Translate

18 luglio 2007

Vangelo di Luca 17,11-19

GESU'GUARISCE DIECI LEBBROSI
 IL RINGRAZIAMENTO DEL SAMARITANO

di Aldo Palladino

Il testo biblico
11 Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. 12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!». 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato».



Nel contesto di questo capitolo, i discepoli avevano chiesto a Gesù: "Aumentaci la fede" (5).
Questo episodio offre l'occasione al Signore di insegnare che cosa è fede.
Mentre entrava in un villaggio che si trovava tra la Samaria e la Galilea, Gesù si imbatte in un gruppo di dieci lebbrosi, nove giudei e un samaritano. Questi lebbrosi avevano in comune non solo la malattia, ma anche l'emarginazione di una società che li aveva privati di ogni diritto civile e religioso e li aveva relegati in un ghetto, lontano dalla società (Lev. 13, 45-46). Non potevano essere avvicinati per evitare il contagio della lebbra né potevano essi stessi avvicinarsi agli altri. Infatti, il testo riferisce che i lebbrosi si fermano lontano da Gesù e gridano:" Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!"
E la risposta del Signore è: "Andate a mostrarvi ai sacerdoti" (14), ovviamente per rispettare quel rituale previsto in Levitico 14, 2-32 (legge di purità) in cui il sacerdote, dopo sette giorni di osservazione e di sacrifici, emetteva una sorta di certificato di guarigione che abilitava il lebbroso guarito a rientrare nella vita civile.

Alla parola di Gesù, i lebbrosi ubbidiscono e si mettono in cammino per recarsi dal sacerdote, e lungo la strada essi sono guariti (14). Questo fatto porta a due considerazioni:
a)       I lebbrosi credono alla parola di Gesù;
b)       Gesù compie questo miracolo prima che ci sia il segno o la prova del miracolo!
Dunque, la fede è:
-          credere che Gesù ha l'autorità di operare guarigioni;
-          credere alla parola di Gesù prima che essa diventi evento e ubbidire a quella parola.
      
Fede "religiosa" e fede autentica
Da questo punto in poi del racconto, Gesù pone l'accento su due diversi comportamenti, quello dei nove ebrei e quello del samaritano. I dieci lebbrosi hanno avuto fede in Gesù, ma Gesù distingue tra fede e fede.
I nove ebrei, che si ritenevano membri del popolo di Dio, forti di questa appartenenza, non sentono il bisogno di tornare indietro a ringraziare Gesù e lodare Dio. Probabilmente sentivano che la guarigione era un dono dovuto perché figli di Abramo.
E' un uomo samaritano che torna indietro! Uno straniero, un pagano per i giudei, uno estraneo ai patti e alle promesse! Quest'uomo, appena si rende conto di essere guarito, non perde tempo, dimentica di andarsi a presentare al sacerdote e sente forte il bisogno di tornare indietro, perché ha accolto la guarigione come un dono meraviglioso che Dio gli ha fatto in Cristo. Ciò che conta per lui è la persona di Gesù, che lo ha tratto fuori da una misera condizione. Torna per dare gloria a Dio e per avere una relazione più profonda con Gesù, basata sul ringraziamento, sulla riconoscenza e su una fede più autentica, che diventa incontro, ascolto, conoscenza, comunione.
Il ringraziamento è gratitudine, riconoscenza, un momento della vita in cui il credente rende testimonianza a Dio di tutti i doni meravigliosi ricevuti.
Nel testo, dunque, appare evidente come Gesù dia grande importanza all'atteggiamento interiore e pratico di chi crede in Lui.
Al samaritano, apprezzato per il suo atteggiamento, Gesù dice: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato" (19).
Non è la fede della tradizione, della  ritualità, delle cerimonie e delle prescrizioni religiose che Gesù ama.
Ma la fede che ti salva è quella che prorompe dal cuore e ti porta a prostrarti davanti a Dio per il dono di Gesù Salvatore e Redentore, colui che sa donare nuova vita attraverso la propria morte, che dona potenza attraverso la pazzia o lo scandalo della croce.
"La tua fede ti ha salvato" (19). Credo si possa dire: "Questa tua fede ti ha salvato". Non una fede superficiale, dunque, ma la fede trasformatrice che ti spinge a tornare indietro, a riflettere non tanto sulla tua guarigione, ma su Chi ti ha guarito, a incontrare personalmente il tuo Benefattore per dirgli "grazie!". Così, quando tu distogli gli occhi da te stesso e volgi il tuo sguardo verso Gesù, nasce dentro di te quel moto dell'anima che genera il desiderio di conoscerlo più a fondo, di stabilire una relazione più profonda, realizzando che di Lui ci si può fidare.
Il samaritano che è tornato indietro ha conosciuto la guarigione fisica, ma ha conosciuto anche la guarigione spirituale, la salvezza. Non è così per tutti, perché molti, pur guariti da malattie fisiche non fanno il passo successivo del ringraziamento e di un maggior attaccamento al Signore della vita, che ci ha guariti da ben altre malattie, come dice il profeta: "Erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, battuto da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità: il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti" (Isaia 53, 4-5).
Dunque, la narrazione dà grande risalto al comportamento del samaritano che, nel momento in cui ha realizzato di essere stato guarito, torna indietro e va ad incontrare Gesù.

