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13 ottobre 2008

I Corinzi 12,12-14. 26-27

L'unità del corpo di Cristo

 


Predicazione di Aldo Palladino

 

Tempio Valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino

Domenica 12 ottobre 2008

 

Il testo biblico

12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo.

13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.

14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra…

26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.

27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua.

 

(Testi d'appoggio: Matteo 25,14-30; Romani 12, 9-21)

 

 

OooOooo

 


Il lezionario "Un giorno una parola" (©) consegna oggi alla nostra riflessione questo testo biblico uscito dalla penna dell'apostolo Paolo. Leggendo questo testo viene da chiedersi subito cosa abbia indotto l'apostolo a scrivere questa significativa metafora del corpo e delle sue membra, che tutte insieme formano un solo corpo.

Dalla sue due lettere ai Corinzi capiamo che Paolo era preoccupato per ciò che accadeva nella chiesa di Corinto, ma soprattutto che era preoccupato che il messaggio evangelico venisse alterato da una cultura pagana pronta ad accogliere di quella parola evangelica solo ciò che era in armonia con essa e a rifiutare il resto.

 

La città di Corinto

La comunità di Corinto era inserita nel contesto sociale della città di Corinto, città dinamica sotto tutti i punti di vista, città di mare con due porti (Cencre sul mar Egeo, Lecheo sullo Ionio), luogo di grandi traffici e numerose attività commerciali e artigianali, con una popolazione eterogenea di varia etnia e di varie religioni, centro intellettuale dove erano rappresentate tutte le correnti di pensiero. Ma Corinto, più di altre città dell'epoca, aveva fama di forte materialismo e di estrema immoralità.

Già nel lontano passato, Omero la ricorda nell'Iliade come città ricca e immorale (Iliade 2.569-70).

Il filosofo Platone, volendo definire una prostituta, diceva "la ragazza di Corinto" (Repubblica 404 d).

Il drammaturgo Fileta scrisse un dramma burlesco su Corinto col titolo "la lussuriosa".

Aristofane coniò il verbo "corintizzare" per riferirsi alla fornicazione (Frammenti 354).

Infine, Strabone, geografo e storico greco, riferisce (Geografia 8.20) che intorno al tempio di Afrodite, sull'Acrocorinto, erano concentrate migliaia di prostitute pronte ad accogliere visitatori e viaggiatori dietro lauti compensi.

Dunque, l'apostolo Paolo sapeva che la città di Corinto aveva ereditato dal passato questa brutta reputazione.

 

La chiesa di Corinto

Per quanto concerne la chiesa di Corinto, sempre attraverso le sue lettere, Paolo ci fa capire che questa chiesa era tutt'altro che perfetta. Il quadro che ne tratteggia non è edificante: divisioni, contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini nel culto e nelle agàpi, impurità, fornicazioni, dissolutezze.

Alcuni credenti corinzi rifiutano il messaggio della risurrezione dei morti, che provoca la reazione di Paolo, con la famosa affermazione: " Se non v'è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato, e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la nostra fede" ( 1 Cor. 15,13-14).

Siamo, dunque, in presenza di una comunità che nel professare la propria fede si sente assai libera, una chiesa per niente coesa, una chiesa frammentata, lacerata, che era un vero laboratorio di ricerca della propria via dottrinale, forse anche del proprio cristianesimo.

 

Cristo, fondamento e capo del corpo, della chiesa

A questa chiesa che si sente perfettamente cristiana l'apostolo Paolo rivolge il suo insegnamento, le sue esortazioni e i suoi ammonimenti, fornendo indicazioni sulla fede, sulla vita cristiana, su cosa è e come funziona una chiesa, e lo fa a partire dalla teologia crucis. "poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù" (1 Cor. 3,11).

Dice Paolo: "Come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo".  Cioè Paolo afferma con questa bella similitudine che Cristo, come il corpo umano, ha delle membra che tutte insieme formano il suo corpo, il corpo di Cristo. 

Dietrich Bonhoeffer afferma, nella sua opera "Sequela", che "lo spazio di Gesù Cristo nel mondo dopo la sua dipartita viene preso dal suo corpo che è la chiesa. La chiesa è lo stesso Cristo presente. In tal modo recuperiamo un pensiero largamente dimenticato circa la chiesa. Siamo abituati a pensare la chiesa come un'istituzione, mentre la chiesa deve essere pensata come "persona" in senso corporale, naturalmente una persona del tutto particolare. La chiesa è un soggetto singolo. Tutti i battezzati sono "uno in Cristo" (Gal. 3,28; Rom. 12,5; 1 Cor. 10,17).  La chiesa è un "uomo". È l'"uomo nuovo". Come tale essa è creata dalla morte in croce di Cristo. Qui l'inimicizia fra ebrei e pagani, che aveva lacerato l'umanità, è stata abolita, affinché "lui [Cristo] creasse in se stesso, dei due un solo nuovo essere umano facendo la pace" (Ef. 2,15). L'uomo nuovo è uno, non molti" (Sequela, ed. Queriniana, pag.222).

Trovo meravigliose e sorprendenti queste parole!

 

Unità della chiesa, dono di Dio

Fratelli e sorelle, anche se siamo molte membra noi siamo un solo corpo, chiamati da Cristo a condividere l'unità che Lui ha creato. Quest'unità non è una nostra conquista personale, ma è un dono di Dio, un miracolo operato mediante l'opera della croce, che riunisce in un sol corpo i figliuoli di Dio dispersi (Gv. 11,52; Ef. 2,13-16; 1 Cor. 12,13). È l'unità per la quale Gesù ha pregato il Padre (Gv. 17,11.17-23), e che si realizza tra coloro che sono divenuti membra del corpo mediante il battesimo, mediante la fede nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. È l'unità che crea la comunione con Cristo e in Cristo e che, nella sua massima espressione, realizziamo nella Cena del Signore.   

 

Diversità delle membra del corpo

Fratelli e sorelle, noi tutti proveniamo da luoghi diversi; abbiamo storie e culture diverse, forse differente colore della pelle, tradizioni e abitudini diverse, forse anche lingue diverse, personalità differenti, ma siamo visti dal Signore come membra del suo corpo. Ognuno di noi ha ricevuto da Dio doni e talenti particolari, forza e vita. Ebbene, mettiamoli a disposizione della chiesa e del nostro prossimo. Non seppellire, fratello e sorella, il tuo talento sottoterra, ma utilizzalo qui ed ora perché questo è il tempo della tua vocazione e del tuo servizio! Il corpo funziona quando tutte le membra, sotto la direzione del Capo, cioè Cristo, agiscono e interagiscono per il bene e l'utile comune. E se sei stato chiamato ad un incarico particolare, ad un ministero specifico, servi il Signore con tutta la tua forza e con tutta la tua anima.

Sappiamo bene quante difficoltà si incontrano nella chiesa, in tutte le chiese. Si parte con entusiasmo e si finisce con la delusione di non essere capiti abbastanza, o di non essere presi in considerazione o ascoltati. Cominciamo allora a criticare, a gridare a tutti che la comunità non funziona, a scontrarci con chi non la pensa come noi, poi alla fine c'isoliamo o ci allontaniamo dalla comunità. Quando questo si verifica, la chiesa diventa non il luogo della testimonianza, della comunione, della gioia, della preghiera, del servizio, dell'aiuto reciproco, ma il luogo in cui si piange sulle miserie umane, sulle nostre sconfitte. Se ciò accade, penso che tutti insieme dobbiamo chiedere perdono al Signore per ricominciare una nuova relazione con Lui e con la comunità.

