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mercoledì 16 febbraio 2011

Matteo 5:38-48
Oltre l'etica del dovere, l'etica dell'amore

Note esegetiche e omiletiche
a cura del Past. Sergio Tattoli

 

Il testo biblico

38«Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da' a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? 47 E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? 48 Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.


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Commento introduttivo

Con questo testo siamo nell'ambito del sermone sul monte, nella sezione in cui – in forma antitetica – Gesù contrappone la legge mosaica (o la sua interpretazione) al  proprio insegnamento. Dopo aver trattato dell'omicidio, dell'adulterio, del divorzio, del giuramento, nella quinta e sesta antitesi – che     costituiscono il tema del nostro studio - tratta l'amore verso il prossimo declinato nella rinuncia alla vendetta e nell'amore esteso perfino al nemico. 

NOTE ESEGETICHE

 La rinuncia alla vendetta
"Occhio per occhio e dente per dente" è il dato dal quale Gesù parte. È la cosiddetta "legge del taglione", comune ad altri codici giuridici, come quello di Hammurabi. In caso di danno procurato a terzi "darai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione" (Es. 21:23-2); il Deuteronomio riporta la medesima legge invitando ad applicarla senza misericordia: "Il tuo occhio non avrà pietà: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede" (19:21). La legge del taglione costituiva un significativo limite alla vendetta privata che essendo esercitata sotto l'impeto delle pulsioni emotive anziché nell'obiettività del diritto rischiava di   tradursi in un'offesa più grave del torto subito; la vendetta per sua natura tendeva a essere sproporzionata. Il principio che la legge del taglione sottintende è l'equivalenza della pena alla colpa. Anche nel diritto greco e romano vigeva la   corrispondenza tra il delitto e la pena. Tuttavia anche una giusta applicazione del diritto può costituire in sé un'ingiustizia e ampliare in modo insensato il fronte  della sofferenza.
Secondo il principio giuridico romano summum jus summa iniuria, la legge applicata in modo cieco può generare ulteriore ingiustizia. Quantunque fosse invalso l'uso di accettare un risarcimento in denaro piuttosto che infliggere una mutilazione al colpevole, come si legge nel Levitico (24:17-21), l'applicazione della legge del taglione era ancora in  vigore e destava ancora problemi al tempo di Gesù, dato che interviene per porvi un argine: "non contrastate il malvagio". Il termine greco πονηρω può essere sia neutro (la malvagità) sia maschile (il malvagio). Si presentano così due interpretazioni entrambe possibili. La prima interpretazione è di non opporsi al male subìto, non reagire alla malvagità che  viene perpetrata nei nostri confronti; al contrario, opponendosi, reagendo, vendicandosi, si produrrebe solo altro male. Questo concetto è ripreso da Paolo nella Lettera ai Romani:
"Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il  posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la            retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame dagli da  mangiare; se ha sete dagli da bere; poiché facendo così tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene" (12:17-21). 

L'altra interpretazione è di non resistere al malvagio, all'essere umano che agisce in modo perfido verso di noi. L'antitesi che Gesù pone è radicale. Non solo esclude l'esercizio della vendetta privata, non solo chiede di rinunciare alla legge del taglione pur essendo una via legale (la pena era comminata dal Sinedrio), ma chiede di rinunciare al ricorso a qualsiasi ritorsione, rinunciare a esercitare qualsiasi diritto. L'intento – secondo le parole di Giovanni Miegge – è "dare una dimostrazione integrale dello spirito fraterno dell'evangelo" (Il Semone sul Monte, p.138).
Seguono delle esemplificazioni.

Porgere l'altra guancia. Alcuni commentari mettono in evidenza che se lo schiaffo arriva sulla guancia destra o è dato con la sinistra o è un manrovescio che per i costumi del tempo era considerato particolarmente umiliante e offensivo. In tal  caso "porgere l'altra guancia" sarebbe indice di un animo particolarmente virtuoso, incline al perdono; denoterebbe una persona eccezionalmente disposta a lasciarsi umiliare. Non credo che il detto di Gesù avesse questo specifico retropensiero. Ricevere schiaffi è comunque umiliante. Possiamo intendere la frase come invito a non restituire il male ricevuto. Gesù visse quest'esperienza quando si lasciò schiaffeggiare senza reagire, realizzando la profezia descritta in Isaia, nel terzo canto del servo del Signore. "Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi" (50:6).

Cedere la tunica oltre al mantello. Nella versione di Luca (6:29) la successione   nella sottrazione degli abiti, prima il mantello poi la tunica, suggerisce una rapina. Al ladro che ti strappa il mantello non impedire di prendere anche la tunica. Il contesto di Matteo sembra essere quello di una controversia giudiziaria, un processo per debiti. Il testo sottintende che si stia perpetrando un sopruso. Il creditore pretende di essere ripagato con la tunica, l'abito che funge anche da coperta per ripararsi dal freddo della notte. Qualora il debitore si fosse già privato del mantello, se gli venisse sottratta anche la tunica rimarrebbe nudo. Si racconta che Diogene abbia ceduto anche la tunica a chi pretendeva il suo mantello; ma il gesto del filosofo era inteso come dimostrazione che la sopravvivenza del saggio non è legata ai beni materiali.
Il commento di Gesù di rinunciare non solo al mantello ma anche alla tunica è dettato dall'idea che è meglio restare nudi piuttosto che ingaggiare una battaglia legale o litigare con il prossimo, innescando una spirale di rancori e di ritorsioni. 