Comunicare è incontrarsi

La vita frenetica dei nostri giorni non incoraggia la riflessione né l'esame introspettivo. C'è troppo rumore intorno a noi e noi non abbiamo più familiarità col silenzio. Anche la comunicazione, che una volta era incontro con l'altro, incontro fisico, è degenerata. C'è solo scambio di informazioni, spesso a distanza (sms, internet ecc.) e non siamo più abituati a dialogare, a scambiare opinioni, a trascorrere delle ore insieme per il piacere di condividere un tempo della giornata per parlare di noi, delle nostre esperienze, delle gioie e dei dolori personali, o di discutere di un problema in modo costruttivo, perché non più abituati a guardarci negli occhi per registrare sentimenti ed emozioni. Eppure, non dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose. C'è anche per noi, come per il samaritano, la possibilità di tornare indietro, di tornare ad essere donne e uomini autentici, capaci di riscoprire quei valori presenti nel Vangelo di Gesù Cristo. Messaggio che dà senso di vera umanità alla realtà artificiosa e disumana, che risveglia il desiderio di una vita comunitaria vissuta all'insegna della solidarietà, dell'aiuto reciproco, del ritrovarsi per celebrare la grandezza del piano di Dio per l'umanità, piano di salvezza, giustizia, pace, libertà.

Ringraziare è incontrare Gesù

È tempo di tornare a Gesù. Non a un sistema filosofico come un altro, non a un insieme di dottrine, neanche al taumaturgo di turno che tiriamo fuori nel momento del bisogno e che poi riponiamo in un armadio pronto per la prossima occasione. Non al personaggio che riempie di dibattiti e discussioni conferenze, libri, giornali, come un qualsiasi altro prodotto della cultura o del supermercato delle idee e delle novità.
È tempo di tornare a Gesù, a colui che più di qualsiasi altra persona al mondo ha capito le nostre paure, le nostre debolezze, la nostra incapacità di vivere una vita coerente, di fare del bene in modo disinteressato, che ha compreso la nostra umanità piena di peccato e, ciononostante, si è avvicinato a noi per parlare al nostro cuore come sa fare un amico vero, capace di donare tutto se stesso fino a dare la sua vita per noi.
È tempo di tornare a Gesù. Egli ha la giusta parola per noi. Rialza i cuori afflitti, difende la causa degli orfani e delle vedove, dei poveri e degli indifesi di questa terra. Egli esalta gli umili, dona pace e amore a chi lo cerca con tutto il cuore.   
È tempo di ringraziare Gesù. Dirgli apertamente che la nostra vita ha senso solo se aderiamo al suo progetto di salvezza per questa umanità. Dirgli che abbiamo fede in Lui e che il suo messaggio di perdono e di salvezza è diventato il nostro messaggio. Dichiarargli il nostro impegno per una società più equa e solidale, la nostra decisione a convertirci continuamente alla sua parola di grazia e di verità.

Aldo Palladino

25 giugno 2007


Giovanni 2, 1-11
Gesù tramuta l'acqua in vino

                                                                            di Aldo Palladino

Il testo biblico

1 Tre giorni dopo, ci fu un matrimonio in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era là. 2 Anche Gesù fu invitato con i suoi discepoli al matrimonio. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
 
Tre giorni dopo l'incontro con Natanaele, al quale Gesù aveva detto: "Tu vedrai cose maggiori di queste" (1, 50), l'evangelista Giovanni ci fornisce la testimonianza di un fatto che egli stesso cataloga come il " primo dei suoi segni miracolosi" (11), il primo dei  35 segni miracolosi (seméia) di Gesù riferiti nei Vangeli ( per il secondo segno vedasi 4, 54).
 
