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18 luglio 2007
25 giugno 2007

Il testo biblico
Gesù, il vero Sposo del banchetto nuziale
Il vino della Cena del Signore
11 giugno 2007

Vangelo di Giovanni 8, 12-19
La luce di Cristo illumina tutti
3 settembre 2005, ore 21,00
Chiesa cattolica "S. Massimo", Via dei Mille, 28 – Torino –
Predicatore: Aldo Palladino
Il testo biblico
12. Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».13. Allora i farisei gli dissero: «Tu testimoni di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14. Gesù rispose loro: «Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado; ma voi non sapete da dove io vengo né dove vado. 15. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16. Anche se giudico, il mio giudizio è veritiero, perché non sono solo, ma sono io con il Padre che mi ha mandato. 17. D'altronde nella vostra legge è scritto che la testimonianza di due uomini è vera. 18. Or sono io a testimoniare di me stesso, e anche il Padre che mi ha mandato testimonia di me». 19. Essi perciò gli dissero: «Dov'è tuo Padre?» Gesù rispose: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».
Contesto
Il testo biblico appena letto è collocato, nelle nostre traduzioni, tra l'episodio della "donna adultera" ( omesso in antichi manoscritti e da altre versioni, e ignorato pare anche dai Padri greci) e una serie di dichiarazioni autoreferenziali che Gesù fa ai farisei (v.13) e a molti Giudei (vv. 22, 30) presenti nel tempio (v. 20), in un contesto, cioè, in cui Gesù evidenzia che tutti gli essere umani sono peccatori e che sono ciechi (Gesù disse, infatti, " chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv. 8, 7).
La presenza del peccato e la cecità spirituale dell'uomo sono le tenebre che Gesù è venuto a rimuovere con la sua luce.
Origine dell'espressione "luce del mondo"
Gesù si rivela come luce del mondo e promette a chi lo segue la luce della vita.
Si ha ragione di collegare questa parola di rivelazione con la festa dei Tabernacoli e di pensare alla luminaria che si faceva per l'occasione nell'atrio delle donne del tempio di Gerusalemme. I lampadari sopravvanzavano le mura di cinta del tempio e dovevano diffondere la luce su tutta Gerusalemme. "Non v'era cortile in Gerusalemme che non fosse illuminato dalla luce del luogo in cui si attingeva l'acqua" (Sukka 5,3b). Allora si faceva una grande festa. "I devoti e gli uomini d'azione danzavano con fiaccole in pugno e dicevano davanti ad esse parole di canti di lode". I Leviti con cetre, arpe e cimbali stavano sui quindici gradini che dall'atrio d'Israele, scendevano all'atrio delle donne e accompagnavano i canti.
C'è nell'evangelista una reminiscenza di questo giubilo nella gioia di Abramo, che secondo la tradizione giudaica era considerato il fondatore della festa dei Tabernacoli.
Ma Gesù è più della luce della festa notturna che illumina e rallegra tutta Gerusalemme; Egli è la luce del mondo. L'orizzonte giudaico è superato. Gesù è venuto nel mondo a portare all'intera umanità luce e vita.
Fin dal principio il Logos era la luce degli uomini (Gv. 1,4), ma con la sua venuta storica (incarnazione) diventa tale in modo unico e speciale.
Gli uomini che odono la sua rivelazione sono chiamati a credere in lui e a diventare "figli della luce" (Gv. 12,36).
Chi è la luce?
La luce che Gesù propone non è una filosofia, non è un sistema di idee astratte, di convinzioni religiose teoriche, non è un credo localizzato nel nostro cervello razionale. Gesù Cristo è luce, è una persona, una persona molto speciale e concreta che entra in relazione con noi attraverso l'autorità, l'autorevolezza della sua parola, con la potenza dei suoi atti.
I Vangeli sono la grande testimonianza del suo cammino tra gli uomini.
Pieno di grazia e di verità, umile, compassionevole, solidale con i bisognosi, portatore e costruttore della pace, giusto, uomo di preghiera, Figlio ubbidiente fino alla morte della croce, autore di una salvezza eterna, Gesù ha la risposta alle molte domande dell'uomo di ieri e di oggi, perché ha simpatizzato con noi come uomo nelle nostre debolezze.