 

Chiesa solidale con i poveri della terra

Fratelli e sorelle, credo sia importante realizzare che siamo una sola cosa in Cristo. Se coltiviamo questa unità, in perfetta comunione di intenti e di sentimenti, saremo anche pronti ad essere una comunità solidale che soffre con chi soffre e gioisce con chi gioisce. Una comunità solidale è una comunità aperta, che non vive ripiegata su se stessa, ma che proietta il suo sguardo anche all'esterno, con un'attenzione particolare verso coloro che soffrono. In questo senso la chiesa è una chiesa missionaria che, interpretando la sua identità di sale della terra e luce del mondo (Mt. 5,13-14), predica l'evangelo della grazia, della liberazione dal male, che annuncia il Regno di Dio e della sua giustizia contro tutti quei poteri forti che, per amore del denaro e nell'interesse di pochi, opprimono le masse deboli e povere della nostra società e della terra, con disprezzo della dignità umana, e depredano e sfruttano ogni risorsa naturale senza rispetto per il creato.

La chiesa, come Cristo, non deve tacere di fronte ai mali del mondo. Noi non dobbiamo tacere! La parola che ci è stata affidata, che è giunta alle nostre orecchie come un sussurro, "predicatela sui tetti" dice Gesù (Mt. 10,27). Parola che non è solo annuncio, ma anche condivisione, solidarietà, difesa dei diritti umani e denuncia di ogni forma di illegalità e di ingiustizia (Ef. 4,13), come Gesù ha fatto.

Come membra del corpo di Cristo riscopriamo il contenuto del nostro mandato e lavoriamo insieme per l'avanzamento del Regno di Dio! Amen.
Aldo Palladino



© Un giorno una parola. Letture bibliche quotidiane per il 2008; Claudiana – Torino.

17 settembre 2008


Efesini 5,15-21
"Vivere la fede"

 

Note esegetiche e omiletiche

a cura di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

15 Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; 16 ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi. 17 Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore. 18 Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, 19 parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; 20 ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; 21 sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

 
BREVE INTRODUZIONE
Divisione e autore della lettera

È evidente nella lettera agli Efesini una divisione in due parti:

§   la prima (capp. 1-3), con un impianto teologico esplicativo di temi quali il piano di Dio in Cristo, la riconciliazione di Giudei e Gentili in un corpo unico, la rivelazione del mistero di Cristo Gesù, [questo mistero, in 1, 9 - 10, è l'unico capo che raccoglie sotto di sé tutte le cose, del cielo e della terra, e, in 3, 6, è colui nel quale, mediante l'evangelo le promesse si estendono anche ai Gentili, eredi con i Giudei e membri di un medesimo corpo];

§   la seconda (capp. 4-6), con un tono esortativo, di carattere pastorale, che intende richiamare i credenti a vivere la fede con una condotta pratica coerente alla vocazione ricevuta, manifestando nella vita cristiana i tratti caratteristici dell'uomo nuovo (Cristo, il secondo Adamo, principio della nuova umanità) che prende il posto di quello vecchio.

Impianto teorico, prima, e applicazione pratica, dopo: è la tipica e ricorrente forma epistolare in uso all'epoca, molto utilizzata da Paolo e dalla sua scuola.

In questa lettera, scartata la paternità di Paolo, su cui non è il caso qui di ritornare, perché il tema è stato già trattato in passato, vari elementi d'ordine letterario, di stile, di linguaggio, ed anche alcuni riferimenti biblici, inducono a ritenere che l'autore della lettera sia stato un discepolo di Paolo o qualcuno a lui vicino.

Occorre tuttavia ricordare che "nella più antica tradizione, non ci fu alcun dubbio nei riguardi dell'autenticità della lettera. Verso la metà del II sec. Marcione, che in essa vedeva uno scritto indirizzato ai Laodicesi, la riteneva paolina. Ignazio, Policarpo, Clemente Romano, Erma, Ippolito, Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria, come pure il cosiddetto Canone di Muratori, hanno la stessa convinzione. Anche gli gnostici del II secolo, che stimavano molto questa lettera e la citano relativamente spesso (e non è un caso), la riconoscono come lettera di Paolo". (§) Dunque, la tradizione che attestava Paolo come autore delle lettera era forte, ma occorre considerare che allora mancavano gli strumenti di analisi letteraria, storico-critica, ecc. che oggi noi disponiamo.

 

Destinatari

La lettera è indirizzata "ai santi che sono in Efeso" (1,1). Ma tale espressione è presente soltanto in alcuni manoscritti; in altri antichi e prestigiosi manoscritti (Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus e il papiro di Chester Beatty degli inizi del 3° secolo) mancano le parole "in Efeso".

La tesi più avvalorata è che la lettera fosse una circolare, destinata a varie comunità, e che l'intestazione della chiesa destinataria fosse di volta in volta inserita prima dell'invio. È certo, tuttavia, che l'autore rivolgesse la sua attenzione a membri di chiese locali del sud della Frigia, cristiani provenienti dal paganesimo (1,15; 3,18; 6,18), distinti da quelli provenienti dal giudaesimo (1,13; 2,1.11.13.14; 3,1).

 
Data in cui è stata scritta l'epistola :                    

- verso la fine degli anni 70: Corsani, che non attribuisce la lettera a Paolo;

- anni 60-62, quando Paolo era in prigione a Roma (Atti 28,30): altri studiosi;

- anni 57-59, quando Paolo era in prigione a Cesarea (Atti 24,27): altri ancora.

Ma la data più condivisa è quella che colloca la lettera verso gli anni 70 o verso la fine del I secolo. 

 

 

NOTE ESEGETICHE

 

15. Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi;

      Il "dunque" segna il passaggio dal tono teologico e d'insegnamento a quello pastorale, che ha carattere di esortazione o di ammonimento. L'affermazione secondo cui i cristiani sono divenuti luce nel Signore (v. 8) per effetto della risurrezione che avviene nel battesimo (v.14), apre la strada ad una serie di avvertimenti: il primo è di "guardare con diligenza" il proprio comportamento, nel senso di badare, esaminare, considerare, riflettere, cioè di fare un esame continuo di se stessi, ma anche di vigilare su se stessi. Sono verbi più volte usati da Paolo (1 Cor. 3,10; 8,9; 10,12; 16,10; Gal. 5,15; Col. 2,8), che si trovano anche nell'A.T. e nei vangeli.

Ma l'Autore di Efesini pone l'accento sul "come" del comportamento, preoccupato di indicare ai suoi lettori la giusta condotta da tenere. Il cristiano deve avere una condotta sapiente ed intelligente (1,8; Col. 1,9.28) e deve perseverare nella sapienza che gli è stata rivelata e donata in Cristo Gesù, "potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor. 1,24). 

 

16. ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.

      Questo secondo avvertimento, conseguenza del primo, per chi ha il cuore illuminato da questa sapienza, è di saper fare un giusto uso del tempo, che non è quello che ci è dato per le attività umane, il chronos, ma quello che Dio ci concede come opportunità per fare del bene a tutti (Gal. 6,10), il kairos, l'era dell'"ultimo giorno", era escatologica  che i cristiani devono vivere come tempo di Dio che avanza nel presente, tempo della decisione (Rom. 13,11) o tempo accettevole per la riconciliazione con Dio in Cristo Gesù.

Il motivo per cui occorre lavorare per il buon uso del kairos è che i giorni sono malvagi, altrimenti detti tempi difficili (2 Tim.3,1), ultimi giorni delle ricchezze accumulate (Giac. 5,3), ultimi giorni degli schernitori beffardi (2 Pietro 3,3). Sono gli ultimi giorni della tradizione apocalittica giudaica che considera la realtà umana dominata da calamità e tentazioni del maligno, sempre in movimento verso i tempi della fine.    

Ma durante i giorni malvagi c'è l'occasione per fare del bene. I cristiani sono chiamati a non subire il tempo della malvagità, ma a denunciare le opere delle tenebre (5,11), a proporre il tempo dell'amore di Dio, tempo salvifico, di luce e di speranza attraverso l'annuncio dell'evangelo di Gesù Cristo. Chi agisce così è saggio e intelligente.     

           

17. Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore.

      L'azione del cristiano non deve essere caratterizzata da superficialità né da leggerezza, ma da sapienza e intelligenza. Essa è proficua ed efficace, se protesa verso una ricerca continua e costante della volontà di Dio, che non è mai definitiva e assodata, ma mutevole nelle diverse circostanze e situazioni della storia. La volontà di Dio non è mai prevedibile, però è predeterminata e rivelata per ciò che concerne il piano salvifico preordinato fin dalle origini e realizzato in Cristo.