Il simbolismo del vino buono di Gesù
Per comprendere in profondità il gesto di Gesù occorre avere conoscenza della simbologia del vino, che può arricchire con nuovi significati tutto l'episodio.
Il vino, nella vita quotidiana del popolo d'Israele, costituiva il nutrimento della terra che "rallegra il cuore dell'uomo" (Salmo 104,15; Giudici 9,13). Esso era utile a rafforzare l'amicizia, a festeggiare l'amore, a rallegrare la convivialità (Giobbe 1,18) e in generale a celebrare momenti di felicità della vita umana.
Nella vita cultuale, invece, rappresentava l'offerta di libagione per i sacrifici (Esodo 29,40; Numeri 15, 5.10) e costituiva una delle primizie da offrire ai sacerdoti (insieme al frumento, l'olio e la tosatura delle pecore) (Numeri 18, 12; Deuteronomio 18,4).
Nella predicazione dei profeti, l'assenza di vino era segno di giudizio, mentre la sua abbondanza era segno di benedizione o di approvazione (Amos 9,14; Osea 2,24; Geremia 31,12; Isaia 25,6; Gioele 2,19; Zaccaria 9,17).
Dunque, si può comprendere come la mancanza di vino nella festa di nozze a Cana sarebbe stato vissuto come un atto di scortesia per tutti i convitati e, al limite, come presagio di giudizio da parte di Dio. E Gesù mai avrebbe voluto che due giovani innamorati, nel giorno inaugurale della loro vita coniugale, avessero vissuto male questo inizio. Anche se la sua ora non era ancora venuta (4), la sua presenza carica di speranza messianica, ridondante pace e serenità, non si sarebbe potuta conciliare con una caduta di gioia e di felicità durante la festa di nozze. È per questo che egli interviene e ordina che fossero riempite d'acqua le sei giare di pietra "del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei". Di pietra perché, a differenza della terracotta, la pietra era repellente alle impurità.
Il lavoro frenetico dei servi, che ubbidiscono prontamente a Gesù, accumulano nelle giare circa seicento litri d'acqua che, man mano che viene servita a tavola con dei recipienti, diventa vino prelibato, eccellente, tanto che il maestro di cerimonia chiama lo sposo per complimentarsi con lui non solo per la qualità del vino, ma anche per la strategia di averlo tirato fuori in un quel preciso momento del banchetto.
 

Gesù, il vero Sposo del banchetto nuziale

Questo brano può essere segnalato per il messaggio che l'evangelista Giovanni raccoglie attraverso tutti gli elementi della narrazione, dagli oggetti alle persone ivi presenti, dalle parole alle azioni dei singoli personaggi, Gesù compreso.
Le sei giare di pietra senza acqua rappresentano l'imperfezione del giudaismo,    una religione senza più vita e ormai alla fine della sua funzione. La legge ridotta al rispetto formale delle norme cultuali, delle prescrizioni sacrificali, ormai consacrati in una tradizione stanca, non esprime più la vita di Dio né una spiritualità capace di creare un rapporto intimo con Dio. È necessario immettere nuova vita, nuovo zelo, infondere una gioia più intensa nella comunità giudaica e in tutta l'umanità, che solo un vino nuovo e genuino può dare. Questo vino, buono e bello (dal greco kàlos), che non può essere contenuto in otri vecchi per la forza prorompente dalla sua vivacità ed effervescenza (Mt. 9,17), è raffigurato dal Vangelo di Gesù Cristo, dalla nuova alleanza. Questo vino nuovo è il fondamento della nuova relazione dello Sposo per la sua Sposa.
Il profeta Osea ci aveva parlato dell'amore di Dio per la sua sposa infedele, che riconduce a sé in una nuova relazione di fedeltà e di amore: "Perciò, ecco, l'attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù... Io ti fidanzerò a me per l'eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore" (Osea 2, 14-15.19-20).
E il profeta Isaia (25,6) ci aveva preannunciato il giorno in cui il Signore avrebbe preparato un banchetto per tutti i popoli con cibi succulenti e vini raffinati.
 

Il vino della  Cena del Signore

Per la felicità della Sua Sposa, Gesù dona non un vino qualsiasi, ma il suo vino, frutto di un ministero d'amore, contrassegnato dalla sua divinità e dalla sua umanità. Il vino della Santa Cena si delinea sullo sfondo della narrazione  e prefigura la missione del servo dell'Eterno. Egli raccoglie le speranze dell'antica alleanza e le realizza col dono della sua vita per l'intera umanità. " In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia" (Ef. 1,7).

Un segno di cambiamento
Gesù tramuta l'acqua in vino. Fino a quel momento nessuno aveva mai visto una cosa simile. Si, c'è nel lontano passato l'acqua dell'Egitto diventata sangue (Esodo 7,14-25), un giudizio divino verso l'ostinato faraone.
Qui Gesù compie un gesto con cui reca benedizione a tutti e manifesta la sua gloria.
Il cambiamento non è solo nell'acqua che diventa vino. 
Il cambiamento è in Maria, che di fronte alla parola di Gesù: "L'ora mia non è ancora venuta" (4) esce di scena, si mette da parte dicendo ai servitori: "Fate tutto quello che vi dirà" (5). 
Ma cambiano i servitori, che in quel momento vedono Gesù come il nuovo Signore (Padrone), e da Lui prendono ordini in totale ubbidienza. 
Cambia il maestro di cerimonia, che accresce il suo stupore per la novità del vino più buono apparso sulle tavole. 
Cambiano i discepoli, che da quel momento credono al Signore. 
Tutti gli invitati cambiano, perché diventano la Sposa del Signore, per l'eternità, oggetti dell'amore di Dio in Cristo.
Di fronte a tanto, anche noi, moderni destinatari di una non comune testimonianza evangelica, iniziamo dentro di noi quel cammino di fede, che nasce dalla rimozione della nostra incredulità. Noi stessi, come tutti gli invitati alla festa di nozze, siamo cambiati. Gesù è lì ad annunciare il passaggio dall'antica alleanza al nuovo patto fondato su questo vino nuovo immesso nell'umanità. Egli è la chiave di svolta di questo cambiamento. Tutti sono chiamati a credere in Cristo e ad accogliere la salvezza e la vita nuova.
 
