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04 novembre 2014



Expo 2015: verso una nuova umanità?

di Aldo Palladino






L'Esposizione Universale 2015 di Milano proporrà al mondo intero il tema "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita" attraverso convegni, conferenze, mostre ed eventi il cui intento è di far crescere il livello di attenzione sull'emergenza alimentare, sui bisogni primari della popolazione mondiale e sul diritto di tutti e di ciascuno ad una alimentazione  sana, sicura e sufficiente.
Ebola permettendo, avremo la partecipazione di 21 milioni di visitatori, 144 Paesi, 3 organizzazioni internazionali, 13 organizzazioni della società civile. Una mobilitazione non indifferente di persone e risorse finanziarie che per l'Italia rappresenta una sfida a mostrare efficienza e vitalità e per tutti gli Stati partecipanti l'occasione per mettere in mostra, in questa grande vetrina, i propri progetti e i propri interventi di sostegno in campo alimentare e ambientale.
Ma per quanti sforzi siano stati finora prodotti in varie zone del mondo, c'è ancora molta strada da fare per sconfiggere la fame e la sottoalimentazione e per dare ad ogni essere umano un livello minimo di sussistenza. Expo 2015 avrà senso se saprà essere una opportunità per riflettere su questi temi, ma soprattutto se saprà essere strumento di rilancio di una coscienza collettiva che abbandoni enunciati, proclami, buone intenzioni, per diventare azione, programmi attuativi, pratica solidarietà, aiuti concreti. Certo, Expo 2015 non è un'organizzazione umanitaria e non deve né può sostituirsi ai tanti organismi che operano a livello internazionale col compito precipuo di aiutare chi muore per fame, per malnutrizione e per malattie, ma dovrà essere sede di profonda riflessione sulla necessità di nutrire tutta la popolazione mondiale, a cominciare dai più bisognosi.    
Gli scenari globali davanti ai nostri occhi (mortalità infantile, fame, siccità, carestie e pandemie) ci impongono scelte coraggiose e radicali, non rinviabili perché ci coinvolgono direttamente o indirettamente. Il nostro pianeta è un villaggio in cui i problemi di un singolo riguardano tutta la comunità. Per questo Expo 2015 può e deve segnare una linea di demarcazione tra il vecchio e il nuovo rappresentando la svolta di un modo nuovo di affrontare le crisi in atto.
L'approccio nuovo è o dovrebbe essere quello di fondare una nuova umanità, più sana e più matura, che sappia eliminare ingiustizie e disparità e riconosca il diritto di tutti ad accedere ai beni fondamentali e essenziali alla vita.
"Nutrire il pianeta" è oggi il tema dei temi che significa lotta alla povertà. Sapremo tutti capaci di raggiungere l'obiettivo "nessun povero tra noi!" o dovremo rassegnarci che ci saranno sempre dei poveri?
Gesù ai suoi discepoli disse: "Che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua?" (Vangelo di Marco 8,36).
La nuova umanità deve nascere sul fondamento di una nuova visione della vita, nell'ottica dell'amore per l'essere umano, per l'altro, per un nostro simile, un fondamento non più incentrato sul profitto e sull'egoismo personale, ma sulla realizzazione del bene collettivo.
È un piano ambizioso, ma credo che il Signore possa convertire il cuore dell'uomo e renderlo adatto ad ogni opera buona.

                                                                                             

03 novembre 2014


EFESINI 2: 1-10


"Restituiti alla vita"

Predicazione del Pastore Paolo Ribet





Il testo biblico
1 Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, 2 ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. 3 Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri. 4 Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, 5 anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), 6 e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, 7 per mostrare nei tempi futuri l'immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.
8 Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. 9 Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo. (Versione Riveduta)



                        ***

1.- Anche se abbiamo celebrato in questa chiesa domenica scorsa la Domenica della Riforma con un bel culto che ha visto raccolte in questo tempio le rappresentanze di tutte le chiese evangeliche "storiche" di Torino – e anche diversi cattolici - mi sembra utile riprendere la riflessione.
Se devo, infatti, definire quale sia stato il centro della predicazione della Riforma non ho difficoltà ad affermare che questo sia stato l'Evangelo della grazia di Dio, così come è riassunto nei versetti che abbiamo letto della Lettera agli Efesini: «2:8 Ricordate, è per grazia di Dio che siete stati salvati, per mezzo della fede. La salvezza non viene da voi ma è dono di Dio; 9 non è il risultato dei vostri sforzi. Dunque nessuno può vantarsene, 10 perché è Dio che ci ha fatti. Egli ci ha creati e uniti a Gesù Cristo, per farci compiere nella vita quelle opere buone che egli ha preparato fin dal principio» (TILC).
Va notato che queste affermazioni che nel XVI secolo apparvero come rivoluzionarie e scatenarono la polemica producendo la divisione della Chiesa, oggi paiono essere tranquillamente accolte da tutte le chiese cristiane, in quanto tutte affermano di essere radicate su questo principio, anche se io temo che in realtà siano spesso fraintese o rifiutate nei fatti e nella loro radicalità.

