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30 dicembre 2013


"Natale"

GALATI 4: 4-5 (1-7)

Predicazione del Past. Paolo Ribet


1.-    Noi siamo abituati a circondare l'evento della nascita di Gesù con quella che chiamiamo la "poesia del Natale" – una poesia che tra origine dai racconti di Luca e di Matteo, ma che spesso non coglie la forza e talora la tragicità degli eventi che vengono narrati. Insomma, edulcoriamo la scena, rischiando di banalizzare la sostanza del messaggio che il Natale ci vuole portare.
Invece, bastano quattro piccole parole all'apostolo Paolo («Nato - da – una – donna») per esprimere quello che è il centro dell'Evangelo, il senso dell'incarnazione e del Natale. Il senso è che, poiché non sappiamo (o non possiamo) incontrare Dio, Egli  viene incontro a noi, nella nostra debolezza.  Abbassandosi fino a noi, Dio ci rende suoi figli e ci innalza fino a sé.
Ora, per cercare Dio, non dobbiamo alzare gli occhi al cielo, ma guardare piuttosto alla realtà dei "nati di donna", all'umanità che soffre. Ciò non significa deificare l'umanità (questo è da sempre il sogno degli uomini, diventare come Dio). E' vero il contrario: Dio riveste l'umanità.

2.-    E' bene insistere sul fatto che a Betlemme non nasce un superuomo o un semi-dio, ma un bambino come tutti gli altri. Eppure questa "persona normale" è chiamata "Dio con noi": per quanto ciò possa sembrare difficile da comprendere ed accettare, questa è la realtà del Dio in cui riponiamo la nostra fiducia, del Signore che per amore della sua creatura si sveste della sua divinità per condividere con noi la condizione umana. E' un ossimoro – è la contraddizione con il senso comune – è qualcosa che contrasta con la ragione umana. E infatti vediamo diversi autori, anche di successo, sostenere che tutta la religione, ed il cristianesimo in particolare, è una presa in giro o una mistificazione; oppure ne vediamo altri che esprimono ammirazione per l'uomo Gesù, lasciando da parte il fatto che fosse Figlio di Dio.
Ma il messaggio degli evangeli ci dice che Dio ci è venuto accanto, abbassando (annichilendo) se stesso – è questo l'amore di Dio.
Noi siamo molto presi dal fatto che Gesù sia nato da una vergine, seguendo le parole del profeta Isaia (peraltro, così come erano lette al tempo di Gesù). Ma queste non hanno un senso, diciamo così, fisico, ma vogliono significare che Gesù non viene a noi per volontà umane, bensì per la volontà di Dio. Infatti, Paolo non dice che Gesù sia nato da una vergine, ma che è nato da una donna. Punto – non sta a indagare di più.
Poi, il valore di questa nascita, Paolo la esprimerà nel famoso inno di Filippesi 2: «spogliò se stesso, prendendo forma di servo …»

3.-    Ma c'è un altro aspetto che va considerato. L'apostolo specifica che Dio ha agito quando il tempo "è giunto alla pienezza", nel tempo da Lui stabilito: vi sono dunque dei tempi di Dio. Noi non siamo così pazienti da aspettare i tempi di Dio, abbiamo fretta e riempiamo la nostra vita di attività. Questo è forse più vero oggi che nel passato, poiché la nostra esistenza ha preso dei ritmi frenetici. Ma questo fare incessante ci butta fuori da noi stessi e ci porta ad un agire senza un fine preciso e spesso senza costrutto. Siamo diventati come certi frutti, belli e grossi, ma che non sanno di niente, che non hanno sapore.
Se Dio viene a noi, "nel suo tempo", dovremo aprire i nostri cuori per cercare il tempo di Dio nel nostro tempo, per vedere,  cioè, come Egli operi nella nostra vita, chiamandoci a riceverlo. C'è una bella parola del profeta Isaia che ci può condurre in questi pensieri: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (Is. 55: 6).

4.-    Il dono e la libertà. Nella sua lettera ai credenti della Galazia (nell'attuale Turchia), Paolo discute con coloro che ritengono che nulla sia cambiato, con l'avvento di Cristo, rispetto alla Legge ebraica. Ad essi, l'apostolo risponde che la Legge andava bene per il tempo in cui l'uomo era sotto tutela; mentre ora, con Cristo, siamo giunti alla libertà.
Quella di cui parla Paolo è la libertà dei figli che possono rivolgersi a Dio chiamandolo Abbà (Padre-papà). Non è una parola strana, quella che usa l'apostolo: era probabilmente un modo in cui si esprimevano i credenti antichi nelle loro preghiere, riprendendo la preghiera stessa che Gesù aveva insegnato e la preghiera stessa del Getzemani. Abbà è una parola che indica allo stesso tempo il fatto che siamo figli di Dio e che siamo in grado di rivolgerci a Lui con la familiarità di coloro che si sanno amati.
Si tratta però anche di una libertà donata per non tornare nella schiavitù delle superstizioni, delle paure, dei nostri fantasmi, delle fragilità del nostro essere umani. In Cristo ora sappiamo che viviamo della dimensione di Dio che invade il nostro quotidiano e che ci apre al suo orizzonte di vita.
Ora siamo liberi e la nostra libertà e dignità di figli di Dio ci porta a vivere la responsabilità nei confronti del mondo che il Signore ha riscattato ed ha amato, tanto da condividerne, nell'incarnazione, nel Natale, le gioie e le pene.

                                                                                                         Pastore Paolo Ribet

(Articolo tratto dal sito www.torinovaldese.org)

21 dicembre 2013


Libro di Ruth

Riflessioni di Aldo Palladino

Introduzione
Leggendo questo libro si avverte, pur in presenza di una carestia e una tragedia familiare, una pacata tranquillità. I personaggi sono equilibrati e dignitosi, sottomessi ad un piano che li sovrasta ma pieni di speranza per un futuro migliore, nonostante questa storia nasca al tempo dei Giudici (1:1), tempo di confusione, corruzione, di rivolte sociali e di anarchia. I nomi di alcuni di loro s'accordano bene con il ruolo che hanno nella storia raccontata, per cui viene da pensare che l'autore abbia voluto coniarli intenzionalmente. È una storia che evidenzia dell'autore una fede profonda e una sensibilità verso certi temi come quelli del levirato (Dt. 25: 5-10) e della cerimonia "della scarpa" (4:7), di cui vuole fornire un'interpretazione più leggera rispetto a quella antica, certamente più dura, o raccontarne l'evoluzione. 
Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che il libro sia una risposta alla posizione intransigente di Esdra e Nehemia contro i matrimoni misti, ma è un'idea che è stata abbandonata.
Più verosimile è che lo scopo del libro è di mostrare un interesse per il re Davide di cui, in assenza di notizie sulla sua infanzia, si vogliono perlomeno qui presentare gli antenati.
Il libro di Ruth viene letto in occasione della festa delle messi o Pentecoste. Ruth è una ragazza moabita.