Palladino Aldo

11 giugno 2007


Vangelo di Giovanni 8, 12-19

La luce di Cristo illumina tutti

 

3 settembre 2005, ore 21,00

Chiesa cattolica "S. Massimo", Via dei Mille, 28   – Torino –

 

Predicatore: Aldo Palladino

 

 

Il testo biblico 

12. Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».13. Allora i farisei gli dissero: «Tu testimoni di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14. Gesù rispose loro: «Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado; ma voi non sapete da dove io vengo né dove vado. 15. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16. Anche se giudico, il mio giudizio è veritiero, perché non sono solo, ma sono io con il Padre che mi ha mandato. 17. D'altronde nella vostra legge è scritto che la testimonianza di due uomini è vera. 18. Or sono io a testimoniare di me stesso, e anche il Padre che mi ha mandato testimonia di me». 19. Essi perciò gli dissero: «Dov'è tuo Padre?» Gesù rispose: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

 

Contesto

Il testo biblico appena letto è collocato, nelle nostre traduzioni, tra l'episodio della "donna adultera" ( omesso in antichi manoscritti e da altre versioni, e ignorato pare anche dai Padri greci) e una serie di dichiarazioni  autoreferenziali che Gesù fa ai farisei (v.13) e a molti Giudei (vv. 22, 30) presenti nel tempio (v. 20), in un contesto, cioè, in cui Gesù evidenzia che tutti gli essere umani sono peccatori e che sono ciechi (Gesù disse, infatti, " chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv. 8, 7).

La presenza del peccato e la cecità spirituale dell'uomo sono le tenebre che Gesù è venuto a rimuovere con la sua luce.

 

Origine dell'espressione "luce del mondo"

Gesù si rivela come luce del mondo e promette a chi lo segue la luce della vita.

Si ha ragione di collegare questa parola di rivelazione con la festa dei Tabernacoli e di pensare alla luminaria che si faceva per l'occasione nell'atrio delle donne del tempio di Gerusalemme. I lampadari sopravvanzavano le mura di cinta del tempio e dovevano diffondere la luce su tutta Gerusalemme. "Non v'era cortile in Gerusalemme   che non fosse illuminato dalla luce del luogo in cui si attingeva l'acqua" (Sukka 5,3b). Allora si faceva una grande festa. "I devoti e gli uomini d'azione danzavano con fiaccole in pugno e dicevano davanti ad esse parole di canti di lode". I Leviti con cetre, arpe e cimbali stavano sui quindici gradini che dall'atrio d'Israele, scendevano all'atrio delle donne e accompagnavano i canti.

C'è nell'evangelista una reminiscenza di questo giubilo nella gioia di Abramo, che secondo la tradizione giudaica era considerato il fondatore della festa dei Tabernacoli.

 

Ma Gesù è più della luce della festa notturna che illumina e rallegra tutta Gerusalemme; Egli è la luce del mondo. L'orizzonte giudaico è superato. Gesù è venuto nel mondo a portare all'intera umanità luce e vita.

Fin dal principio il Logos era la luce degli uomini (Gv. 1,4), ma con la sua venuta storica (incarnazione) diventa tale in modo unico e speciale.

Gli uomini che odono la sua rivelazione sono chiamati a credere in lui e a diventare "figli della luce" (Gv. 12,36).

 

Chi è la luce?

La luce che Gesù propone non è una filosofia, non è un sistema di idee astratte, di  convinzioni religiose teoriche, non è un credo localizzato nel nostro cervello razionale. Gesù Cristo è luce, è una persona, una persona molto speciale e concreta che entra in relazione con noi attraverso l'autorità, l'autorevolezza della sua parola, con la potenza dei suoi atti.

I Vangeli sono la grande testimonianza del suo cammino tra gli uomini.

Pieno di grazia e di verità, umile, compassionevole, solidale con i bisognosi, portatore e costruttore della pace, giusto, uomo di preghiera, Figlio ubbidiente fino alla morte della croce, autore di una salvezza eterna, Gesù ha la risposta alle molte domande dell'uomo di ieri e di oggi, perché ha simpatizzato con noi come uomo nelle nostre debolezze.

 

Gesù è la risposta

Gesù è la risposta ai nostri profondi interrogativi; egli è la luce che sgombra le ombre tenebrose della nostra odierna società: ombre del dubbio, dell'incredulità e dell'indifferenza, dell'egoismo, "delle guerre conosciute e di quelle dimenticate,   delle violenze e dei conflitti di vario genere, del terrorismo integralista, dell'attacco ideologico al matrimonio e alla famiglia, alla stessa vita umana, dell'oscuramento della coscienza morale, della perdita della capacità di amare fedelmente e costantemente, della perdita del senso del peccato che denota la perdita del senso di Dio, di un agnosticismo che non lascia spazio alla religione e diventa peggio dell'ateismo, mentre d'altra parte proliferano le ombre nefaste o le manifestazioni di una religiosità settaria e fanatica, anche di tipo fondamentalista".