Dio "può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo" (3,20) e, dunque, non possiamo imprigionare la volontà di Dio nello scrigno delle nostre preghiere, dei nostri desideri o dei nostri pensieri, perché Egli si muove liberamente sempre al di là di noi, in vista del nostro bene. Per questo occorre conoscere "per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà" (Rom. 12,2).

Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom. 2,18), ma occorre aderire ad una Persona e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv. 14,26).

Questo giustifica l'ammonizione del v. 18, che recita:

 

18. Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito,

      "L'ubriachezza è un problema talmente diffuso nelle chiese del N.T. che è un pericolo da cui anche i responsabili devono guardarsi (1 Tim. 3,3.8; Tito 1,7 e 2,3). Il vino porta alla perdita di autocontrollo e le azioni incontrollate portano alla dissolutezza. Questo comportamento non si addice a coloro che hanno trovato in Cristo la fonte della sapienza.

L'autore di Efesini non vuole privare i suoi lettori dal ricercare soluzioni dinanzi ai molteplici problemi della loro esistenza, ma propone loro un modo migliore per affrontarli: essere "ricolmi di Spirito Santo" o, secondo un'altra traduzione, essere "ripieni in spirito". Altri traducono: "Lasciate che lo Spirito Santo vi riempia", che fa meglio comprendere che l'azione dello Spirito Santo non è un'esperienza che si fa una volta per tutte. Il cristiano deve essere sempre aperto all'azione dello Spirito. In Atti 2,4 e 4,31, infatti, è più volte detto che i discepoli e i presenti furono "ripieni di Spirito Santo".

  

19. parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al

      Signore;

      Lo Spirito Santo crea comunione, dialogo, reciprocità, pluralità, coralità, tutti termini racchiusi nella parola "parlandovi". Non è un parlare a se stessi, ma un parlarsi reciprocamente con i temi e i canti contenuti nei salmi dell'A.T., ma anche con quelli prodotti spontaneamente nelle primitive comunità cristiane, di cui si ha traccia in Ap. 4,11; 5,9 s.; 15,3-4 e probabilmente anche in 1 Tim. 3,16. In parte commentati, li troviamo in Fil. 2,5 ss.; Col. 1,12 ss.; 1 Pt. 2,22 ss.

Questi salmi, inni e cantici spirituali devono essere espressione del "cuore" del credente. Non si tratta di un semplice sentimento o di uno stato emotivo, ma della determinazione e della decisione di rivolgersi al Signore e di aprirsi a lui nella preghiera, nella lode, nel canto.          

 

20. ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù

      Cristo;

      Lo Spirito Santo crea anche un sentimento di ringraziamento: si ringrazia Dio Padre nel nome di Gesù Cristo. La coralità liturgica che la comunità esprime diventa una conversazione che travalica la dimensione umana per diventare conversazione dello Spirito. Il canto che risuona in ambito comunitario e nell'intimo del credente diventa una preghiera di ringraziamento. A cominciare dal momento cultuale, che trova la sua massima espressione nell'annuncio della Parola e nella Cena del Signore, nell'Eucarestia, fino ad ogni momento della vita il credente è chiamato a rendere grazie a Dio per ogni cosa, per quelle buone e per quelle meno buone.          

 

21. sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

      L'azione dello Spirito nel credente non può produrre sopraffazione, dominio sull'altro e qualsiasi forma di soggiogamento di una persona, nella chiesa, nella famiglia e nella società civile.

Il principio qui affermato è quello della reciproca sottomissione, non solo degli uni agli altri ma anche degli altri agli uni. Una comunione gioiosa dipende dalla sottomissione volontaria di una persona all'altra all'insegna dell'agàpe (Ef. 4,2-3). Lo spirito autoritario e l'orgoglio per il proprio ruolo sono distruttivi per la comunione. Piuttosto, ciò che aiuta una comunità a crescere è uno spirito di servizio verso chiunque e una disponibilità a imparare umilmente da chiunque, ad essere corretti da chiunque.

La sottomissione reciproca deve avvenire "nel timore del Signore", cioè nella consapevolezza che il Signore è anche giudice dei nostri comportamenti (5,10).

 

 

SPUNTI PER LA PREDICAZIONE

 

Altri testi di appoggio: Gen. 12,1-3, Marco 12,28-34; Rom. 14,17-19

 

Assunto: Vivere la fede

 

1. Tornare a noi stessi

Da dove cominciare per un cammino improntato a saggezza ed intelligenza?

Dopo aver ricevuto una trattazione teologica teorica nei capitoli dall'1 al 3, che ha guidato il lettore nella comprensione della salvezza per grazia mediante la fede (2,8) ed alla conoscenza di Cristo Gesù e del suo infinito amore (3,19-20), ci troviamo di fronte ad un brano estremamente pratico, che intende impegnare il credente a vivere l'evangelo che ha ricevuto. Dopotutto, la verità evangelica non è solo questione di idee, di storia, ma di prassi. Confinare l'evangelo nei nostri scompartimenti intellettuali per farne oggetto di analisi e ricerche per una sua maggiore comprensione è cosa nobile, ma se non riusciamo a trasformarlo in parole e azioni responsabili non ne abbiamo colto il suo esteso significato.

Dunque, il brano è rivolto agli uomini e alle donne credenti di allora e di oggi per impegnarli a vivere la fede in un cammino rinnovato.   

Martin Buber, nel suo scritto "Il cammino dell'uomo", attraverso una serie di riflessioni arricchite di racconti chassidici, delinea la crescita, la maturità, l'autenticità dell'uomo a partire da un ritorno dell'uomo a se stesso, come l'Eterno aveva detto ad Abramo: "Lekh-lekha, cioè "va' a te stesso" (Gen. 12,1).

È evidente che non si tratta di cercare nell'uomo le energie o la forza per salvarsi da sé [questo è ciò che affermano le filosofie orientali o la New Age]; si tratta invece di dare una risposta responsabile alla vocazione di Dio, alla Parola che ci giunge dall'esterno e che ci invita a riflettere su tale Parola per poi intraprendere il cammino nella direzione che essa ci ha indicata. Iniziativa divina e risposta umana sono due aspetti della stessa medaglia (ved. Apoc. 3,20).

Molto tempo prima di Abramo, Adamo, nascondendosi da Dio, in definitiva si nasconde a se stesso. Ed è per questo che la domanda che Dio gli rivolge: "Dove sei?" (Gen. 3,9) - poiché Adamo rappresenta ognuno di noi - in definitiva è rivolta ad ogni uomo.

Dunque, la ricerca della via della sapienza per una condotta saggia e responsabile (v. 15), evocata dall'autore di Efesini, deve cominciare dentro di noi per ritrovare prima noi stessi. Una volta terminato l'autoesame, possiamo uscire dai nostri "nascondigli", dove ci siamo rifugiati per sfuggire alle nostre responsabilità, adducendo le scuse e le giustificazioni più strane, alla maniera di Adamo, e scivolando di conseguenza nella falsità.

Il tempo che viviamo è ricco in conoscenza e cultura, ma è povero in sapienza. Ciò che manca all'uomo di oggi è il timore di Dio, principio della sapienza ( Prov.1,7), inizio di pentimento e di ravvedimento che possono fare luce nella nostra vita e renderci saggi per "discernere la propria strada" (Prov. 14,8).

 

2. Liturgia per la vita

    Il nostro testo costituisce, attraverso una serie di esortazioni, una sorta di liturgia per la vita che può essere intesa come un percorso che parte dall'uomo, prosegue nella famiglia, nella comunità, e finisce con il mondo intero. 

Martin Buber afferma: "Si comincia da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé" (opera citata).