Leggere Ruth 1:1-23. Naomi e Ruth

La scelta di Ruth
A causa di una carestia, una famiglia di Betlemme, costituita da Elimelec, da sua moglie Naomi (= mia dolcezza, mia gioia) e dai figli, Malon (= debole, malato) e Chilion (= languente), è costretta ad emigrare in terra straniera, nel paese di Moab. Lascia la propria casa, il proprio paese, la propria comunità per necessità di sopravvivenza, con la speranza di una vita migliore. Succede, invece, che il marito di Naomi muore e muoiono anche i due figli, che lasciano vedove due ragazze moabite che avevano sposato, Orpa (= gazzella?) e Ruth (= amica). Di queste due solo Ruth resta con Naomi (14), mentre Orpa ritorna alla sua famiglia d'origine.
Ruth fa una scelta non solo di grande attaccamento e affettività verso Naomi, ma fa anche la scelta di appartenenza a un popolo e di fede nel Dio di Israele per cui sceglie di seguire Naomi che ha deciso di tornare a Betlemme. Così Naomi torna al su paese d'origine con Ruth. A chi la riconosce come Naomi, lei ribatte dicendo di voler essere chiamata Mara (= amara, triste) (19-20), perché la sua vita è segnata da amarezza, tristezza e dolore. Aveva una famiglia, ora non ha più nulla. Il Signore aveva permesso che lei attraversasse il deserto della vita. Ruth è con lei e poteva essere motivo di una minima consolazione ma Naomi è talmente amareggiata che non riconosce in Ruth la grazia di Dio. Lo capirà più avanti.
                                                                                                                                            
Leggere Ruth 2: 1-23. Ruth incontra Boaz

Il favore di Boaz
Ciò che colpisce di questo brano è il comportamento aggraziato e corretto che Ruth ha con tutti. A Naomi, sua suocera, chiede il permesso di andare a spigolare nei campi (2); al servo di Boaz chiede il permesso di raccogliere le spighe cadute dai mannelli di grano (7). Inoltre, si mostra una lavoratrice instancabile (7). Non è una donna invadente, ma sa rispettare le regole in tutta onestà e compostezza. E tutto questo viene riferito a Boaz, il ricco proprietario di terreni e servi.
Quando Boaz incontra Ruth, egli già sa tutto di lei, di quello che ha fatto per Noemi, ed è ben disposto in suo favore. L'autorizza a stare con le sue serve, a spigolare, le dà protezione e il diritto di bere l'acqua attinta dai suoi servi. E Ruth mostra grande riconoscenza a Boaz gettandosi ai suoi piedi e ringraziandolo. Da parte sua Boaz benedice Ruth chiedendo al Signore di ricompersarla per le sue scelte e per la sua vita di piena dedizione a Noemi.  
Boaz è conquistato da questa ragazza. Ruth trova in Boaz un cuore aperto e una fonte di consolazione (13). Da questo momento tra Boaz e Ruth c'è un continuo avvicinamento. È l'incontro di due sensibilità, di due timorati di Dio.
Ormai Boaz apre le porte a Ruth. Le offre da mangiare e la piena libertà di spigolare in piena sicurezza. Ruth, però, non pensa solo a se stessa, perché provvede da mangiare anche a sua suocera, Noemi.
Come una buona madre, Noemi vuole sapere tutto da Ruth. E quando viene a conoscenza che Boaz ha fatto del bene a Ruth, lei rivela che Boaz è un parente stretto di Elimelec che ha il diritto di riscatto su di loro. Questa è una grande notizia.

Leggere Ruth 3: 1-18. La strategia di Naomi

L'ubbidienza di Ruth
In questo brano Naomi progetta per Ruth un futuro di felicità, di sicurezza e di benessere. Il suo piano nasce dal suo amore per Ruth, che considera come una figlia. Naomi sa dove vuole arrivare, ma ha bisogno che Ruth abbia piena fiducia in lei e le ubbidisca senza reticenze. "Lavati, profumati, indossa abiti per non farti riconoscere da Boaz…" (3-5). È una sottile strategia con una seduzione mirata per indurre Boaz a trovarsi nel suo letto una donna, Ruth, che in più occasioni ha attirato la sua attenzione.