Gesù è la risposta
Gesù è la risposta ai nostri profondi interrogativi; egli è la luce che sgombra le ombre tenebrose della nostra odierna società: ombre del dubbio, dell'incredulità e dell'indifferenza, dell'egoismo, "delle guerre conosciute e di quelle dimenticate, delle violenze e dei conflitti di vario genere, del terrorismo integralista, dell'attacco ideologico al matrimonio e alla famiglia, alla stessa vita umana, dell'oscuramento della coscienza morale, della perdita della capacità di amare fedelmente e costantemente, della perdita del senso del peccato che denota la perdita del senso di Dio, di un agnosticismo che non lascia spazio alla religione e diventa peggio dell'ateismo, mentre d'altra parte proliferano le ombre nefaste o le manifestazioni di una religiosità settaria e fanatica, anche di tipo fondamentalista".
Attualizzazione
Di fronte ad un quadro del genere credo che gli obiettivi delle Chiese Cristiane d'Europa, prima ancora di realizzare un'unità visibile, per la quale si sta lavorando da molti anni, siano tre:
1) il primo obiettivo riguarda ciascuna chiesa cristiana. Si tratta di:
riprendere la via dell'evangelizzazione, perché c'è bisogno di conversione o, come disse Gesù a Nicodemo di "nascere di nuovo, d'acqua e di spirito" (Gv. 3,3.5) ovvero, come disse l'apostolo Paolo, di essere delle nuove creature in Cristo (2 Cor. 5,17).
C'è la necessità di incoraggiare sempre di più la lettura e lo studio della Bibbia nelle famiglie per permettere la diffusione delle radici cristiane nel tessuto sociale, per rifondare il vissuto cristiano a partire dalla conoscenza diretta della Scrittura.
C'è la necessità di ricercare una spiritualità che realizzi un vero incontro col Signore Gesù Cristo, l'unico incontro che possa parlare alle nostre coscienze del nostro stato di peccato e della necessità del suo perdono, della sua misericordia, della sua grazia.
Dalla luce di Cristo nella nostra vita e nella sua sequela nasce uno stile di vita nuovo, fatto di impegno e di consacrazione nella Chiesa e nella società.
C'è la necessità di imparare alla scuola del Signore l'accoglienza e l'ascolto dell'altro, credente o non credente, perché la luce di Cristo è per tutti e i nostri pregiudizi e le nostre immagini preconcette dell'altro non devono costituire un impedimento alla diffusione, alla propagazione di quella luce.
C'è la necessità di diventare credibili come cristiani con l'esempio, con la coerenza della nostra vita, con la nostra condotta amorevole e caritatevole.
Gesù ha detto: "Io sono la luce del mondo", ma ha aggiunto: "chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".
Seguire Gesù significa ascoltare, nella fede e nell'obbedienza, la voce del Rivelatore, come pecore che riconoscono soltanto la voce del pastore, che non conoscono la voce degli estranei (Gv. 10,4.5.27) o le molte voci che si vogliono sostituire o sovrapporre a quella del nostro unico Pastore, Gesù Cristo.
Seguire Gesù significa diventare suoi discepoli.
Camminare nelle tenebre significa cadere nella sfera della morte. L'uomo che cammina nelle tenebre, senza la luce della rivelazione salvifica, non ha né una meta né una direzione, "non sa dove va" (Gv. 12,35) e in questa lontananza da Dio è abbandonato senza speranza al suo destino mortale.
2) il secondo obiettivo si riferisce alle relazioni tra le chiese cristiane e, in pratica, si tratta di :
riconoscersi chiese sorelle di pari dignità e valore dinanzi al Signore , che è l'unico Capo della Chiesa, traducendo questo riconoscimento nell'accogliersi alla Cena del Signore, all'Eucarestia, riaffermando che il patrimonio comune delle chiese è quello che l'apostolo Paolo ricorda agli Efesini (4, 4-6): "Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati ad una sola speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo , un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti".
Lo stesso apostolo Paolo, inoltre, esorta a "sforzarci di conservare l'unità dello Spirito con il vincolo della pace" (Ef. 4,3).