Le tappe di questo percorso sono qualificate da questi tempi:

  

a)      Il tempo della decisione

Il credente è chiamato a rispondere alla vocazione che Dio gli ha rivolto nel kairos, cioè in un tempo che deve essere considerato appartenente alle cose ultime, ai giorni finali. Non c'è più tempo oltre il kairos, per cui non si può perdere tempo: è l'ora ultima della decisione a servire il Signore, a schierarsi apertamente dalla sua parte senza compromessi, ad annunciare l'evangelo, a procacciare la pace, la giustizia, l'amore, e a fare il bene in un mondo asservito agli idoli del denaro, del potere, della guerra e dello sfruttamento dei più deboli, un mondo che sa essere efficiente ed efficace nella malvagità.

   

b)      Il tempo dell'ubbidienza

Ubbidire alla volontà di Dio. È necessario dunque conoscere e comprendere questa volontà (Col. 1,9) per sapere a che punto ci troviamo nel nostro rapporto con Dio, personalmente e comunitariamente. Qui ed ora, il compito che ci sta davanti è realizzare il compimento della nostra esistenza facendo posto a Dio, eseguendo la sua volontà.

"Dio abita dove lo si lascia entrare", recita una massima ebraica. 

 

c)       Il tempo dello Spirito

"Siate ricolmi di Spirito" o " siate ripieni in spirito": questo è il segreto per il rinnovamento della vita. I tentativi dell'uomo per procurarsi un certo livello di felicità o di gioia di vivere sono legittimi, ma inefficaci. Il vino, altre bevande o sostanze che simulano uno stato di felicità effimera e provvisoria, come pure gli idoli dei nostri tempi che fabbricano e ci propinano illusioni, non aiutano il nostro cammino di credenti. Per questo, nella Scrittura troviamo espressioni che, contrapponendo alla legge della carne quella dello Spirito (Rom.8 2,4), alle opere della carne il frutto dello Spirito (Gal. 5,19-23), danno delle indicazioni per una crescente maturità spirituale. Di questo Spirito abbiamo solo la "caparra"  (2 Cor. 1,22; 5,5; Ef. 1,14), un pegno, un anticipo, tuttavia è sufficiente per trasformarci da "bambini in Cristo" in "uomini [e donne] spirituali" (1 Cor. 3,1), se siamo aperti alla sua azione in noi.

 

 

d)      Il tempo della comunicazione, della lode, della comunione

La presenza dello Spirito Santo nella nostra vita produce dei risultati:

- i credenti si parlano, dialogano, comunicano, si edificano gli uni gli altri. Il loro vocabolario cambia, la qualità del linguaggio si affina. Le loro parole non sono più pietre o frecce avvelenate, ma sono "un favo di miele; dolcezza all'anima, salute alle ossa" (Prov. 16,24).

Nelle relazioni interpersonali non amano più esaltare se stessi e mettersi al centro (Gv. 5,44) o primeggiare (Lc.9,46), perché nell'economia del Regno i nuovi punti di riferimento intorno a cui si realizzano fede e servizio sono Dio e il prossimo, da amare con tutta la forza del proprio essere.

- I credenti pregano e cantano inni di lode, di adorazione.

- I credenti stabiliscono una comunione nell'unità della fede, una fraternità effettiva, "una realtà divina…pneumatica e non della psiche" (D. Bohnoeffer), che rende capaci di portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).

 

e)      Il tempo del servizio

Nella comunità dei credenti la sottomissione reciproca nel timore del Signore è il collante, il fondamento del vivere insieme in comunione fraterna. Non è facile mantenere sempre uno spirito di armonia, di concordia, di pace e soprattutto di sottomissione, perché spesso la parola "io" (egocentrismo, orgoglio, presunzione, volontà di primeggiare e dominare) continua a prevalere nella relazione/comunicazione con l'altro/a e crea ostacoli, barriere, pregiudizi. Ma se abbiamo sperimentato nella nostra vita la misericordia di Dio, non possiamo fare altro che servire il Signore e il prossimo con spirito di umiltà, avendo di sé "un concetto sobrio secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno" (Rom. 12,3).

È vero che a tutti è dato di realizzarsi, ma non a vantaggio di se stessi, bensì in vista dell'opera che siamo tutti insieme chiamati a compiere nella chiesa e nel mondo: l'avanzamento del regno di Dio.
Aldo Palladino
Bibliografia
Alberto Taccia, Nuovo Testamento Annotato, Vol. III, Claudiana
Bruno Corsani, Introduzione al Nuovo Testamento, Claudiana
Heinrich Schlier, La lettera agli Efesini, Paideia
Francis Foulkes, L'epistola di Paolo agli Efesini, Edizioni GBU
Martin Buber, Il cammino dell'uomo, Ed. Qiqaion
Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana

03 luglio 2008



COMUNIONE FRATERNA E SERVIZIO

 

Salmo 133,1: "Ecco quant'è buono e quant'è piacevole che i fratelli vivano insieme!".
Luca 9, 46: "Poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande".

 

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il bisogno della vita comunitaria

L'esclamazione del Salmista sulla positività (buono e piacevole) della vita in comune, nella concordia, di fratelli e sorelle unite nella fede in Dio non è solo un auspicio, ma anche un bisogno. La società dei tempi del Salmista, di fronte alla precarietà della vita, tanto più precaria quanto più si viveva isolati, era la società delle solidarietà e della ricerca di coesione per essere capaci di contrastare efficacemente il nemico comune, sia esso la carestia, la malattia, il brigantaggio, i feroci e insidiosi animali selvatici, gli eserciti stranieri e cosi via.

La famiglia nucleare costituiva un gruppo unito con ruoli ben definiti e tradizioni che la rendevano una comunità solida. L'intero villaggio era una comunità coesa. La sinagoga (per noi oggi è la parrocchia, la chiesa locale), inoltre, costituiva l'espressione visibile di una comunità che in Dio fondava la propria fede e che nutriva il suo desiderio di protezione e sicurezza [la fede vissuta come fiducia nel Dio Creatore o come rifugio necessario dalle proprie paure è un argomento che non tramonta mai].

Dunque alla base del vivere insieme vi erano e vi sono elementi sociologici e psicologici che dal testo non traspaiono ma che, tuttavia, sono presenti, perché l'uomo è lo scrigno, il contenitore, la fonte di tutte le dinamiche di gruppo, positive e negative.

 

La fonte della vita comunitaria

"Quant'è buono e quant'è piacevole che i fratelli vivano insieme!" non è solo un bisogno umano di crescere, svilupparsi e vivere tranquilli. C'è, in questa esortazione, la vocazione di Dio all'uomo di relazionarsi con l'altro, a vivere di dialogo e di confronto, a recepire il dono della comunione fraterna. Si, un dono che si realizza per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo.

Dietrich Bonhoeffer così scrive nel suo libro "Vita comune" (Edizioni Queriniana):

"La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più e né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.

Che significa ciò?

In primo luogo, significa che un cristiano ha bisogno dell'altro a causa di Gesù Cristo.

In secondo luogo, che un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo.

In terzo luogo, significa che fin dall'eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l'eternità.

Sul primo punto: è cristiano chi non cerca più salute, salvezza e giustizia in se stesso, ma solo in Gesù Cristo. Il cristiano sa che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo accusa, anche se non ha alcun sentore di una propria colpa, e che la Parola di Dio lo assolve e lo giustifica, anche se non ha alcun sentimento di una propria giustizia. Il cristiano non vive più fondandosi su se stesso, non vive dell'accusa o della giustificazione di cui è egli stesso soggetto, ma dell'accusa e della giustificazione di Dio. Morte e vita del cristiano non sono circoscritte dentro di lui, ma si ritrovano solo nella Parola che sopraggiunge dal di fuori, nella Parola che Dio gli rivolge…Il cristiano vive interamente della verità della Parola di Dio in Gesù Cristo. Se gli si chiede: dov'è la tua salvezza, la tua beatitudine, la tua giustizia?, non può mai indicare se stesso, ma la Parola di Dio in Gesù Cristo, da cui gli viene salvezza, beatitudine, giustizia. Egli cerca sempre questa Parola, in tutti i modi. La fame e la sete continua di giustizia lo spingono a desiderare continuamente la Parola redentrice. Essa può venire solo da fuori. Preso a sé egli è povero e morto. Da fuori deve venire l'aiuto, ed in effetti è venuto e viene ogni giorno di nuovo nella Parola di Gesù Cristo, che ci dà la redenzione, la giustizia, l'innocenza e la beatitudine. Ma Dio ha messo questa Parola in bocca ad uomini, per consentire che essa venga trasmessa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice ad un altro. Dio ha voluto che cerchiamoe troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca ad uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la Parola di Dio...Quindi è chiaro lo scopo della comunione dei cristiani: essi si incontrano gli uni gli altri come latori del messaggio di salvezza.