L'interesse di Boaz per Ruth
Quando Ruth rivela a Boaz che su di lei egli ha un diritto di riscatto (poteva cioè farla sua e sposarla), Boaz la benedice, la loda perché non è andata dietro a dei giovani ma ha scelto lui, un anziano, e perché la sua vita è da tutti riconosciuta virtuosa. Infine, le promette di andare incontro al suo desiderio (10-11). Deve solo risolvere il problema di ordine legale, perché prima di lui c'è un altro parente che può esercitare il diritto di riscatto.
     Per quel che si riferisce al diritto di riscatto, vi era una legge in Israele secondo la quale un Israelita che avesse venduto la sua proprietà (non il fondo che era inalienabile, ma soltanto ne avesse ceduto l'usufrutto fino all'anno del giubileo) aveva sempre il diritto di riscattarla mediante una somma di denaro (cfr. Le 25:25-27). Se non era in grado di farlo lui, poteva subentrare nel suo diritto il parente più prossimo. Ora, Elimelec e Naomi, partendo per Moab dovevano certamente aver "venduto" i loro campi. Perciò la vedova, ritornata a Betlemme, cercava naturalmente qualcuno che li riscattasse per poterli nuovamente coltivare. Naomi pensava anche di poter maritare la sua nuora. Infatti, secondo un'altra legge in Israele, quando una donna rimaneva vedova senza figli, un fratello del marito doveva sposarla, ed il primo figlio nato da tale matrimonio, doveva succedere al fratello defunto e portarne il nome, affinché la sua famiglia non si estinguesse (cfr. De 25:5-6). L'uso deve poi aver esteso questa prescrizione ai parenti prossimi ed averla messa in relazione col riscatto delle terre. Ciò spiega la speranza di Naomi e la richiesta che Boaz fece al suo parente, che prima di lui doveva far valere tale diritto.
La correttezza morale di Boaz gli impone di accertarsi le intenzioni di quest'altro parente. E solo dopo che questi avrà rinunziato, egli potrà mantenere la promessa di riscattare Ruth e farla sua sposa.
Boaz, dopo il colloquio segreto, congeda Ruth donandole sei misure d'orzo (circa sessanta litri). Gliele mette sulle forti spalle e Ruth torna da Naomi, che è in trepida attesa di conoscere come sono andate le cose.
Naomi rassicura Ruth che Boaz ormai è conquistato e che farà di tutto per rimuovere ogni ostacolo che impedisce a Boaz di avere Ruth.
La saggezza di Naomi è lungimirante e la fedeltà di Ruth a Naomi sono due elementi concomitanti per realizzare questa meravigliosa storia della grazia di Dio.

Leggere Ruth 4: 1-22. Matrimonio di Ruth con Boaz

La cerimonia della scarpa
Innamorato di Ruth, ormai determinato a fare i suoi passi, Boaz si rivolge al parente prossimo di Naomi e lo invita davanti agli anziani della città ad esercitare il diritto di riscatto per entrare in possesso delle terre di Elimelec. E quello risponde di voler far valere il suo diritto (4:4). Ma a questo punto, Boaz fa presente al parente prossimo di Naomi che deve esercitare anche il diritto di prendersi in moglie Ruth per tenere insieme tutta l'eredità. Così, davanti a tutti gli anziani, quel parente rinuncia per motivi familiari e personali ad esercitare il suo diritto sulle terre e su Ruth. Lo fa con un rituale antico in Israele: la cerimonia della scarpa.
Era, infatti, un uso antico per indicare la cessione di un possesso. Infatti quando uno s'impadroniva di un paese ne calpestava il suolo coi piedi. Gettare il sandalo su un territorio voleva dire impossessarsene; e dare il sandalo o la scarpa ad un altro, indicava rinunzia di un possesso a suo favore (V.Vinay).
Il parente prossimo di Nahomi, dunque, si toglie la scarpa e la dà a Boaz, che entra in tal modo in possesso delle proprietà della famiglia di Elimelec e prende Ruth come sua moglie.
Da questa unione nasce Obed (= servo), ma che tutti consideravano come go'el, un riscattatore, un redentore.
Obed fu il padre d'Isai, che fu il padre di Davide.

Conclusione
Impariamo da questa storia che il Signore non abbandona chi lo ama. Egli è un Dio fedele, che si prende cura del suo popolo e non lo abbandona a se stesso. La storia ha sempre una trama e noi dobbiamo vedere nell'intreccio dei suoi fili un disegno che  persegue un obiettivo. Naomi e Ruth, due donne fedeli e sottomesse a Dio, hanno saputo intravedere l'opera di Dio al di là dei singoli eventi, seppure tristi e scoraggianti, con fede e speranza. In un periodo di grande smarrimento nella storia di Israele, il libro di Ruth ci fa capire che sempre bisogna vivere la vita in modo coerente e con grande responsabilità verso Dio e verso il prossimo. Alla fine, siamo ricondotti a considerare che Dio si mostra verso di noi con grazia e liberazione. Infatti, noi cristiani gioiamo per il dono di Gesù Cristo, punto focale del piano di salvezza dell'umanità.

                                                                                                                          Aldo Palladino

11 dicembre 2013





Salmo 146
Fiducia in Dio per il suo soccorso

Note esegetiche ed omiletiche
a cura di Aldo Palladino


Salmo 146 (versione Luzzi/Riveduta)
1 Alleluia.
 Anima mia, loda l'Eterno.                                                         
2 Io loderò l'Eterno finché vivrò, salmeggerò al mio Dio, finché esisterò.
3 Non confidate nei prìncipi,
né in alcun figliuol d'uomo, che non può salvare.
4 Il suo fiato se ne va, ed egli torna alla sua terra;
in quel giorno periscono i suoi disegni.
5 Beato colui che ha l'Iddio di Giacobbe per suo aiuto,
e la cui speranza è nell'Eterno,
suo Dio,
6 che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e tutto ciò ch'è in essi;                                 
che mantiene la fedeltà in eterno,           
7 che fa ragione agli oppressi,                                 

che dà del cibo agli affamati.                                   
L'Eterno libera i prigionieri,                                      

8 l'Eterno apre gli occhi ai ciechi,                                  
l'Eterno rialza gli oppressi,                                      

l'Eterno ama i giusti,                                                
9 l'Eterno protegge i forestieri,                                 
solleva l'orfano e la vedova,                         
ma sovverte la via degli empi.                          
10 L'Eterno regna in perpetuo;                         
il tuo Dio, o Sion, regna per ogni età.
Alleluia.


