vi ha visto l'incarnazione del Re di gloria, interpretando l'ingresso dell'arca nel tempio come l'apparire di Cristo nell'umanità con la sua nascita in mezzo a noi.
Ad una lettura attenta di questo salmo, nella sua attuale redazione, scopriamo che esso è articolato in tre parti che originariamente dovevano essere indipendenti, ma che poi sono state messe insieme in modo ben coordinato.
La prima parte (1-2) è un inno al Creatore e Signore del mondo.
La seconda parte (3-6) è un elenco delle condizioni morali per accedere al culto nel tempio.
La terza parte (7-10) è un inno trionfale, dialogato, che descrive l'ingresso del re di gloria nel tempio.
In effetti, il salmo risponde a tre precise domande:
1.      chi ha la sovranità e il diritto di proprietà sul creato?
2.  chi ha diritto di salire al monte dell'Eterno ed è degno di stare alla presenza di Dio?
3.      chi ha diritto a regnare su di noi?
Anche nel salmo 15 ritroviamo le stesse domande. E questo ci fa pensare come Davide fosse fortemente coinvolto in questa tematica.

PRIMA DOMANDA
Chi ha il diritto di sovranità e di proprietà su tutto il creato?

La risposta a questa domanda è la confessione di fede di Davide sulla signoria dell'Eterno, che è uno dei primi articoli della teologia ebraica.
Essa appare anche nella poesia ebraica (1 Sam. 2, 8, Es. 15; Salmo 19,1), nei salmi (50, 12; 74, 16-17; 89, 11-12; 95, 4-5; 97,5) e nella predicazione profetica (Is. 34,1; Ger. 8, 16; 47, 2; Ez. 19, 7; 30, 12; Mi. 1, 2) e deuteronomica (1, 4; 33, 16).
In questa confessione di fede, Dio è all'origine di tutto ed ha ogni diritto su tutta la creazione: "Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti" (1).

E noi di conseguenza apparteniamo al Signore che ci ha creati.
Prima di appartenere ai nostri genitori, alla nostra famiglia, a nostra moglie o a nostro marito, prima di appartenere o non a chicchessia, in ogni caso è certo che noi  apparteniamo a Dio .
Ogni essere umano appartiene a Dio, perché è creazione ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 26-27; 1 Cor. 10, 26), e in virtù di questa nobile appartenenza il compito della creatura è di avere rispetto di quanto ci è stato consegnato .
Dice il Signore: "La terra è mia e voi state da me come stranieri e ospiti" (Lev. 25, 23).

Il nostro testo afferma, inoltre, che Dio "ha fondato la terra sui mari e l'ha stabilita sui fiumi" (2), mari e fiumi che sono simbolo della fragilità, della instabilità con cui l'uomo deve confrontarsi nella sua vita . Ma ciò che rimane stabile è l'azione di Dio che con la sua parola celebra la vittoria sulle forze distruttrici del caos e della morte. "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Lc. 21, 33).

SECONDA DOMANDA
Chi di noi ha il diritto di salire al monte dell'Eterno ed è degno di stare alla sua presenza, dinanzi alla sua santità?
   

Il salmista risponde disegnando un uomo che risponda a tre condizioni (4):
a)      prima condizione: "…innocente di mani   e puro di cuore;
b)      seconda condizione: " che non eleva l'animo a vanità";
c)       terza condizione: " e non giura con il proposito di ingannare" .
Le mani rappresentano l'azione, il cuore l'intenzione, la volontà, cioè tutto l'essere dell'uomo orientato verso Dio e la sua legge. E tutte due insieme rappresentano l'essere umano nelle sue scelte religiose, morali e sociali.
La seconda condizione (verticale): "che non eleva l'animo a vanità" esprime una vita religiosa e spirituale che sia contro ogni forma di idolatria e che ponga Dio al centro della esistenza. E' una scelta di comunione con Dio (Salmo 31, 7; Os. 4, 8).
La terza condizione (orizzontale): "e non giura con il proposito di ingannare" esprime la vita dell'uomo nella dimensione sociale della morale che trova nel decalogo la sua prescrizione: "Non attestare il falso contro il tuo prossimo" (Es. 20, 16 e Deut. 5, 20).
Secondo la legge, l'uomo fedele alla morale dell'alleanza può far parte della comunità liturgica ed entrare nel tempio. Ma quanto allo stare davanti alla santità di Dio, egli dovrà ricevere la benedizione e la giustizia salvifica, che non dipende dalle sue buone azioni ed opere, neanche dalla sua integrità morale, ma esclusivamente da un atto di grazia di Dio .

Care sorelle, cari fratelli,
Ma quale uomo ha i requisiti per essere dichiarato degno di stare alla presenza di Dio?
Chi potrà salire al monte santo, chi potrà stare nel suo luogo santo (3) a pieno diritto?