Sul secondo punto: un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo. Fra gli uomini c'è conflitto. "Egli è la nostra pace " (Ef. 2,14), dice Paolo a proposito di Gesù Cristo, in cui la vecchia umanità dilacerata ha trovato la propria unità. Senza Cristo non c'è pace tra Dio e gli uomini, non c'è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo, non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. E senza Cristo non potremmo conoscere neppure il fratello né accostarci a lui. È il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello…

Sul terzo punto: il Figlio di Dio, nell'incarnarsi, per pura grazia ha assunto il nostro essere, la nostra natura, ha assunto noi stessi veracemente, fisicamente. Questo era l'eterno decreto del Dio trinitario. Ora siamo in lui. Dove egli è, porta la nostra carne, ciò che noi siamo. Dove è lui, lì siamo anche noi, nell'incarnazione, sulla croce e nella risurrezione. Apparteniamo a lui, perché in lui siamo. Per questa ragione la Scrittura ci chiama corpo di Cristo… Solo per mezzo di Gesù Cristo si è fratelli. Sono fratello dell'altro solo per ciò che Gesù Cristo ha fatto per me e in me; l'altro mi è divenuto fratello per ciò che Gesù Cristo ha fatto per lui e in lui... Il fratello con cui ho a che fare nella comunità…è l'altro che è stato redento da Cristo, che è stato liberato dal peccato e chiamato alla fede e alla vita eterna. La nostra comunione non può motivarsi in base a ciò che un cristiano è in se stesso, alla sua interiorità e devozione; viceversa, per la nostra fraternità è determinante ciò che si è a partire da Cristo".

 

Servire nella comunità

Dunque, la riflessione di Dietrich Bonhoeffer propone la centralità del Cristo nelle attività cristiane. Tutto ha senso se si parte dall'opera di Gesù Cristo tra noi e in noi, secondo una prospettiva nuova, rinnovata dalla sua Parola e dall'azione dello Spirito Santo.

Qualsiasi altra motivazione dello stare insieme, senza Cristo, porterebbe alla manifestazione di interessi personali, prevaricazione, manipolazione e dominio sull'altro, come è accaduto ai discepoli di Gesù, tra i quali discepoli si è manifestato il desiderio di primeggiare (Lc.9,46).

La vita e l'esistenza di una comunità cristiana dipende dal controllo che noi abbiamo su noi stessi. L'autocontrollo delle nostre parole, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti è fondamentale per non guastare le relazioni fraterne, come insegna Giacomo nella sua lettera (cap.3). Ma l'autocontrollo è un frutto dello Spirito (Gal. 5,22), che è il risultato finale di una vita che si nutre continuamente del cibo spirituale che proviene dalla Parola di Dio, cibo ripieno di grazia e non di giudizio.

La comunità cristiana non è esente da incrinature e fallimenti. Ma la sua crisi può solo essere addebitata alla presenza di carnalità, all'emergere di elementi umani che hanno dimenticato la bontà e l'insegnamento del Cristo o che, per eccesso di zelo, si sostituiscono al Cristo e allo Spirito Santo per difendere la verità rivelata.

Chi ha conosciuto l'amore di Dio in Cristo Gesù e vive della sua grazia non può avere altro atteggiamento che quello del servizio. Chi ama Gesù Cristo, ama e serve Dio e il prossimo.

Ma quale tipo di servizio dobbiamo offrire nella comunità in cui siamo inseriti?

D. Bonhoeffer ci suggerisce tre elementi fondamentali per il servizio:

1)     prestare ascolto alla Parola di Dio e saper ascoltare il nostro fratello;

2)     essere disponibili all'aiuto concreto;

3)     essere disponibili al sostegno del fratello.

Ciò si traduce nella volontà di dedicare del tempo per il servizio nella chiesa e, dunque, per gli altri. Per fare questo non basta la nostra disponibilità o il solo amore fraterno: è necessario una specifica preparazione alla cura pastorale. Dalla Parola di Dio, e non solo da essa [non bisogna, infatti, disdegnare il contributo delle scienze umane, come la psicologia, la pedagogia, ecc.],  occorre saper trarre gli strumenti per lavorare per gli altri. Sono gli strumenti utili per la crescita del corpo di Cristo, di cui ci ha parlato l'apostolo Paolo (1 Cor. 12,12-27), che è possibile solo sul fondamento della pietra angolare, Gesù Cristo (1 Pt. 2,4), l'unico a dare solidità a tutta la struttura e a tutto l'edificio. Infatti, la chiesa si costruisce non sulla nostra bravura, sulla nostra intelligenza o sulle nostre potenzialità personali, ma sulla nostra fedeltà a seguire il Signore fino in fondo, dove Lui ci chiama.
                                         
                                                                                                                  Aldo Palladino

13 giugno 2008

Marco 9,14-29
ESSERE CRISTIANI OGGI
Breve riflessione di Aldo Palladino

Il testo biblico
14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
OooOooo

Possiamo dirci cristiani?
L’unico fatto certo, rassicurante e liberatorio, che troviamo in questo racconto dell’evangelista Marco è la guarigione del ragazzo da parte di Gesù. Per il resto, esso ci offre il quadro di un padre disperato per la malattia del figlio e incredulo che la situazione possa cambiare, di discepoli scoraggiati e vinti per la loro impotenza ad operare un miracolo, di scribi che discutono, di una folla inerme e curiosa.
Credo che questo sia la fotografia della nostra condizione di credenti oggi. Viviamo ogni giorno ponendo la nostra attenzione alle notizie e ai fatti di cronaca che ci fanno inorridire, preoccupare, sdegnare, talvolta arrabbiare, e rimanendo, come la folla del nostro brano, ingessati e bloccati dinanzi agli eventi, incapaci di assumere altra posizione oltre quella di passiva attesa che qualcuno intervenga per risolvere il problema.
Da quale parte stiamo noi credenti? In quale di questi personaggi ci identifichiamo? Facciamo parte della “folla”, anonimi spettatori degli eventi che accadono intorno a noi, oppure ci sentiamo dei discepoli impotenti, che pure tentano di far qualcosa? O siamo come quel padre che dichiara la propria incredulità dinanzi al Signore?
Qualunque sia il gruppo o il personaggio con cui ci identifichiamo, è certo che comportamenti simili non ci rendono più cristiani di altri. In definitiva, la domanda che ci poniamo è: “Possiamo dirci cristiani? Chi sono oggi i discepoli del Signore Gesù Cristo?”. (Aldo Palladino)

Ecco cosa ha detto sull’argomento il Prof. Paolo Ricca, teologo della Facoltà Valdese di Teologia, nel corso di un seminario:

CHI SONO I DISCEPOLI OGGI

“…Quanto più uno capisce che cosa è il cristianesimo tanto più si rende conto della distanza che lo separa dal cristianesimo e tanto più si identifica con quel padre di un bambino epilettico al quale Gesù aveva detto: “Ogni cosa è possibile a chi crede” e ch’egli rispose dicendo: “Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità” (Marco9,24). Del resto lo stesso Nietzsche diceva : “In tutta la storia della Chiesa, c’è stato un solo cristiano, e questo lo hanno inchiodato sulla croce”.
Non è un caso che i cristiani di tutte le chiese comincino il loro culto con la confessione dei loro peccati, cioè con l’ammissione pubblica che la loro vita non è all’altezza del nome che portano, che devono essere perdonati in quanto cristiani insufficienti, carenti, apparenti, mancanti e mancati. Ma proprio perché è così difficile, per non dire impossibile, essere cristiani, lo è altrettanto rispondere con qualche autorità alla domanda: “Chi sono i discepoli di Gesù?”. Tenterò ugualmente di farlo, suddividendo questa, che più che altro è una meditazione sul tema, in due parti: la prima intitolata “Chi è il discepolo?”, la seconda intitolata “Che cosa fa?”. Va da sé che non dirò tutto quello che si potrebbe e dovrebbe dire, ma vi dirò volutamente poco, nella speranza che questo “poco” sia anche l’essenziale, o almeno gli si avvicini.
I ) Chi è oggi il discepolo?
A questa domanda si potrebbe rispondere in primo luogo non solo in tanti modi diversi. Ma anche in modi antitetici. Ne indico due:

1) si potrebbe descrivere il discepoli descrivendo il Maestro.
Il discepolo è una replica vivente del Maestro; lo diceva già l’autore della 1° lettera di Giovanni: “Chi dice di dimorare in lui, deve, nel modo ch’egli camminò, camminare anch’esso” (1Giovanni 2,6). E Gesù stesso aveva detto: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra” (Giovanni 15,20). Il destino del discepolo è uguale a quello del Maestro. Per sapere chi è il discepolo devi sapere chi è il Maestro, e quindi per rispondere alla domanda “Chi è il discepolo?” devi parlare del Maestro, raccontare la sua storia, tracciarne il profilo, raccontarne il destino, e poi rispondere alla domanda dicendo: “Il discepolo è – riprendendo una espressione ardita ma non retorica di Lutero - un alter Christus, così che in quanto cristiani “siamo reciprocamente e scambievolmente Cristo uno per l’altro”. Si potrebbe dunque in primo luogo rispondere alla domanda sul discepolo tracciando il suo modello che è il Maestro.

2) Ma ci sarebbe un secondo modo di descrivere il discepolo di Gesù oggi: sarebbe di parlare dei primi discepoli di allora, dei Dodici, così come ce li presentano i quattro evangeli: uomini che hanno si seguito Gesù abbandonando per questo le loro case e le loro famiglie, ma si direbbe, non lo hanno capito, non hanno capito le sue parole fraintendendole, in particolare, quando annuncia la sua morte: i discepoli “non capivano quel detto [di Gesù] che era per loro coperto di un velo, per modo che non lo intendevano….” (Luca 9,45). Ma non capivano neppure più il più significativo di tutti i suoi miracoli, cioè la moltiplicazione dei pani e dei pesci: “Non avevano capito il fatto dei pani, anzi il cuore loro era indurito”(Marco 6,52). Non solo non capiscono, ma si addormentano quando dovrebbero vegliare, abbandonano Gesù quando dovrebbero stargli vicino (Giovanni 16,32), lo rinnegano quando dovrebbero confessarlo, fuggono quando dovrebbero restare: Gesù non è stato crocifisso tra due discepoli, ma tra due ladroni.
Chi è oggi il discepolo di Gesù? E’ sempre ancora quello descritto dagli evangeli: un uomo, una donna che segue, sì Gesù, ma è costretto a rendersi conto che la sequela di Cristo, il discepolato, è una avventura infinitamente più grande di lui, per cui il discepolo di Gesù, nel ritratto che ne fanno gli evangeli, non è certamente un campione della fede e neppure di umanità, non brilla né per intelligenza spirituale né per coraggio morale, tanto che se, alla fine dell’avventura, Gesù lo annovera ancora tra i suoi discepoli e gli conserva questo titolo che come sapete è il primo nome dei cristiani
– il primo nel tempo e il primo come importanza; solo in un secondo momento, nella chiesa di Antiochia, “per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani” (Atti 11,26) – se dunque, dicevo, alla fine dell’avventura Gesù ci onorerà ancora chiamandoci “discepoli”, sarà un atto di pura grazia, un dono generoso e immediato, un benevolo riconoscimento non già di quello che siamo o siamo stati, ma di quello che vorremmo essere o avremmo voluto essere. Chi è oggi il discepolo di Gesù? E’ colui o colei che, per pura grazia, è chiamata così senza esserlo veramente. Questo avrebbe potuto essere un secondo modo di descrivere il discepolo di Gesù oggi.
Ne proporrò un terzo, non perché sia migliore (anzi i migliori potrebbero proprio essere i due cui ho accennato: descrivere il discepolo parlando del Maestro oppure rifacendomi ai primi discepoli: i Dodici), ma perché mi consente – spero – di dire quello che mi sembra essere l’essenziale. E l’essenziale è questo:

I - In risposta alla domanda “Chi è il discepolo?” dirò due cose: è un chiamato anzitutto, e in secondo luogo è un itinerante, un viator.

II - E in risposta alla domanda “Che cosa fa?” il discepolo dirò tre cose: il discepolo crede, spera e ama.

I [a] Chi è il discepolo oggi? Risponderò con un paradosso: il discepolo è nello stesso tempo uno che non può esserlo e che non può non esserlo. Non può esserlo perché a ben guardare nessuno è cristiano, anche quelli che si considerano tali sono solo “aspiranti cristiani”, come Kierkegaard diceva di se stesso: siamo tutti solo aspiranti cristiani perché, come ho detto, il carisma di Gesù ci supera infinitamente. Ma al tempo stesso il discepolo di Gesù è uno che non può non esserlo, non può sottrarsi a questo compito impossibile, non può fuggire come tentò invano di fare Giona, o l’autore del Salmo 139: “Dove me ne andrò lungi dal tuo spirito e dove fuggirò dal tuo cospetto? Se salgo in cielo tu vi sei, se mi metto a giacere nel soggiorno dei morti, eccoti quivi” (v 7-8); o come Geremia, che vorrebbe non pronunciare più il nome di Dio che gli procura tanti problemi, ma non può, c’è dentro di lui “come un fuoco ardente” (20,9), incontenibile, il profeta deve parlare, non può non farlo. E’ il mistero della vocazione. Nella Bibbia nessuno si mette con Dio di sua iniziativa: sono tutti chiamati, da Abramo in avanti, attraverso Mosè, i profeti, Giovanni Battista, Gesù stesso: “Fuori d’Egitto chiamai il mio figliuolo” (Matteo 2,15). I Dodici sono tutti stati chiamati, uno ad uno. Così l’apostolo Paolo. Nessuno s’è fatto avanti da sé, nessuno ha scelto lui di essere discepolo, non lo si diventa per decisione propria: “Non siete voi che avete scelto me, sono io che ho scelto voi” (Giovanni 15,16). Sei chiamato a essere quello che non sei. Questo mistero è davvero grande: Dio “chiama le cose che non sono come se fossero” (Romani 4,17), mi chiama a essere discepolo, come se lo fossi. E perché mi chiama? Non certo per quello che sono, per le mie qualità intellettuali o morali o spirituali: “Non ci sono tra voi molti savi secondo i criteri umani, non molti potenti, non molti nobili” (1 Corinzi 1,26). Non saprai mai perché sei stato chiamato. Forse per quello che sarai, per quello che Dio farà di te. Forse neppure per questo ma soltanto per quello che non tu ma Dio è: grazia immeritata e incondizionata .
Chi è oggi il discepolo di Gesù? E’ colui al quale, un giorno, si presentò al bordo del lago un Uomo senza nome e gli disse – come disse a quegli uomini che non sapevano chi egli fosse –la stessa parola: “Tu, seguimi”, e ci pone dinanzi ai compiti che egli vuole adempiere nel nostro tempo. Egli comanda. A coloro che gli ubbidiscono, ai savi e ai semplici, gli si rivela nell’esperienza di pace, opere, lotte e sofferenze che essi potranno fare nella comunione con lui. Allora essi conosceranno come in un mistero ineffabile che egli è……”. Ecco chi è oggi, come allora, il discepolo di Gesù: un chiamato che ubbidendo alla chiamata conosce chi è colui che lo chiama. Il discepolo di Gesù non sa prima chi è veramente Gesù, lo saprà dopo, cammin facendo.