Breve introduzione al Salterio
Il Salterio, l'intera raccolta dei 150 Salmi, è stato chiamato dagli ebrei tehillim, "lodi, inni", alleluia allo stato puro, perché l'humus che nutre l'inno e la lode è fondamentalmente espressione del "bisogno più profondo e più nobile di ogni religione che è quello di adorare nella polvere chi è sopra di noi" (H. Gunkel).
Lutero,  nella sua seconda prefazione al Salterio del 1528, afferma che i Salmi sono "una piccola Bibbia" in cui è presente la voce dell'umanità in tutte le sue situazioni. Una voce universale che esprime fede, preghiera, canto, pensiero, domanda.
Paolo Ricca afferma che chi si immerge nei Salmi "vi troverà una palestra in cui ci si esercita a porre o ad ascoltare le domande fondamentali della vita che tutti, credenti e non credenti, in un modo o nell'altro, prima o poi, si trovano a dover affrontare"([1]).
Gianfranco Ravasi, nell'introduzione generale ai suoi tre corposi volumi "Il Libro dei Salmi" (EDB), rappresenta il Salterio come "microcosmo" e come "famiglie". C'è il microcosmo redazionale, dell'AT, dell'umanità, della storia, quello letterario, teologico, della preghiera, liturgico, cristiano, musicale, simbolico, poetico, testuale, di lettori, bibliografico. E ci sono le famiglie dei salmi, quella innica, delle suppliche, di fiducia e gratitudine, la famiglia dei salmi regali, liturgica, sapienziale, storica. ([2])
Siamo di fronte, dunque, a componimenti di grande varietà e ricchezza che hanno ispirato prevalentemente la vita cultuale col canto accompagnato da strumenti a corde (questo è il significato di ψαλμός). D. Bonhoeffer esalta il valore dei Salmi definendoli "scalini che ci portano a Dio". E Lutero parla del Salterio come di "uno specchio puro, chiaro e bello" in cui " troverai anche te stesso…e Dio stesso e tutte le creature". 

Breve introduzione al Salmo 146
Il Salterio si chiude con una serie di cinque salmi (146-150), che sono stati definiti "salmi alleluiatici" o "Hallel finale". Infatti, iniziano e terminano con un alleluia che intona la lode a Jahweh.
Il primo di questi Salmi è il 146, che è stato definito da H. Gunkel "un carillon di campane", in quanto il nome di Jahweh risuona nove volte in tutto il salmo ed è ripetuto cinque volte nei soli versetti da 7 a 9, creando l'idea di una percussione con un suono di campane.   
Non per nulla Joseph Anton Bruckner ha composto un Salmo 146 per soli coro e orchestra.
Questo salmo appartiene alla famiglia innica, che segue il modello dell'inno individuale di lode quotidiana in onore del Dio liberatore, unica speranza e unico aiuto.
Secondo i LXX, la paternità del salmo è da attribuire ad Aggeo e Zaccaria (VI sec. a.C.), collocando così il carme nell'ambito dell'immediato post-esilio.
Ma la tesi più avvalorata è che esso risalga ad un'epoca più recente, anche se c'è una difficoltà di datazione.

NOTE ESEGETICHE
La struttura del salmo suggerisce di esaminarlo nel suo insieme anziché nei soli versetti da 5 a 10. Infatti, dopo l'invitatorio dei versetti 1-2, il corpo dell'inno presenta la contrapposizione di due fiducie – quella nell'uomo e quella in Jahweh - in un dittico antitetico (vv. 3-10) che credo sia bene non separare.

Il primo quadro di questo dittico, con una forma esortativa di tipo sapienziale, è negativo in quanto il Salmista invita a non riporre la propria fiducia nei prìncipi e in nessun altro essere umano a motivo della loro radicale fragilità (vv. 3-4). L'inno non dice che i capi non sono necessari né utili o che l'essere umano non ha alcun valore, ma intende affermare che la salvezza non viene dall'effimero e dal terreno. È un tema che attraversa l'Antico e il Nuovo Testamento, che ci ricorda l'errore, il peccato di Israele di confidare nei suoi dirigenti politici, incapaci di mantener fede al Dio del Patto e/o al Patto con Dio, inclini a basare la loro fede su alleanze umane, sugli aiuti delle superpotenze economiche, politiche e militari anziché sul Dio fedele, a confidare nella "carne" anziché sullo "spirito" di Dio.
Qualsiasi realtà umana deve sempre fare i conti con la finitudine della vita, che è come la ragnatela spazzata via dal vento (Gb. 8:14), come l'erba che al mattino è verde e fiorisce e la sera si secca (Sal 90:5-6; 103:15-16; Is. 40:7).   
         

Il secondo quadro,  che si oppone a quello della caducità della vita e delle cose su cui l'uomo tanto facilmente si fonda, afferma la beatitudine di chi ha fede in Dio (vv. 5), beatitudine che regge, nel testo ebraico, una sequenza dei seguenti nove participi (6-9a) e tre imperfetti (vv. 9b-10) di grande solennità.

I nove participi sono:
1) "creatore"del cielo e della terra;
2) "custode" della fedeltà all'alleanza;    3) "che fa" giustizia agli oppressi;
4) "datore" di pane agli affamati; 5) "liberatore" dei prigionieri;
6) "che apre" gli occhi ai ciechi;      7) "che rialza" chi è caduto;
8) "amante" dei giusti;
9) "custode" dello straniero.

I tre imperfetti, che nel nostro testo sono all'indicativo presente, sono:
1. "sostiene" l'orfano e la vedova,
2. "sconvolge" la via degli empi,  
3."regna
" per sempre.
  