 

Attualizzazione

Di fronte ad un quadro del genere credo che gli obiettivi delle Chiese Cristiane d'Europa, prima ancora di realizzare un'unità visibile, per la quale si sta lavorando da molti anni, siano tre:

 

1) il primo obiettivo riguarda ciascuna chiesa cristiana. Si tratta di:

riprendere la via dell'evangelizzazione, perché c'è bisogno di conversione o, come disse Gesù a Nicodemo di "nascere di nuovo, d'acqua e di spirito" (Gv. 3,3.5) ovvero, come disse l'apostolo Paolo, di essere delle nuove creature in Cristo (2 Cor. 5,17).

C'è la necessità di incoraggiare sempre di più la lettura e lo studio della Bibbia nelle famiglie per permettere la diffusione delle radici cristiane nel tessuto sociale, per rifondare il vissuto cristiano a partire dalla conoscenza diretta della Scrittura.

C'è la necessità di ricercare una spiritualità che realizzi un vero incontro col Signore Gesù Cristo, l'unico incontro che possa parlare alle nostre coscienze del nostro stato di peccato e della necessità del suo perdono, della sua misericordia, della sua grazia.

Dalla luce di Cristo nella nostra vita e nella sua sequela nasce   uno stile di vita nuovo, fatto di impegno e di consacrazione nella Chiesa e nella società.

 

C'è la necessità di imparare alla scuola del Signore l'accoglienza e l'ascolto dell'altro, credente o non credente, perché la luce di Cristo è per tutti e i nostri pregiudizi e le nostre immagini preconcette dell'altro non devono costituire un impedimento alla diffusione, alla propagazione di quella luce.

C'è la necessità di diventare credibili come cristiani con l'esempio, con la coerenza della nostra vita,   con la nostra condotta amorevole e caritatevole.

 

Gesù ha detto: "Io sono la luce del mondo", ma ha aggiunto: "chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".

Seguire Gesù significa ascoltare, nella fede e nell'obbedienza, la voce del Rivelatore, come pecore che riconoscono soltanto la voce del pastore, che non conoscono la voce degli estranei (Gv. 10,4.5.27) o le molte voci che si vogliono sostituire o sovrapporre a quella del nostro unico Pastore, Gesù Cristo.

Seguire Gesù significa diventare suoi discepoli.

Camminare nelle tenebre significa cadere nella sfera della morte. L'uomo che cammina nelle tenebre, senza la luce della rivelazione salvifica, non ha né una meta né una direzione, "non sa dove va" (Gv. 12,35) e in questa lontananza da Dio è abbandonato senza speranza al suo destino mortale.

 

 

       2)  il secondo obiettivo si riferisce alle relazioni tra le chiese cristiane e, in pratica,   si tratta di :

riconoscersi chiese sorelle di pari dignità e valore dinanzi al Signore , che è l'unico Capo della Chiesa, traducendo questo riconoscimento nell'accogliersi alla Cena del Signore, all'Eucarestia, riaffermando che  il patrimonio comune delle chiese è quello che l'apostolo Paolo ricorda agli Efesini (4, 4-6): "Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati ad una sola speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo , un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti".  

 

     Lo stesso apostolo Paolo, inoltre, esorta a "sforzarci di conservare l'unità dello Spirito con il vincolo della pace" (Ef. 4,3).

     Cosa significa questo? Significa che tutti i cristiani, che lo si voglia o no, hanno già un'unità spirituale, quella che Cristo ha realizzato per noi alla croce imputando la sua giustizia a noi e costituendo come figli di Dio coloro che Lo accettano come Signore e Salvatore.

     L'unità spirituale, dunque, c'è ed è insegnata nella Scrittura, ma noi facciamo fatica a riconoscerla.

 

      Gesù comunicò ai suoi discepoli l'intenzione di edificare ciò che definiva "la mia chiesa" (Mt. 16,18-23).

      Egli garantisce la sua presenza "dove due o tre sono radunati nel suo nome" (Mt. 18,20).

   "Gesù è il capo della chiesa (Ef. 5,23), che ha amato dando se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata        

   lavandola con l'acqua della parola per farla comparire davanti a sé gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri

   simili difetti, ma santa e irreprensibile"(Ef. 5,25-27).

 

 

 

     3)  il terzo obiettivo riguarda l'atteggiamento delle chiese cristiane verso la società. Si tratta in pratica di:

riconoscere che nella società c'è un laicismo genuino e interessante, che ha voglia di lavorare per la pace, la giustizia e la libertà, per la dignità umana e per l'inestimabile valore di ogni essere umano, per i poveri, per i più deboli e per gli emarginati della terra, per la salvaguardia del creato. Con un tale laicismo, anche non appartenente ad una confessione religiosa, occorre stabilire un dialogo proficuo e una collaborazione finalizzata a progetti che rendano un servizio utile all'uomo e alla società.

     Enzo Bianchi, su La Stampa di qualche giorno fa (27 agosto 2005), in un articolo dal titolo "Quando i laici sono un'opportunità per la fede cristiana"  precisava che esistono laici senza fede capaci di elaborare e assumere un'etica in virtù del principio che ogni uomo è immagine di Dio e quindi capace di discernere il bene ed il male. A tali persone non si può chiedere più di quello che non hanno.