Cosa significa questo? Significa che tutti i cristiani, che lo si voglia o no, hanno già un'unità spirituale, quella che Cristo ha realizzato per noi alla croce imputando la sua giustizia a noi e costituendo come figli di Dio coloro che Lo accettano come Signore e Salvatore.
L'unità spirituale, dunque, c'è ed è insegnata nella Scrittura, ma noi facciamo fatica a riconoscerla.
Gesù comunicò ai suoi discepoli l'intenzione di edificare ciò che definiva "la mia chiesa" (Mt. 16,18-23).
Egli garantisce la sua presenza "dove due o tre sono radunati nel suo nome" (Mt. 18,20).
"Gesù è il capo della chiesa (Ef. 5,23), che ha amato dando se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata
lavandola con l'acqua della parola per farla comparire davanti a sé gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri
simili difetti, ma santa e irreprensibile"(Ef. 5,25-27).
3) il terzo obiettivo riguarda l'atteggiamento delle chiese cristiane verso la società. Si tratta in pratica di:
riconoscere che nella società c'è un laicismo genuino e interessante, che ha voglia di lavorare per la pace, la giustizia e la libertà, per la dignità umana e per l'inestimabile valore di ogni essere umano, per i poveri, per i più deboli e per gli emarginati della terra, per la salvaguardia del creato. Con un tale laicismo, anche non appartenente ad una confessione religiosa, occorre stabilire un dialogo proficuo e una collaborazione finalizzata a progetti che rendano un servizio utile all'uomo e alla società.
Enzo Bianchi, su La Stampa di qualche giorno fa (27 agosto 2005), in un articolo dal titolo "Quando i laici sono un'opportunità per la fede cristiana" precisava che esistono laici senza fede capaci di elaborare e assumere un'etica in virtù del principio che ogni uomo è immagine di Dio e quindi capace di discernere il bene ed il male. A tali persone non si può chiedere più di quello che non hanno.
I cristiani devono sapere in ogni caso che la sfida che hanno davanti sta nell'incontro e nel dialogo con chi credente non è per cui è bene prepararsi affinché il confronto sia sempre senza paura e senza aggressività per trovare soluzioni positive per il bene e lo sviluppo sociale, soprattutto sul piano etico.
La qualità e lo stile umile del comportamento cristiano sarà la testimonianza vivente che Cristo vive in noi e che la sua luce orienta e nobilita le nostre scelte etiche e spirituali.
Dunque, a chi si unisce a Lui in un cammino di fede, speranza e carità, Gesù promette la luce della vita cioè la sfera divina della luce (1 Gv. 1,7) che rende possibile la vera vita, la partecipazione all'eterna vita di Dio.
La sua promessa non è per un lontano futuro, bensì per un futuro immediato e che mai avrà fine.
Amen.
Aldo Palladino31 maggio 2007
Efesini 1,1-14 La nostra identità in Cristo

di Aldo Palladino
Il testo di Efesini 1,1–14
1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù. 2 Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.
3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 4 In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, 5 avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, 6 a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 7 In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, 8 che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, 9 facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, 10 per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 11 In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, 12 per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.
Letture aggiuntive: Salmo 145,1-10; Rom. 11,33-36; Col. 3,12-17
Informazioni storiche
Data in cui è stata scritta l'epistola :
- verso la fine degli anni 70 (Corsani, che non attribuisce la lettera a Paolo);
- altri, 60-62 quando Paolo era in prigione a Roma (Atti 28,30);
- altri ancora, 57-59 quando Paolo era in prigione a Cesarea (Atti 24,27).
L'autore dell'epistola e i destinatari
Il testo che abbiamo letto si presenta a noi subito con due problemi: il primo riguarda l'autore, il secondo i destinatari della lettera.
Per quanto riguarda l'autore (1), la lettera evidenzia il nome di Paolo. Ma nel corso della storia sono sorti dubbi sulla paternità di Paolo. Alcuni cosiddetti Padri della chiesa (Clemente Romano, Ignazio, Policarpo, Erma, Ireneo, Clemente d'Alessandria, Tertulliano, Ippolito) l'attribuiscono alla mano di Paolo, altri la rifiutano per una serie di motivi: il linguaggio usato, lo stile e le argomentazioni teologiche non sembrano appartenere a lui. Alcuni pensano che la lettera sia stata scritta da un discepolo di Paolo, che avrebbe addirittura preso in prestito argomenti della lettera ai Colossesi. Insomma, nella cristianità non c'è accordo su questo punto.