Percorrere il secondo miglio.
Gesù prosegue nelle esemplificazioni del principio di  non contrastare al malvagio, con il caso in cui si venga costretti a percorrere un miglio. Letteralmente "angariare"". La parola deriva dal persiano. In greco è αγγαρειω. In origine era il servizio reso ai corrieri postali fornendo la muta di cavalli necessaria. Poi il significato si estese al diritto da parte dell'autorità di requisire un cittadino per costringerlo a rendere un servizio. L'autorità poteva costringere una persona a fare da guida o da portatore per un miglio. Un esempio neotestamentario è l'episodio in cui Simone il Cireneo è costretto a portare la croce di Gesù (Mc.15:12). Al di là  della requisizione fatta d'autorità (alla quale difficilmente ci si sarebbe  potuto sottrarre), nel detto di Gesù si può intravedere la pretesa di un semplice privato; si può ipotizzare una richiesta che è puro arbitrio. In tal caso, pur avendo il diritto e la possibilità di opporsi (e qui entra in gioco la fedeltà allo spirito evangelico) per un cristiano è opportuno evitare la contrapposizione e mostrarsi volenteroso, magnanime, percorrendo non solo il miglio richiesto ma addirittura due, ossia superare la distanza imposta dalla forza e colmare quella che esprime indulgenza verso l'altro, sopportazione dell'arroganza del prossimo. Per la credibilità evangelica è significativo rispondere a un sopruso con un beneficio.

Essere generosi verso chi è nel bisogno.
Il passo prosegue con ulteriori appelli ad acconsentire a richieste da parte del prossimo. I rabbini distinguevano tra oggetti che si "chiedono" per usarli o il denaro che si prende in "prestito" e altri casi in cui non era prevista la restituzione. Gesù va oltre qualsiasi distinzione, supera qualsiasi cavillo, e invita a un atteggiamento concreto, costruttivo. Farsi  prossimo degli altri, farsi carico dei loro bisogni diventa un imperativo ancora più urgente quando costoro sono particolarmente bisognosi.
Gesù invita i suoi seguaci ad accettare un secondo schiaffo, a rinunciare al mantello oltre alla tunica, a percorrere il doppio del tragitto richiesto, a essere generosi verso chi chiede, per mostrare a chi si comporta in modo scorretto, arrogante, ostile l'insensatezza del suo agire e per mostrare che il cristiano non adotta gli stessi metodi. A Gesù sta a cuore la qualità del rapporto umano che inevitabilmente scade quando s'instaura un clima di rivalsa.


L'amore esteso ai nemici

L'ultima antitesi è quella dell'amore per i nemici.
Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico".
Amare il prossimo è prescitto in Levitico: "Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso" (19:18). In pratica stabilire il confine di chi fosse il prossimo era materia alquanto contesa nelle varie scuole rabbiniche. Si ponevano paletti per limitare il campo e restringere il "dovere di amare".
L'odio per il nemico non era specificamente dichiarato ma era cosa alquanto ovvia. Saul risparmiato da Davide apprezza la sua magnanimità e ammette: "Se uno incontra il suo nemico, lascia forse che se ne vada in pace?" (1 Sa. 24.20).
In effetti sia nell'Antico Testamento sia nell'insegnamento rabbinico manca alcun precetto che prescriva  l'odio per il nemico in genere. Si parla di odio, addirittura "perfetto" ma solo riferito ai nemici di Dio. Ecco le parole del Salmista: 
"Signore, non odio forse quelli che ti odiano?
E non detesto quelli che insorgono contro di te?
Io li odio di un odio perfetto;
li considero miei nemici" (Sal. 139:21-22).
Anche i membri della setta del Mar Morto parlavano, ai tempi di Gesù, di odio   contro i malvagi, i figli delle tenebre, i nemici di Dio. Avevano elaborato il comandamento di "amare tutto ciò che egli aveva eletto, e odiare tutto ciò che aveva respinto". Sia nel Salmista sia in Qumran non si tratta di odio nel senso di sentimento ostile verso un avversario ma di odio dettato dal timore di Dio, per cui il fedele si sente offeso da chi profana la santità di Dio e trasgredisce la sua legge. È un sentimento sublimato dall'amore di Dio!
Gesù estende il principio dell'amore anche ai nemici. E con questo le antitesi raggiungono il punto culminante.
L'amore di cui qui si parla non è sentimento. Può essere un programma volto a rendere positivo quello che nel male c'è di negativo. Si può passare dalla rabbia all'indifferenza, poi a comprendere le ragioni del nemico in modo da non "demonizzarlo; vedere nella sua inimicizia un segno della sua debolezza, della sua umanità.  Non è necessario nutrire sentimenti affettuosi ma è necessario elaborare il dolore che il nostro nemico ci provoca e restituirgli l'umanità che il suo comportamento ostile ci indurrebbe a rinnegare. L'invito a pregare addirittura per i nemici costituisce un novum. "Questo va oltre l'Antico Testamento, dove non si trovano preghiere in favore di uomini che non siano legati a chi prega da vincoli   naturali o da una storia comune, e tanto meno a favore di nemici. E indica che questo amore può realizzarsi soltanto là dove ci si ponga realmente davanti a Dio e ci si faccia aiutare da lui per tradurlo in pratica" (Schweizer, Il discorso della   montagna, pp.58-59). 
Gesù era ovviamente consapevole dell'alto grado di difficoltà insito nel principio "amate i vostri nemici" per cui approfondisce con altre argomentazioni:
" Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?". I discepoli devono essere pronti ad accogliere lo "straordinario" che Gesù richiede. L'amore che lega i peccatori non ha nulla di nobile e di esemplare. È un amore fondato sull'attrazione naturale e sulla reciprocità affettiva. Accogliere coloro che hanno i nostri stessi interessi è un atteggiamento comune. Ma Gesù indica una morale che va oltre l'ordinario. 
Nella pratica dell'amore si dimostra di essere "figli di Dio".
Il detto del sole e della pioggia indica che il buon Dio accetta l'esistenza di ogni   essere umano e la copre con il suo amore. Pertanto il sentimento distruttivo dell'odio non dovrebbe albergare nell'animo e nella vita dei cristiani. L'essere "perfetti" di cui qui si parla non allude ad una perfezione morale ma al fedele che vive in totale dedizione a Dio. Un sinonimo è "integrità". Tale integrità costituisce la "santità", la consacrazione senza riserve al Signore. La legge si riassume nel "Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo" (Le. 19:2). Gesù conclude le antitesi, la sua nuova legge, con un'affermazione che fa da pendant: "Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste".