I - [b] Se il primo tratto costitutivo del discepolato è la vocazione, il secondo è l’itineranza. Il discepolo non è seduto ai piedi del Maestro, è in piedi e gli va dietro.
Non è solo colui che impara, è anche colui che cammina. E’ un tratto caratteristico del Dio della Bibbia che egli fa muovere le persone, non le lascia dove sono. Abramo deve lasciare il suo paese e la casa di suo padre e partire per una terra lontana e sconosciuta: partire per l’ignoto.
Anche Israele, schiavo in Egitto, deve partire: il viaggio sarà lungo, travagliato; quelli che partono non arriveranno alla meta, non entreranno nella terra promessa; neppure Mosè potrà entrarci, pur contemplandola dall’alto del Monte Nebo prima di morire. E’ come se fosse più importante partire che arrivare. Il discepolo è uno che parte: non sa dove arriverà, né quando arriverà e neppure se arriverà, come Mosè, che non è arrivato. Anche Gesù, quando dice al discepolo: “Tu, seguimi”, non precisa dove lo porterà, perché non si sa prima dove il viaggio ci porterà, e comunque il viaggio vale almeno quanto la meta.
E’ molto significativo e, direi, programmatico che Gesù abbia detto: “Io sono la via” e non “Io sono la meta”. Ed è altrettanto significativo che il primo nome della religione cristiana fu “la Via”. Il cristianesimo è una Via, non un traguardo. Il traguardo è Dio, Gesù è la via verso Dio e il discepolo percorre questa via. Ecco dunque chi è il discepolo di Gesù: non un uomo arrivato, ma un uomo partito. Un uomo, una donna che Dio ha messo in movimento, così che non poteva restare dove era. E' un viator, un viandante, un itinerante. L’apostolo Paolo paragona la vita cristiana ad una corsa nella quale lui stesso è impegnato. “Proseguo il cammino, egli dice, per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù”(Filippesi 3,12).

II - Abbiamo visto chi è il discepolo di Gesù, limitandoci all’essenziale: la vocazione e l’itineranza, il viaggio, il movimento. Ora vediamo che cosa fa. Fa tre cose: crede, spera, ama.
II – [a] Il discepolo in primo luogo crede. “Se aveste fede quanto un granello di senape” diceva Gesù. Che cosa significa “credere”? Non solo pensare, ritenere, immaginare, sognare, e neppure solo avere delle certezze. Credere significa fare tutto questo, ma non da solo, bensì in dialogo con un Altro, anzi con l’Altro che chiamiamo Dio e che Gesù chiamava Padre. La caratteristica fondamentale di questo Dio è che parla. Credere significa vivere nella Parola: ascoltare la Sua parola e rispondere con la nostra. Credere significa dialogare. Ma questo dialogo non è solo uno scambio di parole, è un incontro di persone. “La parola di Dio, anzi la Parola che era nel principio con Dio e che era Dio, è diventata carne, cioè uomo, ed ha abitato un tempo tra noi” (Giovanni 1,1.14). Così se la fede in ambito cristiano, significa vivere nella parola, significa vivere nella Parola fatta carne, vivere in Cristo e con Cristo.
E qui, allora, consentitemi di illustrare questa fede con due citazioni di Lutero, una relativa a quello che chiamerei il ‘polo luminoso della fede’, l’altra relativa a quella che chiamerei il ‘solo assunto’ della fede. La fede infatti ha un polo luminoso, cioè felicità, pace, libertà, gioia, lode, gratitudine, ma ha anche un polo oscuro, cioè grido, lamento (c’è un libro della Bibbia che si chiama Lamentazioni) protesta, pianto (pensiamo al pianto di Pietro dopo il tradimento e al grido di Gesù sulla croce). La parola di Lutero che illustra il polo luminoso della fede è questa: egli parla nella Libertà del cristiano dello sposalizio dell’anima con Cristo per cui “Cristo e l’anima diventano un corpo solo …… e se Cristo ha tutti i beni e la beatitudine, questi sono propri dell’anima. Se l’anima ha in sé ogni difetto e peccato, questi diventano propri di Cristo. Qui si compie il felice scambio, la lieta contesa”. Questo è il polo luminoso della fede: dò a Cristo il mio peccato e lui mi dà la sua giustizia,dò a Cristo le mie paure e lui mi dà la sua serenità, dò a Cristo la mia fragilità e lui mi dà la sua forza.
Ma poi c’è il lato oscuro della fede (se così lo si può chiamare), la fede come grido e lamento e protesta. Ed ecco allora l’altra citazione “La fede è in qualche modo una conoscenza, o una tenebra che non vede nulla, e tuttavia in questa tenebra Cristo siede afferrato dalla fede come Dio sul Sinai (era avvolto dalle tenebre) e nel tempio sedeva nel cuore delle tenebre” 4. Ecco il polo oscuro della fede: essa è tenebre che nulla vede tranne un’unica luce, quella di Cristo, che siede nel cuore delle tenebre. Qui non c’è felice scambio, lieta comunione e condivisione dei beni, sposalizio dell’anima con Cristo. Qui c’è solo uno sguardo che non perde di vista la luce di Cristo. Ecco allora che cosa significa credere: significa vivere nella Parola fatta carne, nella quale avviene il “felice scambio” tra l’anima e Cristo, e nella quale si fa anche l’esperienza delle tenebre, delle tenebre fitte, ma nel cuore di queste tenebre brilla la luce.

II - [b] Il discepolo di Gesù è un uomo, una donna che spera, e questa caratteristica vorrei illustrarla con un testo ebraico, perché nessun popolo merita di essere considerato “popolo della speranza” come il popolo d’Israele. E se il cristianesimo è anch’esso, come l’ebraismo, una religione della speranza, lo deve unicamente alla sua radice ebraica. Il testo è tratto dal romanzo “L’ultimo dei Giusti” di cui costituisce l’epilogo. Dopo aver descritto la morte dell’ultimo dei giusti in una camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz (il brano mi è tornato alla mente in concomitanza con la Giornata della memoria che cadeva l’altro ieri), l’Autore, Andrè Schvarz-Bart scrive:
“ E’ lodato Auschwitz. Maidanck. L’eterno. Treblinka. È lodato Buckenwald Sia. Mauthausen. L’eterno. Belzec. È lodato.Sobibor. Sia Chelmno. L’eterno. Ponary. Theresienstadt. Sia. Varsavia. L’eterno. Vilno. E lodato Skarzysko. Sia. Berger-Belsen.
L’eterno. Janon. E lodato Dora. Sia. Neuengamme. L’Eterno. Pustkow. E lodato…. Talora, è vero, il cuore vorrebbe scoppiare di dolore. Ma spesso anche, e specie di sera, non posso fare a meno di pensare che Erni Levy, morto sei milioni di volte, sia ancora vivo in qualche parte…Ieri, mentre fremevo disperato in mezzo alla strada inchiodato al suolo, una goccia di pietà cadde dall’alto sul mio viso; non un alito di vento nell’aria, non una nube in cielo……C’era soltanto una presenza”. Ecco la speranza: dopo essere morto sei milioni di volte, Erni Levy è ancora vivo da qualche parte. Dopo l’Olocausto e la morte di ogni pietà sulla terra, ecco che una goccia di pietà cade dal cielo. E’ la speranza che vive e fa vivere. Il discepolo di Gesù spera.
Calvino definisce così la speranza “farsi strada attraverso la disperazione”. Il discepolo di Gesù ama. Dice l’apostolo Paolo che tre cose durano: fede speranza e amore, ma la più grande di esse è l’amore” (I Corinzi 13,13). Perché l’amore è più grande? Così risponde Dietrich Bonhoeffer in una predica del 1934. “Perché credere significa vivere davanti a Dio, sperare significa vivere in vista di Dio, ma amare significa vivere in Dio. La fede ci giustifica, la speranza ci orienta, ma l’amore ci porta a compimento: l’amore è più grande. La fede ci rende confessanti, la speranza ci rende fiduciosi, ma l’amore ci rende servitori: l’amore è più grande. La fede fa memoria del passato, la speranza anticipa il futuro, ma l’amore ci rende attenti al presente: l’amore è più grande. La fede ci libera dall’ansia, la speranza ci libera dalla paura, ma l’amore ci libera da noi stessi: l’amore è più grande. La fede apre la mente, la speranza dischiude orizzonti, ma l’amore riscalda i cuori: l’amore è più grande.
Ecco dunque chi è, concludendo, il discepolo di Gesù: è un uomo, una donna chiamati a partire, a diventare viandanti, itineranti e in questo viaggio a esercitarsi nella fede, a coltivare la speranza e a praticare l’amore. E’ questo che Gesù, il Maestro, è stato ed ha fatto. Seguirlo significa vivere come lui”. (Paolo Ricca)

05 maggio 2008


Rom. 8, 26-30

DALLA DEBOLEZZA ALLA GLORIFICAZIONE

Predicazione di Aldo Palladino

Domenica, 4 maggio, Chiesa Cristiana Evangelica Valdese di Via Nomaglio e

e di C.so Oddone - Torino

 

Il testo biblico

26 Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; 27 e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio.