Per quanto riguarda i destinatari (1), si ha il dubbio che siano gli Efesini, poiché i due principali e antichi manoscritti (Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus e il papiro di Chester Beatty degli inizi del 3° secolo) non riportano la scritta "in Efeso".
Pare che lettera non contenesse alcun destinatario perché destinata a più chiese e di volta in volta si scrivesse il nome della chiesa a cui veniva recapitata. Era una sorta di lettera circolare destinata a più chiese dell'Asia Minore.
In ogni caso, la lettera ha un suo valore teologico degno di grande considerazione.
Un aneddoto come introduzione alla meditazione
Ma, detto questo, vorrei ora raccontarvi un aneddoto che ci aiuta a comprendere, spero, il senso della nostra riflessione.
Si racconta che "due venditori di scarpe furono mandati in Africa dalle loro ditte per aprire un nuovo mercato. Quando arrivarono, si guardarono intorno, esaminarono il mercato e poi telefonarono alle rispettive ditte. Uno disse: "Io torno a casa, perché qui non ci sono possibilità di vendita, perché nessuno indossa le scarpe". L'altro venditore, invece, telefonò in ditta e disse: "Speditemi migliaia di scarpe. Ho trovato il più grande mercato del mondo, visto che qui tutti girano scalzi".
Tutti e due avevano esaminato il mercato, ma avevano guardato le cose da due differenti prospettive: il primo, di fronte a quella situazione, si scoraggiò e tornò indietro; il secondo valutò la situazione con fiducia e guardò le cose come una grande opportunità che gli veniva offerta. Il suo modo di pensare gli diede ragione e fece grossi affari.
Il contesto
Nella nostra lettera l'unità e la comunione delle chiese dell'Asia minore erano minacciate o da falsi apostoli ostili all'Evangelo (ved. epistola ai Galati) o dall'esuberanza carismatica di alcuni (ved. epistola ai Corinzi) o dalla debolezza di altri (ved. epistola ai Romani 14-15).
Non era una singola persona a insidiare l'unità della chiesa, ma l'esistenza di due blocchi contrapposti, quello di origine ebraica e quello di origine pagana. Cioè blocchi di cristiani, ex giudei da una parte e ex pagani dall'altra, che rivendicavano una posizione di primato con l'imposizione del proprio orientamento di fede, di vita, di tradizioni. Una volta erano i giudei cristiani ad assumere l'atteggiamento di eredi ( noi siamo figli di Abramo), e i convertiti dal paganesimo erano considerati figli adottivi o semplici parenti poveri. Ora le parti sono invertite: i cristiani provenienti dal paganesimo guardano i giudeo cristiani con sufficienza spirituale.
Era, dunque, una situazione di non facile soluzione perché non era facile far abbandonare da ambedue i gruppi contrapposti posizioni di diffidenza reciproca e di ogni sentimento di superiorità degli uni rispetto agli altri.
Inno di benedizione
Ma l'autore di Efesini non si è scoraggiato e scrive la sua epistola, che è densa di fiducia e di speranza.
Nasce, dunque, da questa situazione di crisi, di contrasti, di forti negatività, questo meraviglioso inno di benedizione (3-14). Benedizione è bene-dictio (gr. eu-loghìa), cioè sia parola che dono, che non appartengono alla sfera dell'avere ma a quella dell'essere, perché non deriva dall'azione dell'uomo ma dalla rivelazione di Dio. Benedizioni spirituali dice il nostro testo. Esse rappresentano l'insieme delle azioni salvifiche compiute da Dio per mezzo di Gesù Cristo e comunicate all'uomo per mezzo dello Spirito Santo.
La Trinità in azione
Nel nostro testo c'è un meraviglioso elenco di queste attività della Trinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
DIO PADRE
ci ha benedetti in Cristo, secondo un preciso disegno:
a) ci ha eletti (l'"elezione" non significa "selezione", ma chiamata ad un cammino di consacrazione e di santificazione) (4);
b) ci ha predestinati (ci ha "designato", ci ha "prestabiliti" prima di ogni eternità) (5);
c) ci ha adottati come figli (5) (relazione intima).