Abbiamo qui un ritratto di Dio le cui azioni rappresentano una realtà che non tramonta mai perché Dio dalla creazione dei cieli e della terra alla realizzazione del regno eterno governa  la storia con la sua fedeltà (v. 6), salva e libera l'umanità dal peccato e dalle sue nefaste conseguenze.
Così, gli oppressi (v. 7a), schiacciati dalla storia, ignorati dai politici, irrisi dalle potenze di questo mondo, hanno un unico difensore in Dio. 
Egli "dà il pane agli affamati" (v. 7b), provvede il cibo a suo tempo ad ogni creatura (Sal 145:15) a differenza dell'uomo che sa solo creare squilibri e disparità al punto che alcuni sono nauseati dagli sprechi e dall'eccesso di cibo mentre altri, in vaste zone del mondo, muoiono di fame.
Dio è il liberatore dei prigionieri (v. 7c). Lo è stato nel passato quando ha dato libertà al popolo d'Israele con l'esodo dall'Egitto, ma lo è ancor più col la venuta di Gesù Cristo che ha dato voce e corpo alla libertà promessa.
Dio apre gli occhi ai ciechi (v. 8), che vedono la luce. "Questa, come è attestato dalla tradizione evangelica, è un'azione che non ha soltanto una rilevanza fisica, ma anche e soprattutto teologica. Essa diventa una sigla dell'era messianica (Is. 29:18; 35.5; 42:7). La rappresentazione della luce sulle tenebre è il segno di una nuova creazione (Gen. 1.2-5) ed essendo la luce simbolo divino e teofanico l'atto di illuminazione diventa segno di una nuova rivelazione di Dio all'umanità (Is. 9:1-2).
Dio rialza chi è caduto (v. 8b), come un padre che soccorre i figli in difficoltà. Se cadono nella polvere li risolleva e li riabilita, si prende cura di loro. Anna nella sua preghiera manifesta la sua fede nel Signore che "alza il misero dalla polvere, e innalza il povero dal letame, per farli sedere con i nobili, per farli eredi di un trono di gloria" (1 Sam. 2: 8).
Dio ama i giusti (v. 8c), cioè coloro il cui agire è regolato dalla fedeltà alla Torah e dalla fede nel Signore dell'alleanza (Gen. 15: 6). Il giusto è colui che risponde all'amore di Dio col suo amore e che accoglie la giustizia di Dio sottomettendo la propria vita in un rapporto di grazia e misericordia. Dio ama i giusti, cioè ama coloro che vivono per fede e che abbandonano a Dio la loro vita con tutte le imperfezioni e i loro inevitabili peccati.  
Dio protegge lo straniero (v. 9a), in quanto soggetto debole che nella società veterotestamentaria poteva subìre vessazioni ed angherie quando veniva a trovarsi lontano dalla propria tribù o dal proprio paese. Sullo straniero si stende il manto protettore dellla difesa divina, che viene recepita nella Torah ( Es.22.20; Deut. 10: 18; 14:29; 24: 14-18).
Dio sostiene l'orfano e la vedova (v. 9b), due classi prive di "difensore" che vengono affidate alla tutela della Legge e di Dio.
Dio sconvolge la via degli empi (v. 9c), perché l'empio è una nota stonata, è un'area di tenebre che si oppone alla luce di Dio, è il rifiuto di un piano di pace e di felicità. Ma dobbiamo pensare che Dio possa sconvolgere la via dell'empio per mettergli davanti un'altra via, quella della conversione (Ez. 18: 23.32).
Dio regna per sempre (v. 10). La storia di Dio non finisce, ma ci introduce nello scenario meraviglioso del mondo nuovo in cui abitano giustizia, pace, pane, verità, liberazione, luce, amore, protezione. Alla lode iniziale del salmo ha fatto seguito l'inno all'azione salvifica di Dio, che è un cantico dell'amore divino nei confronti della povertà umana.

NOTE OMILETICHE

1. Le parole dell'autore del nostro salmo possono rappresentare la fine di un percorso attraversato da domande su Dio e sul senso della vita. E la fede è senz'altro un filtro interpretativo che dà il suo contributo per la scelta finale di schierarsi dalla parte di Dio e  per ricevere delle risposte a quelle domande. Il bisogno fondamentale dell'uomo di cercare delle sicurezze soprattutto in tempo di crisi e di disorientamento generale qui viene soddisfatto celebrando le opere di Dio, che nella storia viene in soccorso dell'umanità. Soprattutto dopo le sofferenze dell'esilio, con la libertà riacquistata, Dio non è più l'"Eterno degli eserciti" da pensare in termini di onnipotenza, ma è L'Eterno della relazione e dell'aiuto verso un'umanità debole, fragile, incline al male e al peccato.  Il ritratto di Dio è diverso a seconda dei momenti e delle circostanze storiche, ma è sempre un espediente per rispondere alle domande esistenziali della vita.
Eliezer Wiesel([3]) racconta in un suo libro([4]) – testimone oculare era Primo Levi ad Auschwitz -  l'episodio della triplice impiccagione di due adulti e di un bambino alla cui esecuzione dovevano assistere tutti i prigionieri del lager per trarne una lezione esemplare. Scrive Wiesel: "I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…. Più di mezz'ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: "Dov'è dunque Dio?". E io sentivo una voce che gli rispondeva; "Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca".
In questo periodo d'Avvento, il messaggio cristiano annuncia la novità di Dio che decide di condividere la sofferenza del mondo venendo tra noi in Gesù, l'Emmanuele,  Dio con noi.  Dio è il bambino che nasce per noi, vive per noi, morirà per noi. Egli è presente nella nostra esistenza terrena dalla nascita alla morte. Gioisce e piange con noi, non è mai lontano o fuori dalla nostra realtà.   
Vito Mancuso così scrive nella sua ultima opera ([5]): "Credo in un Dio che prende così sul serio l'alleanza col mondo da essere coinvolto nel processo vitale mediante cui il mondo si fa, un Dio che si pone al servizio del mondo per farne scaturire mediante un interrotto processo il "regno di Dio". Credo in un Dio che, proprio come Gesù quella sera depose le sue vesti e prese a lavare i piedi ai discepoli, al momento della creazione depose la sua assolutezza  e istituì quale assoluto non più se stesso, ma se stesso in comunione con il mondo, cioè il regno di Dio. Il regno è "Dio + mondo" ed è questo, cristianamente parlando, il vero assoluto, cioè la relazionalità totale dell'amore. In seguito all'incarnazione, Dio diviene un pezzo di mondo, e quindi l'assoluto non è più Dio in sé, ma Dio insieme al mondo, Dio "tutto in tutti" (1 Corinzi 15:28).

2. Se il Salmo 146 fotografa un Dio che sconfina nell'umano (e le Scritture ci rivelano che ciò è avvenuto nella persona di Gesù Cristo), non altrettanto si può dire dell'uomo verso il divino, perché la storia umana è contrassegnata da materialità, peccato, male, tenebre, ma anche spiritualità, ricerca del bene, sprazzi di luce. In questa alternanza il salmista  segnala la tensione della fiducia nell'uomo o in Dio ed esorta a scegliere la via della fede in Dio, perché questa è la via della felicità: è "beato colui che ha l'Iddio di Giacobbe per suo aiuto, e la cui speranza è nell'Eterno, suo Dio" (v. 5). Venticinque beatitudini sono disseminate nel Salterio e tutte stanno lì a raccomandare una vita di devozione e di ubbidienza. La vita è un viaggio attraverso il tempo. Vivere significa scegliere un percorso particolare per l'esistenza da percorrere restando in contatto con la Fonte della vita. Gesù disse: "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc. 11: 28).     