     I cristiani devono sapere in ogni caso che la sfida che hanno davanti sta nell'incontro e nel dialogo con chi credente non è per cui è bene prepararsi affinché il confronto sia sempre senza paura e senza aggressività per trovare soluzioni positive per il bene e lo sviluppo sociale, soprattutto sul piano etico.

     La qualità e lo stile umile del comportamento cristiano sarà la testimonianza    vivente che Cristo vive in noi e che la sua luce orienta e nobilita le nostre scelte etiche e spirituali.

 

     Dunque, a chi si unisce  a Lui in un cammino di fede, speranza e carità, Gesù promette la luce della vita cioè la sfera divina della luce (1 Gv. 1,7) che rende possibile la vera vita, la partecipazione all'eterna vita di Dio.

     La sua promessa non è per un lontano futuro, bensì per un futuro immediato e che mai avrà fine.

     Amen. 

                                                                                                   Aldo Palladino

31 maggio 2007

Efesini 1,1-14 La nostra identità in Cristo

di Aldo Palladino

 

Il testo di Efesini 1,1–14

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù. 2 Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.

3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 4 In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, 5 avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, 6 a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 7 In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, 8 che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, 9 facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, 10 per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 11 In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, 12 per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

 

Letture aggiuntive: Salmo 145,1-10; Rom. 11,33-36; Col. 3,12-17

Informazioni storiche

Data in cui è stata scritta l'epistola :

- verso la fine degli anni 70 (Corsani, che non attribuisce la lettera a Paolo);

- altri, 60-62 quando Paolo era in prigione a Roma (Atti 28,30);

- altri ancora, 57-59 quando Paolo era in prigione a Cesarea (Atti 24,27).

 

L'autore dell'epistola e i destinatari

Il testo che abbiamo letto si presenta a noi subito con due problemi: il primo riguarda l'autore, il secondo i destinatari della lettera.

 

Per quanto riguarda l'autore (1), la lettera evidenzia il nome di Paolo. Ma nel corso della storia sono sorti dubbi sulla paternità di Paolo. Alcuni cosiddetti Padri della chiesa (Clemente Romano, Ignazio, Policarpo, Erma, Ireneo, Clemente d'Alessandria, Tertulliano, Ippolito) l'attribuiscono alla mano di Paolo, altri la rifiutano per una serie di motivi: il linguaggio usato, lo stile e le argomentazioni teologiche non sembrano appartenere a lui. Alcuni pensano che la lettera sia stata scritta da un discepolo di Paolo, che avrebbe addirittura preso in prestito argomenti della lettera ai Colossesi. Insomma, nella cristianità non c'è accordo su questo punto.

Per quanto riguarda i destinatari (1), si ha il dubbio che siano gli Efesini, poiché i due principali e antichi manoscritti (Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus e il papiro di Chester Beatty degli inizi del 3° secolo) non riportano la scritta "in Efeso".

Pare che lettera non contenesse alcun destinatario perché destinata a più chiese e di volta in volta si scrivesse il nome della chiesa a cui veniva recapitata. Era una sorta di lettera circolare destinata a più chiese dell'Asia Minore.

In ogni caso, la lettera ha un suo valore teologico degno di grande considerazione.

 

Un aneddoto come introduzione alla meditazione  

Ma, detto questo, vorrei ora raccontarvi un aneddoto che ci aiuta a comprendere, spero, il senso della nostra riflessione.

Si racconta che "due venditori di scarpe furono mandati in Africa dalle loro ditte per aprire un nuovo mercato. Quando arrivarono, si guardarono intorno, esaminarono il mercato e poi telefonarono alle rispettive ditte. Uno disse: "Io torno a casa, perché qui non ci sono possibilità di vendita, perché nessuno indossa le scarpe". L'altro venditore, invece, telefonò in ditta e disse: "Speditemi migliaia di scarpe. Ho trovato il più grande mercato del mondo, visto che qui tutti girano scalzi".

Tutti e due avevano esaminato il mercato, ma avevano guardato le cose da due differenti prospettive: il primo, di fronte a quella situazione, si scoraggiò e tornò indietro; il secondo valutò la situazione con fiducia e guardò le cose come una grande opportunità che gli veniva offerta. Il suo modo di pensare gli diede ragione e fece grossi affari.

 

Il contesto

Nella nostra lettera l'unità e la comunione delle chiese dell'Asia minore erano minacciate o da falsi apostoli ostili all'Evangelo (ved. epistola ai Galati) o dall'esuberanza carismatica di alcuni (ved. epistola ai Corinzi) o dalla debolezza di altri (ved. epistola ai Romani 14-15).