"N.B. Il significato è che Dio non ha predestinato noi all'adozione, ad esclusione di altri che rimarrebbero senza essere adottati, e quindi fuori dei limiti della grazia di Dio; ma v'è unicamente accentuato quest'altro fatto: Iddio, da ogni eternità, ha stabilito quell'adozione che poi, nell'oceano del tempo, sarebbe diventata un fatto storico.
Occorre ricordare che la predestinazione è prima e l'elezione è poi, anche se per Dio non c'è passato, presente e futuro. Nella mente di Dio non c'è successione di pensiero, ma simultaneità".
GESU' CRISTO
ha realizzato la nostra predestinazione, la nostra elezione, la nostra adozione, perché è lui che:
1. ci ha redenti mediante il suo sangue (7) (redenzione = gr. alopytrosin = liberazione da uno stato di schiavitù (dal peccato); il sangue è il prezzo della redenzione.
2. ci ha perdonato i nostri peccati (7)(peccati=gr.paraptoma=passi falsi o trasgressioni) secondo le ricchezze della sua grazia, attraverso la quale ci ha donato:
- sapienza (conoscenza della rivelazione e del vero scopo della vita) e intelligenza (comprensione soggettiva della rivelazione nel corso dei secoli e oggi)(8);
- conoscenza del mistero della sua volontà (9), quello di raccogliere sotto un solo capo, Cristo, tutte le cose,
del cielo e della terra;
3. ci ha fatti eredi (11)… per essere a lode della sua gloria.
LO SPIRITO SANTO
Ci ha suggellati (13), cioè ha messo su di noi il marchio di autenticità e di legittimità, su di noi che abbiamo ascoltato e creduto in Cristo. E la presenza dello Spirito Santo in noi è soltanto un pegno, anticipo, garanzia di più grandi benedizioni.
Un messaggio per noi
Dinanzi a questo magnifico quadro della Trinità in azione, noi possiamo accostarci non come a un problema da risolvere ma come ad un mistero da confessare, da adorare o da contemplare o, quanto meno, da capire, sapendo tuttavia che i giudizi e le sue vie sono investigabili.
In quanto mistero soprannaturale, del tutto inaccessibile alla ragione, il Dio uno e trino è verità che ci è stata elargita dalla divina rivelazione. E' soltanto grazie all'autorivelazione di Dio che noi sappiamo che il nostro non è un Dio solitario ma trinitario, costituito da quelle tre sublimi e meravigliose Persone che si chiamano Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ebbene, noi siamo i beneficiari di quelle benedizioni che la Trinità ha posto in essere e la nostra posizione in Cristo è il fondamento della nostra nuova identità.
Noi sappiamo di essere dei peccatori, salvati per grazia mediante la fede, che la nostra natura umana ha in sé le pulsioni più basse del nostro essere, che ogni giorno dobbiamo fare i conti con le nostre contraddizioni e le nostre incoerenze, ma non dobbiamo dimenticare quell'alta posizione di chiamati, di scelti, di figli e di eredi, che è una sfida lanciata sul nostro cammino.
Lo sguardo di Paolo, dei discepoli e di tutti coloro che si sono messi al servizio della causa del Signore, la mentalità con cui affrontavano le difficoltà del loro cammino di fede, l'ostinazione con cui andavano avanti dipendevano dalla forza che Dio dava a loro, ma anche dalla comprensione della loro vera identità donata da Dio in Cristo. Essi non servivano il Signore per essere salvati, ma perché la speranza della salvezza era stata loro assicurata. Essi non perdonavano per dimostrare la loro superiorità o per sentirsi a posto con la coscienza, ma perché sapevano di essere stati perdonati dal Signore, che ha cancellato tutti i loro peccati, e i nostri, donando la sua vita per loro e per noi.
Recuperare l'identità spirituale
Dunque, con quale prospettiva affrontiamo i problemi presenti nelle nostre chiese e nella nostra società, oggi?