                                                                                    Aldo Palladino



Bibliografia
Paolo Ricca, Davanti a Dio.Leggendo i Salmi. Claudiana, 2008. 
James L. Mays, I Salmi. Claudiana. 2010.
Gianfranco Ravasi. Il Libro dei Salmi. EDB. 1999


([1]) Paolo Ricca, Davanti a Dio.Leggendo i Salmi. Claudiana, Torino, 2008, pag. 7                            
([2]) Gianfranco Ravasi. Il Libro dei Salmi. Commento e attualizzazione. Vol. I, EDB, pagg. 13-65.
([3]) Eliezer Wiesel,  scrittore statunitense di cultura ebraica e di lingua francese, sopravvissuto all'Olocausto. Egli è l'autore di 57 libri, incluso La notte, un racconto basato sulla sua personale esperienza di prigioniero nei campi di concentramento di AuschwitzBuna e Buchenwald.[2] Wiesel è anche membro dell'Advisory Board del giornale Algemeiner Journal. Quando Wiesel fu premiato per il Nobel per la Pace nel 1986, il Comitato Norvegese dei Premi Nobel lo chiamò il "messaggero per l'umanità", affermando che attraverso la sua lotta per venire a patti con "la sua personale esperienza della totale umiliazione e del disprezzo per l'umanità a cui aveva assistito nei campi di concentramento di Hitler", così come il suo "lavoro pratico per la causa della pace, Wiesel aveva consegnato un potente messaggio di "pace, di espiazione e di dignità umana" alla stessa umanità (da Wikipedia).
([4]) Elie Wiesel. La notte. La Giuntina, Firenze, 1980, pag. 67.
([5]) Vito Mancuso. Il principio passione, Garzanti, Milano, 2013, pag. 425.

23 novembre 2013






La fragile materia di cui siamo fatti

di Moni Ovadia






«Genesi», il primo libro della Bibbia, se davvero ci si prendesse la briga di leggerlo o, per lo meno, lo si estraesse dalle polveri della propria biblioteca, si rivelerebbe ricco di folgoranti rivelazioni sulla nostra natura più intima e di conoscenze di senso che stimolino la consapevolezza del nostro destino, aleatorio e libero, ma pur sempre ineludibile.
Nel passaggio in cui si racconta della creazione dell'uomo, le narrazioni sono due: la prima è unitaria ed eticamente denotativa e recita più o meno così: «Creò l'essere umano, maschio e femmina li creò». Dunque la creatura più amata, il partner della creazione, è uno ma si esprime in due aspetti di pari dignità, il femminile ed il maschile e, detta dignità di cui sono titolari le due alterità, si esprime nell'amore, l'impronta divina che chiede il reciproco accoglimento. Nella seconda narrazione, si descrive prima la costruzione di Adàm HaRishòn, Adam il primo. Si tratta di un maschio? Direi di no! Come si può infatti parlare compiutamente di maschio prima che esista la femmina? Si tratta piuttosto di un Golem, un robot maschioforme, impastato nell'adamàh (gleba, zolla) e il suo nome in italiano andrebbe tradotto correttamente con «gleboso» o «zolloso». Adamo non dice letteralmente nulla – ricorda al massimo un cantante sentimentale italo-belga che furoreggiò negli anni Sessanta. Ad Adam HaRishòn, la vita gli viene insuflata dall'alito divino, ma le molecole del suo corpo sono della stessa materia che costituisce madre terra, materia splendente e fragile.
La Torah ci suggerisce una verità sconvolgente, pur se ovvia: se l'uomo è santo e inviolabile, lo è altrettanto la terra. Ci è stato appena mostrato con tragica evidenza, nella nostra amatissima Sardegna, superbamente bella e vigliaccamente martoriata. In occorrenza delle catastrofi naturali, ci vengono furiosamente ricordate due ineludibili verità: l'inarrestabile impeto della natura e la ottusa, cinica, criminosa azione di quella parte di umanità che, sempre e comunque, si prosterna davanti alle ragioni del profitto e della spoliazione della vita. Con la storia di Adam il primo, la Torah ci ammonisce a non dimenticare che, se noi siamo santi e inviolabili, inviolabile e santa è madre natura e tali sono gli animali. Noi dovremmo formare la nostra sensibilità a soffrire per la distruzione delle coste, come se vedessimo un essere umano innocente murato vivo, dovremmo patire per la cementificazione del pianeta, come rimaniamo sconvolti quando sappiamo di donne imprigionate sfruttate e violentate e, di fronte all'avvelenamento e allo scempio delle nostre fonti e dei nostri bacini, dovremmo tutti sentirci chiamati ad una mobilitazione permanente per fermare il crimine.
È ora di capirlo, non si tratta di ecologismo o pacifismo o qualche altro «ismo». Qui si tratta di vita o di morte. La nostra, quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.