L'apostolo Paolo nell'epistola ai Romani mette a nudo la natura umana e afferma che gli tutti gli uomini sono: "…ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati" (Rom. 1, 29-31) ed afferma:
"Non c'è alcun giusto, neppure uno. Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» . (Rom. 3, 10-12).

Dopo aver dichiarato che "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (23), indegni a comparire alla presenza di Dio, Paolo rivela che Dio imputa la sua giustizia a tutti coloro che ripongono la loro fede in Cristo Gesù e sono dunque "gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù" (24).
E Paolo continua: "Lui ha Dio preordinato per far l'espiazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare così la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio " (25). Egli, Cristo, è l'unico che abbia potuto pagare il prezzo della nostra salvezza e della nostra accettabilità davanti a Dio.
Infatti, Cristo è venuto "…per manifestare la sua giustizia nel tempo presente, affinché egli sia giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù" (26).
Cristo, il giusto, riveste della sua giustizia il peccatore credente, che con questa giustizia, non sua, ma ricevuta per grazia, può presentarsi di fronte a Dio.
"Chi salirà al monte del Signore? Chi starà nel suo santo luogo?"
E' l'uomo Gesù Cristo che nel suo cammino di abbassamento e di umiliazione, dopo aver lenito tutte le nostre ferite e portato tutti i nostri dolori, uomo sofferente, ubbidiente fino alla morte, può rappresentarci a pieno titolo dinanzi al Padre e, dunque, portarci alla Sua presenza.
Solo colui che è disceso dal cielo, può risalire al cielo (Gv. 3, 13).
Solo chi si è abbassato, può essere innalzato (Fil. 2, 8-9).
Non sono le nostre opere, i nostri meriti, i nostri sforzi morali, religiosi e sociali a permetterci di andare alla presenza del Padre, ma soltanto il perfetto cammino di Gesù tra noi, uomo tra gli uomini.
Paolo scrive: "Noi dunque riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge" (28).

Fratelli e sorelle,
Dio ci vede giusti per la fede che abbiamo riposto in Cristo Gesù e ci considera suoi figli e sue figlie.
Al suo seguito soltanto possiamo salire al luogo santo e vivere con Lui!

TERZA DOMANDA
Chi ha il diritto di regnare su noi?

C'è, in questo tratto finale nel nostro salmo, un inno che celebra la figura di un "re della gloria", che entra trionfalmente nella città di Gerusalemme per andare a prendere dimora nel tempio come unico e legittimo pretendente al trono. E' rivestito di gloria, cioè dello splendore della sua maestà.
Se nei passi precedenti si è celebrata la sovranità di Dio come creatore, la sua giustizia e la sua salvezza come redentore, qui si canta la vittoria del re che alla testa dei suoi eserciti celesti prende possesso di ciò che gli appartiene.

Gesù, verso la fine del suo ministero terreno, è entrato in Gerusalemme nel tempio. La folla lo ha acclamato con le grida: " Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!" (Mc. 11, 9-10). Vi è entrato come re su un'asina, secondo la profezia di Zaccaria (9, 9), in un mesto silenzio personale.
Questa Gerusalemme lo ha fatto soffrire e gli ha dato la morte.
Ma la vera Gerusalemme che lo ha accolto e che gli ha aperto le proprie porte per dargli il posto come Re dei re, Signore dei Signori   e Salvatore è un'altra.
La vera Gerusalemme è la sua chiesa, la sua sposa, costituita da tutti i riscattati dal sacrificio di Cristo e che il discepolo Giovanni vede nella sua visione nell'Apocalisse.
Dunque, il diritto a regnare su di noi è di Colui che ha dato la sua vita per noi e che noi abbiamo accolto capo supremo della chiesa (Ef. 1, 22-23; Col 1, 18).

Si realizza così il progetto di Dio di abitare tra gli uomini e con gli uomini.

 

Conclusione

Care sorelle, cari fratelli,
il salmo 24 ci svela dunque "le tre forme elementari del   nostro rapporto con Dio, che noi viviamo:
Ø       per opera di Dio,
Ø       davanti a Dio
Ø       e con Dio" (G. Ebeling).
Sapendo la nostra origine, la nostra dignità di figli e figlie che ci è stata acquisita dal Cristo, sapendo che Cristo è re del suo regno di pace e di giustizia nel quale ci chiama a vivere, proseguiamo il nostro cammino di servizio e di testimonianza dietro le orme del Signore, con una vita rinnovata, responsabile verso il creato e verso l'inera umanità, sensibile ai bisogni materiali e spirituali del nostro prossimo, e vissuta alla presenza di Dio e con Dio nel nostro cuore.

                                                                                            Aldo Palladino  

 

Altre letture di appoggio per la predicazione

1. Rom. 3,10-12, 19-28 (l'universalità del peccato e la giustificazione per la fede in Cristo);
2.  Ap. 21, 2-4 (Dio abita con gli uomini).