Vivere la dirompente parola evangelica è indice della ricerca della perfezione che è propria di Dio. È un invito a partecipare al progetto di Dio imitandone il        comportamento. "In considerazione del contesto proprio del Vangelo di Matteo, sembra verosimile che «perfetto» sia inteso con specifico riferimento all'amore. L'interpretazione di Matteo pare dunque: «Dovete essere onnicomprensivi nel vostro amore, imitando Dio, il cui amore abbraccia tutti»." (Hare, Matteo, p.56).

SPUNTI OMILETICI

            La stuttura del sermone è suggerita dai due argomenti del testo, la rinuncia alla vendetta e l'amore esteso al nemico il cui comune denominatore è l'appello ad andare oltre l'etica del dovere, oltre il dettato della "legge" e accogliere l'etica del dono, dell'altruismo, dell'amore.
All'apparenza si predica un atteggiamento imbelle, passivo. È proprio questo il senso? È evidente che il testo non sia da prendere in senso letterale, ma è opportuno non annacquare troppo il messagio altrimenti si rischia di fare violenza al pensiero di Gesù. Pur respingendo una pura interpretazione letterale è ineludibile l'appello evangelico ad un atteggiamento non violento, mite, in grado di mostrare tolleranza anche di fronte alla prepotenza.
Quest'appello evangelico (come tanti altri) resta ampiamente inascoltato perché stride con il naturale egocentrismo umano che non tollera essere sopraffatto. Risulta difficile mettere in pratica questa parola evangelica anche   perché alla prepotenza e all'odio si tende a dare risposta immediata, istintiva. L'evangelo invece richiede anche un certo esercizio, è uno stile di vita che va coltivato e che matura con il tempo. La lezione che si ricava da questo testo è il bisogno di lavorare su noi stessi affinché - con l'aiuto di Dio - impariamo a controllare le nostre emozioni e adottare uno stile di vita altruista.
         Gesù ci confronta con la radicalità della giustizia di Dio! Punto dopo punto, argomento dopo argomento, ci mette davanti a dei valori talmente sublimi, a dei principi talmente puri, a delle esigenze talmente alte, da lasciarci stupiti! È il suo modo per scuoterci dal torpore e farci comprendere la nostra inadeguatezza davanti a Dio! Così smaschera i nostri tentativi umani di trincerarci dietro le apparenze; ci conduce a rinunciare alla nostra falsa giustizia;  ci induce a guardare al di là di noi stessi e vivere la fede oltre l'etica del dovere, secondo l'etica dell'amore.

                                                                        Sergio Tattoli

 

Bibliografia.

J. Schniewind, Il Vangelo secondo Matteo, Paideia, 1977
B. Corsani, I Vangeli Sinottici,  Claudiana, 1965
G. Miegge, Il sermone sul monte, Claudiana, 1970
E. Borghi, Il discorso della montagna –Matteo 5-7, Claudiana, 2007
E. Schweizer, Il discorso della montagna, Claudiana, 1991
D. Hare, Matteo, Claudiana, 2006.

8 commenti:

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