Articolo tratto dal Quotidiano "L'Unità" del 23.11.2013

12 novembre 2013




Luca 21: 5-19
La nostra vita tra presente e futuro

Meditazione di Aldo Palladino





Il testo biblico
5 Alcuni gli fecero notare come il tempio fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, ed egli disse: 6 «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».
7 Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»
8 Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: "Sono io"; e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Premessa
Questo brano del vangelo di Luca è definito "piccola apocalisse" e con quello di Marco 13 e di Matteo 24 costituisce la cosiddetta "apocalisse sinottica" (dal greco apokalypto, togliere il velo, svelare o rivelare).
Il genere letterario che accomuna questi testi è quello dell' "apocalittica giudaica", che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. e che era nata con gli scritti del profeta Daniele, il maggior rappresentante di questo stile. Ma anche altri scritti del tardo giudaismo e della chiesa delle origini, non compresi nel canone, sono di questo tipo. L'origine e lo sviluppo di questa letteratura sono correlati alla storia d'Israele, un paese che è stato terra di conquista da parte di altri popoli, ma anche un paese dilaniato da lotte intestine per il potere, dalla corruzione, dalla secolarizzazione del sacerdozio. I libri apocalittici sono una testimonianza di tutto questo e rappresentano quindi la risposta di fede alle circostanze religiose, politiche, economiche del tempo.
Il messaggio di fondo che essi portano è: il tempo è breve, il momento della fine è vicino. Lo scontro finale della luce contro le tenebre, il bene contro il male, Dio contro Satana, il giudizio finale è prossimo.
Gli autori apocalittici erano convinti che Dio avrebbe posto fine al male dando inizio al suo Regno, e che essi ne sarebbero stati presto diretti testimoni.
James H. Charleswort[1] afferma che l'essenza del pensiero apocalittico è il trasferimento. "L'individuo è spostato, per mezzo della visione e dell'ascolto, da un luogo a un altro, da una terra conquistata da pagani a un mondo – o un'èra – ripiena della gloria di Dio. Il trasferimento è di luogo, da qui a là, oppure temporale, da ora a poi; da una fine priva di speranza (telos) ad una conclusione paradisiaca(eschaton)".
Altro elemento del pensiero apocalittico è la ridefinizione, per cui si può parlare di vita attraverso la morte, di vittoria pur essendo stati sconfitti, di pace e di giustizia realizzate dinanzi a sconvolgimenti che privano l'uomo della pace e della giustizia (Apoc. 2,7.11.17.26; 3,5.12.21; 1,13.18; 3,21).
Questo è in forma molto concisa l'approccio culturale di ogni testo apocalittico. Da qui bisogna partire per cercare di comprendere cosa realmente nasconda il testo biblico e quali insegnamenti intenda offrirci.

Suddivisione del testo
In questo brano di Luca la divisione per argomenti è la seguente:
1)   distruzione del Tempio di Gerusalemme (5-6);
2)   fine dei tempi (7-19), con particolare riferimento:
·                       al pericolo di seduzione della comunità cristiana (8);
·                       a sconvolgimenti politici, economici e naturali (9-11);
·                       alla persecuzione della chiesa (12-17). 

1)   La profezia della distruzione del Tempio di Gerusalemme (5-7)
Il Tempio di Gerusalemme (il secondo tempio, completato nel 515 a.C.), costruito da Erode sulle rovine del primo Tempio costruito da Salomone (e distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C.), doveva essere di una tale bellezza da fare scrivere allo storico Giuseppe Flavio: "L'aspetto del tempio era tale da renderlo oggetto di adorazione per l'occhio e lo spirito. C'erano dappertutto dei blocchi d'oro e all'alba risplendeva come lo splendore del fuoco, che dava luce agli spettatori.  Da lontano sembrava una montagna di neve perché dove non era coperto d'oro era totalmente bianco".
Il Tempio suscitava in ogni Israelita forti emozioni non solo perché, secondo la fede professata,  esso garantiva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ma anche per la sua straordinaria bellezza. Non dobbiamo stupirci se, "alcuni" (qui imprecisati, mentre in Mc. 13 sono i discepoli Pietro, Giacomo, Marco e Andrea) invitino Gesù a notare le belle pietre e i doni votivi  che le adornavano (i doni votivi erano offerte fatte da principi e privati, come la vite dorata donata da Erode il Grande per ornare il luogo santo). Ma Gesù va oltre l'aspetto esteriore di quelle pietre e coglie l'occasione per annunciare la distruzione di tutte quelle pietre, cioè la distruzione del Tempio.
In effetti, il Tempio di Gerusalemme sarà distrutto nel 70 d.C. dalle truppe romane comandate da Tito Flavio Vespasiano (il futuro imperatore Tito). Occorre però precisare che quando l'evangelista Luca riferisce le parole di Gesù sulla distruzione del Tempio, questo, secondo alcuni studiosi, era già stato distrutto anni prima. 

Ma perché Gesù dà questa notizia sensazionale?
Credo che lo abbia fatto per due motivi:

  • perché, dopo la sua morte e la sua resurrezione (dopo il disfacimento del tempio del suo corpo e la sua riedificazione in tre giorni di cui aveva parlato in un'altra occasione – Mc 14:58), il Tempio di Gerusalemme non avrà più ragione di esistere ("non sarà lasciata pietra su pietra"). Il fico è seccato; Israele non ha vita, è spiritualmente morto non avendo riconosciuto in Gesù il Messia promesso. La nuova Chiesa prenderà il posto di Israele, perché Israele ha tradito il patto con Dio.
Già in passato, il profeta Michea aveva annunciato al popolo (3:12) che Sion sarebbe stata arata come un campo, che Gerusalemme sarebbe diventata un mucchio di rovine e il monte del tempio un'altura boscosa.
E il profeta Geremia, nella sua profezia sulla distruzione di Gerusalemme, aveva detto: "Io tratterò questa casa come Silo [già distrutta da molto tempo], e farò in modo che questa città serva di maledizione presso tutte le nazioni della terra" (26:6).
Dunque, Gesù si colloca in continuità con le dichiarazioni profetiche, di cui Egli è il      compimento e la realizzazione.

  • perché vuole spostare l'attenzione dei discepoli dalla sicurezza che dà il Tempio, con i suoi apparati, le sue gerarchie, le tradizioni e i riti che ne derivano, alla vera sicurezza che Egli stesso Gesù rappresenta per il presente e per il futuro.

2. La fine dei tempi
   a) Seduzione della comunità cristiana
       Occorre cogliere bene il senso del discorso di Gesù perché, mentre i discepoli sono interessati a conoscere il "quando" e il "come" dei tempi della fine, la vera preoccupazione di Gesù è incentrata sul tempo presente, sui pericoli ai quali i discepoli vanno incontro, per prepararli ad affrontare il cammino cristiano con un serio impegno e con speranza.
Ed ecco che la sua prima esortazione è quella di guardarsi da un male interno alla chiesa, da quelli che si presentano dicendo di essere Cristo. Sono falsi cristi, falsi salvatori dell'umanità che promettono di essere la soluzione a tutte le aspirazioni dell'uomo. Quanti personaggi hanno tentato di prendere il posto del Signore nel corso della storia dell'umanità e quanti ce ne saranno ancora che mentiranno e cercheranno di ingannarci con promesse seduttrici!