Voi siete a conoscenza del dibattito sempre presente nelle nostre chiese sullo stato di perenne crisi delle nostre comunità. Crisi di partecipazione ai culti, di partecipazione alle attività della chiesa, di svuotamento delle nostre chiese, crisi di una vera, fraterna comunione ecc. ecc. Tutte cose che sappiamo.
I problemi ci sono, è vero, ma a mio parere occorre affrontarli con un altro spirito, quello che ha sempre caratterizzato le minoranze, rendendole forti e tenaci di fronte alle avversità della storia. La storia del popolo d'Israele nella Scrittura ci insegna che di fronte alle sue grandi crisi quel popolo è tornato sempre a riconsiderare le grandi liberazioni avute nel passato e operate da Dio, creatore, liberatore, salvatore, l'Iddio che provvede.
Ricordiamoci che tutte le feste ebraiche celebrano un episodio dell'intervento di Dio in favore del popolo d'Israele.
Dunque, credo che noi abbiamo bisogno di iniezioni di fiducia, di assumere di fronte ai problemi della vita e della chiesa la consapevolezza di chi realmente siamo, la consapevolezza che abbiamo ricevuto una chiamata a servire nientedimeno che il Signore della vita.
Occorre affrontare la nostra realtà da un'altra prospettiva, cioè dal recupero della nostra identità spirituale. Questa identità spirituale, però, non è né difesa né esaltazione della nostra immagine di credenti, perché l'Evangelo ci ha liberato anche dall'ansia di apparire con una immagine giusta e buona, ma è al tempo stesso riconoscimento del fallimento della nostra umanità di peccato, della nostra miseria, e consapevolezza che Dio ha provveduto in Cristo a liberarci dalla schiavitù del peccato per farci essere suoi collaboratori e testimoni in quel progetto di vita e di salvezza che vuole essere, qui ed ora, la manifestazione del regno di Dio.
Dio oggi ci chiama a servirlo. Proprio in questo momento della nostra vita, siamo chiamati a metterci in cammino:
- per vivere la strategia di Dio per questo mondo;
- per celebrare le lodi del Signore e glorificarlo;
- per vivere la vita nuova in Cristo in ogni ambito di testimonianza, nella famiglia, nella comunità ecclesiale, nella società.
Siamo chiamati ad essere il profumo di Cristo dovunque siamo, a predicare l'Evangelo, a prendere posizione sui grandi temi della nostra storia quotidiana, in difesa dei diritti dei deboli, degli emarginati e di coloro che sono considerati gli ultimi della terra. Siamo chiamati a denunciare tutti quei poteri forti che recano ingiustizia e disuguaglianze, che depredano e distruggono le aree più povere della terra per accumulare ricchezze a proprio vantaggio.
Ma questo lo dobbiamo fare tutti insieme con un rinnovato spirito di impegno e di forte solidarietà, superando le nostre divisioni interne, uscendo da noi stessi, e mettendoci a disposizione l'uno dell'altro per aiutarci, ad amarci di un amore sincero, a vivere la nostra fede soprattutto nella comunità dei credenti, ad essere una voce univoca e chiara.
Le benedizioni che abbiamo ricevuto non sono titoli onorifici da mostrare in giro come medaglie decorative e la nostra fede non può e non deve essere arrogante, perché anche se abbiamo un tesoro riposto in noi, noi rimaniamo pur sempre dei poveri vasi di terra.
L'identità che Dio ci ha attribuita non deve essere motivo di vanto e di vanagloria, non può e non deve essere vissuta come motivo di superiorità rispetto ad altri, perché sarebbe un altro peccato che si aggiungerebbe a tutti quelli che conosciamo, ma è, tuttavia, il segno che Dio agisce nella storia attraverso quelli che lui chiama.
L'inno di benedizione del nostro testo non elimina la contraddizione tra ciò a cui siamo chiamati e ciò che realmente siamo, anzi l'accentua. Ma l'autore della lettera agli Efesini non si deprime né si paralizza per questo. Anzi, va avanti e ci esorta a vivere le relazioni fraterne dentro e fuori la nostra comunità rivestendoci di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà di mansuetudine, di pazienza, perdonandoci e amandoci, e manifestando nella prassi della via cristiana che siamo tutti figli dello stesso Padre.
Aldo Palladino