Non era una singola persona a insidiare l'unità della chiesa, ma l'esistenza   di due blocchi contrapposti, quello di origine ebraica e quello di origine pagana. Cioè blocchi di cristiani, ex giudei da una parte e ex pagani dall'altra, che rivendicavano una posizione di primato con l'imposizione del proprio orientamento di fede, di vita, di tradizioni. Una volta erano i giudei cristiani ad assumere l'atteggiamento di eredi ( noi siamo figli di Abramo), e i convertiti dal paganesimo erano considerati figli adottivi o semplici parenti poveri. Ora le parti sono invertite: i cristiani provenienti dal paganesimo guardano i giudeo cristiani con sufficienza spirituale.

Era, dunque, una situazione di non facile soluzione perché non era facile far abbandonare da ambedue i gruppi contrapposti posizioni di diffidenza reciproca e di ogni sentimento di superiorità degli uni rispetto agli altri.

 

Inno di benedizione

Ma l'autore di Efesini non si è scoraggiato e scrive la sua epistola, che è densa di fiducia e di speranza.

Nasce, dunque, da questa situazione di crisi, di contrasti, di forti negatività, questo meraviglioso inno di benedizione (3-14). Benedizione è bene-dictio (gr. eu-loghìa), cioè sia parola che dono, che non appartengono alla sfera dell'avere ma a quella dell'essere, perché non deriva dall'azione dell'uomo ma dalla rivelazione di Dio. Benedizioni spirituali dice il nostro testo. Esse rappresentano l'insieme delle azioni salvifiche compiute da Dio per mezzo di Gesù Cristo e comunicate all'uomo per mezzo dello Spirito Santo.

 

La Trinità in azione

Nel nostro testo c'è un meraviglioso elenco di queste attività della Trinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

DIO PADRE

ci ha benedetti in Cristo, secondo un preciso disegno:

a) ci ha eletti (l'"elezione" non significa "selezione", ma chiamata ad un cammino di consacrazione e di santificazione) (4);

b) ci ha predestinati (ci ha "designato", ci ha "prestabiliti" prima di ogni eternità) (5);

c) ci ha adottati come figli (5) (relazione intima).  

"N.B. Il significato è che Dio non ha predestinato noi all'adozione, ad esclusione di altri che rimarrebbero senza essere adottati, e quindi fuori dei limiti della grazia di Dio; ma v'è unicamente accentuato quest'altro fatto: Iddio, da ogni eternità, ha stabilito quell'adozione che poi, nell'oceano del tempo, sarebbe diventata un fatto storico.

Occorre ricordare che la predestinazione è prima e l'elezione è poi, anche se per Dio non c'è passato, presente e futuro. Nella mente di Dio non c'è successione di pensiero, ma simultaneità".

 

GESU' CRISTO

ha realizzato la nostra predestinazione, la nostra elezione, la nostra adozione, perché è lui che:

1. ci ha redenti mediante il suo sangue (7) (redenzione = gr. alopytrosin = liberazione da uno stato di schiavitù (dal peccato); il sangue è il prezzo della redenzione.

2. ci ha perdonato i nostri peccati (7)(peccati=gr.paraptoma=passi falsi o trasgressioni) secondo le ricchezze della sua grazia, attraverso la quale ci ha donato:

-          sapienza (conoscenza della rivelazione e del vero scopo della vita) e intelligenza (comprensione soggettiva della rivelazione nel corso dei secoli e oggi)(8);

-           conoscenza del mistero della sua volontà (9), quello di raccogliere sotto un solo capo, Cristo, tutte le cose,

      del cielo e della terra;

3. ci ha fatti eredi (11)… per essere a lode della sua gloria.

 

LO SPIRITO SANTO

Ci ha suggellati (13), cioè ha messo su di noi il marchio di autenticità e di legittimità, su di  noi che abbiamo ascoltato e creduto in Cristo. E la presenza dello Spirito Santo in noi è soltanto un pegno, anticipo, garanzia di più grandi benedizioni.

 

Un messaggio per noi

Dinanzi a questo magnifico quadro della Trinità in azione, noi possiamo accostarci non come a un problema da risolvere ma come ad un mistero da confessare, da adorare o da contemplare o, quanto meno, da capire, sapendo tuttavia che i giudizi e le sue vie sono investigabili.

In quanto mistero soprannaturale, del tutto inaccessibile alla ragione, il Dio uno e trino è verità che ci è stata elargita dalla divina rivelazione. E' soltanto grazie all'autorivelazione di Dio che noi sappiamo che il nostro non è un Dio solitario ma trinitario, costituito da quelle tre sublimi e meravigliose Persone che si chiamano Padre, Figlio e Spirito Santo.

Ebbene, noi siamo i beneficiari di quelle benedizioni che la Trinità ha posto in essere e la nostra posizione in Cristo è il fondamento della nostra nuova identità.

Noi sappiamo di essere dei peccatori, salvati per grazia mediante la fede, che la nostra natura umana ha in sé le pulsioni più basse del nostro essere, che ogni giorno dobbiamo fare i conti con le nostre contraddizioni e le nostre incoerenze, ma non dobbiamo dimenticare quell'alta posizione di chiamati, di scelti, di figli e di eredi, che è una sfida lanciata sul nostro cammino.