   b) Sconvolgimenti politici, economici, sociali
       Un altro avvertimento che, secondo il racconto di Luca, Gesù fa ai suoi discepoli è di prestare attenzione al male che proviene dall'esterno, rappresentato da guerre, rivolte, scontri di un paese contro un altro scaturenti da ideologie politiche, da strategie di conquista ("regno contro regno").  Ciò non rappresenta ancora la fine, ma è solo una tappa intermedia.
La natura, inoltre, manifesta la sua violenza con terremoti e cataclismi, con carestie e pestilenze. Questo disordine coinvolge terra e cielo, l'intero creato.

 c) La persecuzione della chiesa
       Ma il peggio deve ancora venire e riguarda direttamente i discepoli e tutta la chiesa. Infatti, Gesù presenta loro ciò che accadrà quando cercheranno di predicare l'evangelo e di fare pubblica testimonianza della loro fede in Cristo. Saranno presi, malmenati, uccisi, trascinati nelle sinagoghe o nei tribunali davanti a re e governatori (ved. Atti 4-5, che è il compimento di questa parola). Saranno perfino odiati e traditi da familiari e amici.
Essi avranno "una parola e una sapienza", cioè sapranno rispondere a chiunque chiede ragione della loro fede, perché sostenuti dallo Spirito santo che li guiderà nel loro parlare e nel loro dire.
La storia della chiesa primitiva ci illumina nel comprendere che i tempi della fine in definitiva erano di un'attualità incredibile. Tutto ciò che apparentemente sembra relegato in un lontano futuro riempie il presente per dargli senso e speranza.

Insegnamento

Un primo insegnamento che cogliamo dalle parole di Gesù, quando afferma che del Tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, è che tutto ciò che ai nostri occhi sembra sicuro, indistruttibile, immutabile deve essere rivisto con l'ottica della precarietà. Non c'è nulla di definitivo e stabile sulla terra. Tutto è mutamento, cambiamento. La nostra vita passa. Civiltà intere sono passate. Una generazione dopo l'altra è passata. A che cosa ci aggrappiamo, dunque? Qual è il fondamento di ogni nostra speranza? Già in altra occasione, Gesù aveva detto: " Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo…perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Mt. 6:19-21). In Matteo leggiamo:"Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt. 24:35). Profondità del pensiero di Gesù, che ha le sue radici nella sapienza dei padri!
Il Salmista aveva detto che la vita dell'uomo è come l'erba, che "verdeggia la mattina, la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e inaridisce" (Salmo 90:5-6).
Un secondo insegnamento di Gesù ci mette in guardia dal potere di seduzione sempre presente nella vita dell'uomo.
Siamo sedotti dal desiderio di potere, di dominio, di supremazia, o molto più semplicemente di apparire, di essere qualcuno, addirittura di presentarsi come "il Cristo" o come altri che attraverso le guerre hanno inteso o intendono imporre un'ideologia o addirittura "esportare la democrazia".
Un terzo insegnamento è che occorre essere consapevoli che il cammino del credente è sempre contrassegnato da contraddizioni. Anche all'interno della chiesa si possono levare falsi profeti, abili seduttori di anime semplici, e l'amore viene meno.
In una situazione di degrado e di deriva, soltanto chi persevera nella fede può sopravvivere ed essere salvato.
Un quarto insegnamento è che come credenti dobbiamo avere la consapevolezza che la nostra vita deve essere vissuta con l'intento di lavorare per l'avanzamento del Regno di Dio qui e oggi. Lo sguardo e il cuore inclini a vedere nel futuro la realizzazione del disegno di Dio non deve farci dimenticare  che la nostra vocazione è di testimoniare ora l'amore di Dio in Cristo Gesù. Teologia dell'impegno e teologia dell'attesa devono convivere e mai prevalere l'una sull'altra. Scriveva il Past. Antonio Adamo: "La Chiesa del Signore è realtà di attesa e di annuncio, in cui le promesse sono vissute come vere e ogni giorno è breve come l'ultimo e lungo come il primo. La dimensione forte dell'essere della Chiesa sono la fede, la speranza e l'amore. Non si tratta di abbandonare il mondo né di sposarne i principi, ma di vivere con intensità il presente, attendendo con intensa passione le promesse. Nel tempo dell'Avvento ci fermiamo e ascoltiamo le promesse; facciamo silenzio e lasciamo parlare il Signore. Aspettiamo continuando con impegno il nostro viaggio, certi che il Signore saprà incontrarci come e quando egli vorrà.  Nell'attesa pronunciamo e facciamo qualcosa di buono, di pacifico, di risanatore. Cerchiamo di essere segno della nuova umanità in Cristo".
Conclusione
Anche se nella Scrittura il tempo della fine resta lo scenario di fondo di molti discorsi, occorre notare che il regno del futuro esplica la sua azione a cominciare dal presente. La vita dei discepoli, della chiesa, la nostra vita è fatta di comportamenti e di relazioni, per cui parlare del futuro significa parlare del presente. Infatti Gesù, parlando della tempo della fine, intendeva richiamare l'attenzione dei discepoli sulla loro realtà in vista della fine. Ed è per questo motivo che il messaggio dell'evangelo ci esorta alla vigilanza, alla testimonianza, alla speranza.
Questo mondo non dura in eterno. La vita umana e la storia dell'umanità finiranno. Ma Gesù ci consola dicendo che l'appuntamento finale non è con il nulla, come molti anche oggi sostengono, ma con Dio, con "l'alfa e l'omega, colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente" (Apoc. 1:8).    
L'uomo è dunque chiamato a fare una scelta: affidarsi alla realtà di Dio che gli sta dinanzi come offerta di vita o rifiutarla. A ognuno di noi è chiesta una conversione, un nuovo modo di pensare e di agire, perché prima della responsabilità collettiva esiste quella personale, che ci spinge all'impegno, all'azione, alla testimonianza, alla dedizione, al servizio.
La nostra fede è piccola come un granel di senape, per cui spesso preghiamo: "Soccorri la mia poca fede", ma è tale da poter spostare le montagne dell'indifferenza, del cinismo, dell'egoismo ecc., se vissuta non come possesso, ma come dono. Fede che ha la sua dimensione nella speranza. Speranza nel futuro di Dio che ci permette di interpretare il mondo e la sua storia e che ci dà la forza di predicare l'amore di Dio in Gesù Cristo.   
                                                                                                                                                                     Aldo Palladino


[1]"Gesù nel Giudaismo del suo tempo". Claudiana. Torino