28 Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. 29 Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30 e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati.

 

oooOooo

 

Un disagio?

Dobbiamo ammettere che tutte le volte che ci troviamo di fronte a brani come questo, in cui in modo evidente viene presentata l'azione dello Spirito Santo in favore dei credenti, avvertiamo un certo disagio.

Noi, che ci definiamo e siamo cristiani trinitari, abbiamo, per così dire, più "familiarità" con Dio Padre, con Dio Figlio, ma facciamo fatica ad accogliere Dio come Spirito Santo. A mio parere, ciò dipende da diversi motivi.

Il primo è che siamo contaminati da una cultura che definisce vero solo ciò che si vede e che si tocca. È la cultura antica di Tommaso che disse ai discepoli che avevano visto il Signore: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò" (Giov. 20,25).

Il secondo è che è più facile ragionare per categorie o per immagini e le figure del Padre e del Figlio rientrano nella nostra quotidianità e, dunque, sono più vicine alla nostra esperienza di vita.

Il terzo è che nel corso della storia, le interpretazioni date sullo Spirito Santo, dalle origini fino ai nostri giorni, sono sempre state un tentativo di risolvere il problema dell'intreccio tra potenza divina e desiderio umano, cioè di stabilire dove opera Dio e dove, invece, opera l'istinto o la volontà umana.

Un ultimo motivo, inoltre, è che noi credenti abbiamo un po' perso l'abitudine di lasciarci ammaestrare dalla Parola di Dio, che è e rimane sempre il terreno fertile da cui partire per essere orientati in ogni ricerca che coinvolga la nostra fede.

 

Lo Spirito Santo

Il nostro disagio, infatti, si attenua o scompare quando, approfondendo il nostro testo, l'apostolo Paolo afferma che lo Spirito è colui "che viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene". Lo Spirito ci viene incontro per rimediare alla nostra debolezza (in greco "astenia", che significa, nel linguaggio medico, "debolezza dell'organismo o di una sua parte, mancanza di vigore") e, in senso lato, alle nostre infermità, alla nostra povertà, alla nostra ignoranza, insite nella nostra umanità di peccato. Come bambini, lo Spirito Santo ci guida ad accostarci a Dio per invocarlo: "Abbà, Padre" (Gal.4,6-7; Rom.8,15-17), e ci sostiene nella relazione con Lui. Col suo aiuto, Dio non è più quel personaggio lontano e misterioso, giudice severo e castigatore disegnato da una vetero-telologia, ma diventa nostro Padre, che per amore dona se stesso in Cristo Gesù per diventare quel prossimo che si prende cura di noi fino alla nostra completa guarigione (Lc. 10,25-37).                                                                                          

Lo Spirito Santo e la preghiera

Siccome non sappiamo pregare come si conviene, Paolo sostiene che lo Spirito supplisce a questa nostra incapacità e traduce la nostra preghiera per renderla comprensibile a Dio. Lo Spirito Santo stimola e promuove la preghiera e si fa carico di presentarla a Dio come nostro interprete e portavoce. Dunque, la preghiera è, al tempo stesso, iniziativa e realizzazione dello Spirito Santo e, come qualsiasi altra attività espressione della fede, essa non è merito nostro né deve diventare motivo di vanto. La preghiera è un dono e un privilegio, ed è termometro della nostra vita spirituale, perché chi crede prega e chi prega crede.

Quando lasciamo agire liberamente lo Spirito Santo – e ciò avviene se noi non lo contristiamo (Ef. 4,30) e  non ci opponiamo alla sua azione – egli viene a dimorare in noi e noi diventiamo tempio dello Spirito Santo (1 Cor. 6,19). Così lo Spirito, come puro dono, diventa la norma secondo cui noi viviamo e, di conseguenza, noi possiamo imparare a distinguere nelle diverse situazioni concrete della nostra vita ciò che è giusto da quello che è sbagliato (1 Cor. 7,40).

 

Dio non ci abbandona a noi stessi

Le parole dell'apostolo Paolo, che ci assicurano l'aiuto dello Spirito Santo, sono per tutti noi un messaggio incoraggiante. Nonostante quello che noi siamo, anzi proprio per quello che noi siamo o, come dice Paolo, "mentre eravamo senza forza…" (Rom. 5,6), "Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo peccatori, Cristo e morto per noi" (Rom. 5, 8). Il progetto dell'amore di Dio per l'intera umanità si concretizza nel dono del Figlio, Gesù Cristo, nel quale abbiamo salvezza e vita eterna. Ma quel progetto si completa col dono dello Spirito Santo, perché Dio non ci abbandona a noi stessi.

Per questo Paolo può dire (secondo una versione più accreditata): "Noi sappiamo che Dio volge tutte le cose al bene di coloro che lo amano" (28).

Disse un teologo riformato: "Se tutto coopera per il bene, non c'è nulla che, in un modo o in un altro, non possa tornare a vantaggio dei figlioli di Dio. Tutto ciò che la Provvidenza dispensa, sia in bene che in male, sia favorevole che avversa, ogni occorrenza ed evento - ogni cosa, qualunque essa sia - coopera al loro bene. Non succede per caso: è Dio a fare in modo che ogni cosa si riveli per il bene dei suoi figlioli. In modo particolare, l'afflizione dei credenti coopera a questo fine" (Haldane).

Non c'è, dunque, motivo per cadere nello sconforto o nella paura, nello scoraggiamento, nella delusione. L'iniziativa di Dio è fondata sulla sua fedeltà alle promesse e al suo piano di redenzione:

1)      "Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Gesù Cristo fin dall'eternità" (2 Tim. 1,9);

2)      ci ha preconosciuti, cioè ci ha conosciuti prima ancora di manifestare il suo amore in Cristo (conoscenza, nel linguaggio biblico, non è tanto un fatto intellettuale quanto un rapporto che si stabilisce tra due persone, una scelta e un impegno);

3)      ci ha predestinati, cioè ci ha chiamati a svolgere un compito, a realizzare uno scopo, quello di essere conforme all'immagine del Figlio suo: "la gloria del Cristo risorto è il segno e la caparra della gloria alla quale Iddio destina i credenti (Rom. 8,17) – in parte già quaggiù, grazie al dono dello Spirito; in modo completo alla fine ( 1 Cor. 15,49). Perciò, al v. 30, Paolo può dire chiamati, giustificati, glorificati col verbo al passato, perché la glorificazione, pur essendo la speranza ferma del cristiano, appartiene già per fede alla sua esperienza, confermata dal possesso dello Spirito Santo (2 Cor. 3,18)".

 

Esortazione

Queste parole possano recarci grande consolazione e profonda pace. Al tempo stesso, ci siano di stimolo per recuperare la nostra esatta identità, di uomini e donne chiamate a servire Dio qui ed ora, di figli e figlie di Dio consacrate per testimoniare e raccontare quale progetto Dio ha posto in essere e realizzato in Cristo per questa umanità, e di essere sale della terra e luce del mondo (Mt. 5,13-14).

A cominciare dalle nostre famiglie, per continuare nelle nostre chiese e poi nella società, la nostra azione deve essere una risposta coerente a ciò che Dio ci ha comandato. Amen.

 

                                                                                                                        Aldo Palladino