Lo sguardo di Paolo, dei discepoli e di tutti coloro che si sono messi al servizio della causa del Signore, la mentalità con cui affrontavano le difficoltà del loro cammino di fede, l'ostinazione con cui andavano avanti dipendevano dalla forza che Dio dava a loro, ma anche dalla comprensione della loro vera identità donata da Dio in Cristo. Essi non servivano il Signore per essere salvati, ma perché la speranza della salvezza era stata loro assicurata. Essi non perdonavano per dimostrare la loro superiorità o per sentirsi a posto con la coscienza, ma perché sapevano di essere stati perdonati dal Signore, che ha cancellato tutti i loro peccati, e i nostri, donando la sua vita per loro e per noi.

 

Recuperare l'identità spirituale

Dunque, con quale prospettiva affrontiamo i problemi presenti nelle nostre chiese e nella nostra società, oggi?

Voi siete a conoscenza del dibattito sempre presente nelle nostre chiese sullo stato di perenne crisi delle nostre comunità. Crisi di partecipazione ai culti, di partecipazione alle attività della chiesa, di svuotamento delle nostre chiese, crisi di una vera, fraterna comunione ecc. ecc. Tutte cose che sappiamo.

I problemi ci sono, è vero, ma a mio parere occorre affrontarli con un altro spirito, quello che ha sempre caratterizzato le minoranze, rendendole forti e tenaci di fronte alle avversità della storia. La storia del popolo d'Israele nella Scrittura ci insegna che di fronte alle sue grandi crisi quel popolo è tornato sempre a riconsiderare le grandi liberazioni avute nel passato e operate da Dio, creatore, liberatore, salvatore, l'Iddio che provvede.

Ricordiamoci che tutte le feste ebraiche celebrano un episodio dell'intervento di Dio in favore del popolo d'Israele.

 

Dunque, credo che noi abbiamo bisogno di iniezioni di fiducia, di assumere di fronte ai problemi della vita e della chiesa la consapevolezza di chi realmente siamo, la consapevolezza che abbiamo ricevuto una chiamata a servire nientedimeno che il Signore della vita.

 

Occorre affrontare la nostra realtà da un'altra prospettiva, cioè dal recupero della nostra identità spirituale. Questa identità spirituale, però, non è né difesa né esaltazione della nostra immagine di credenti, perché l'Evangelo ci ha liberato anche dall'ansia di apparire con una immagine giusta e buona, ma è al tempo stesso riconoscimento del fallimento della nostra umanità di peccato, della nostra miseria, e consapevolezza che Dio ha provveduto in Cristo a liberarci dalla schiavitù del peccato per farci essere suoi collaboratori e testimoni in quel progetto di vita e di salvezza che vuole essere, qui ed ora, la manifestazione del regno di Dio.

 

Dio oggi ci chiama a servirlo. Proprio in questo momento della nostra vita, siamo chiamati a metterci in cammino:

-     per vivere la strategia di Dio per questo mondo;

- per celebrare le lodi del Signore e glorificarlo;

- per vivere la vita nuova in Cristo in ogni ambito di testimonianza, nella famiglia, nella comunità ecclesiale, nella società.

 

Siamo chiamati ad essere il profumo di Cristo dovunque siamo, a predicare l'Evangelo, a prendere posizione sui grandi temi della nostra storia quotidiana, in difesa dei diritti dei deboli, degli emarginati e di coloro che sono considerati gli ultimi della terra. Siamo chiamati a denunciare tutti quei poteri forti che recano ingiustizia e disuguaglianze, che depredano e distruggono le aree più povere della terra per accumulare ricchezze a proprio vantaggio.  

Ma questo lo dobbiamo fare tutti insieme con un rinnovato spirito di impegno e di forte solidarietà, superando le nostre divisioni interne, uscendo da noi stessi, e mettendoci a disposizione l'uno dell'altro per aiutarci, ad amarci di un amore sincero, a vivere la nostra fede soprattutto nella comunità dei credenti, ad essere una voce univoca e chiara.

 

Le benedizioni che abbiamo ricevuto non sono titoli onorifici da mostrare in giro come medaglie decorative e la nostra fede non può e non deve essere arrogante, perché anche se abbiamo un tesoro riposto in noi, noi rimaniamo pur sempre dei poveri vasi di terra.

L'identità che Dio ci ha attribuita non deve essere motivo di vanto e di vanagloria, non può e non deve essere vissuta come motivo di superiorità rispetto ad altri, perché sarebbe un altro peccato che si aggiungerebbe a tutti quelli che conosciamo, ma è, tuttavia, il segno che Dio agisce nella storia attraverso quelli che lui chiama.

 

L'inno di benedizione del nostro testo non elimina la contraddizione tra ciò a cui siamo chiamati e ciò che realmente siamo, anzi l'accentua. Ma l'autore della lettera agli Efesini non si deprime né si paralizza per questo. Anzi, va avanti e ci esorta a vivere le relazioni fraterne dentro e fuori la nostra comunità rivestendoci di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà di mansuetudine, di pazienza, perdonandoci e amandoci, e manifestando nella prassi della via cristiana che siamo tutti figli dello stesso Padre.

 

Aldo Palladino