2.- Ma, per comprendere a fondo la situazione nella quale ci troviamo, è necessario riprendere un momento i dati della storia. Ho parlato di una rivoluzione, ma quando Lutero, il 31 ottobre 1517, affisse le sue famose 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg non aveva la sensazione di compiere un atto sconvolgente, né tanto meno di fondare una nuova chiesa. Egli voleva prendere posizione contro un aspetto vergognoso della vita della chiesa del suo tempo: la venerazione delle reliquie e il traffico delle indulgenze. In seguito, i suoi avversari dissero che si trattava solo di una bega fra monaci e che il principe di Sassonia, Federico il Saggio, avrebbe favorito la Riforma per impadronirsi dei beni ecclesiastici – che erano notevoli. Ebbene, sono false sia la prima accusa che la seconda. 
Forse non tutti sanno che Federico il Saggio era un collezionista di reliquie: ne aveva 17.443 che permettevano di "lucrare", come si diceva, uno sconto di 127.799 anni e 116 giorni sulla permanenza delle anime in purgatorio. Tra le reliquie vi era della paglia del presepe, il latte di Maria e vi erano anche dei bambini vittime della strage degli innocenti. Il pellegrinaggio dei fedeli presso le reliquie il giorno di Ognissanti era per la città di Wittenberg una fonte di guadagno non indifferente. Quindi, il Principe non "ci guadagnava", ma "ci perdeva" a sostenere Lutero nella sua predicazione.
Per comprendere meglio, possiamo fare un parallelo con la Torino di oggi, dove gli ambienti dell'amministrazione comunale sono visibilmente contrariati per ogni intervento che si opponga all'ostensione della Sindone, anche se si sa che questo è un falso medievale – perché ad ogni ostensione vengono milioni di visitatori!

3.- Ma soprattutto non si può affermare che l'evangelo della grazia fosse una bega fra monaci. Lutero, nei suoi 40 anni predicazione e di insegnamento, ha sempre posto come fulcro del suo pensiero e della sua fede la centralità di Cristo e la gratuità della salvezza donata da Dio. Queste affermazioni che, dette così, sembrano pura astrazione erano invece dinamite posta alle fondamenta del mondo medievale, in quanto rendono vane non solo le dottrine sul purgatorio e sulle indulgenze, ma anche quelle sulla chiesa come amministratrice della salvezza e veicolo della grazia che ancora oggi sono (soprattutto l'ultima) la base del pensiero ecclesiologico cattolico romano. Altro che bega fra monaci: anche se Lutero non ne aveva ancora la chiara percezione, era il mondo intero che veniva rovesciato!
  
4.- Se per il tempo dei Riformatori, affermare la centralità della grazia di Dio voleva dire compiere una rivoluzione, che cosa significa per noi oggi affermare che siamo salvati "per grazia" da Dio (tanto più che, come abbiamo ricordato, tutte le Chiese sembrano allinearsi su questa posizione – ricordo la dichiarazione comune delle chiese luterana e cattolica sulla giustificazione per fede firmata nel 1999)? Significa soltanto riprendere polemiche vecchie, che non parlano più a nessuno? Io non lo credo – anzi, credo che riprendere questo tema ci aiuti non poco a rendere la nostra testimonianza oggi.
a) Noi possiamo dire che Dio ci guarda attraverso Gesù Cristo e, per amore, "ci pone in una giusta relazione con sé" (come traduce la TILC) – e lo fa senza pretendere nulla da noi. Lo fa "a prescindere", come direbbe Totò. Paolo, scrivendo ai Galati, lo sostiene in modo chiaro: se siamo salvati per la nostra obbedienza alla legge, Cristo è morto per niente. Lutero, con una delle sue definizioni fulminanti, disse che se poniamo la fiducia sulle nostre opere di pietà, significa che "non ci fidiamo di Dio".
b) Ciò significa che tutto ciò che era necessario per la nostra salvezza, per il nostro corretto rapporto con Dio, è già stato compiuto in Cristo e pertanto non esistono strutture umane (ideologie o chiese) che gestiscono o garantiscono la salvezza e che impongono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il credente dunque è libero e responsabile.

5.- "Troppo facile"? Questa è l'obiezione che è sempre stata fatta, che cioè una simile dottrina apre la porta al relativismo morale e, di fatto, all'immoralità. Lutero risponde a coloro che vogliono a tutti i costi una legge (e che "non si fidano di Dio") che il credente è "semper peccator, semper penitens, semper iustus". Semper penitens non significa che il credente si debba fustigare in continuazione, ma che non deve fidarsi di se stesso, bensì porsi sempre in questione per cercare di vivere coerentemente, senza preoccuparsi della sua salvezza, perché questa gli è già donata.
Quella tracciata da Paolo e riproposta da Lutero non è la via "troppo facile", ma al contrario è molto impegnativa e richiede nei credenti uno sforzo di maturità non indifferente. Sempre Lutero scrive: "Proficere est nihil aliud, nisi semper incipere", progredire non è altro che cominciare sempre di nuovo. Ciò significa rimettersi continuamente in gioco e cercare, in una sempre rinnovata fedeltà alla Parola, la via da seguire nell'oggi in cui siamo chiamati a testimoniare.
L'epistola agli Efesini dice che noi siamo "vivificati" (cioè "restituiti alla vita") e "risuscitati con Cristo" . Ciò non vuol dire che viviamo sulle nuvole, ma che già ora possiamo guardare al di là dell'orizzonte della nostra storia e vivere della promessa di Dio. E nel fare questo noi vogliamo "fidarci di Dio" (per usare l'espressione di Lutero), mettendo in questione le nostre vite e le nostre convinzioni. Questa è l'etica del protestante: la risposta alla grazia di Dio, un inno all'amore ricevuto e una revisione continua e severa del proprio essere.
Termino con un esempio che mi pare estremamente chiarificatore: il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, per la sua fedeltà a Dio, partecipando al complotto per uccidere Hitler andò decisamente contro tutta la tradizione luterana di fedeltà allo Stato, inteso come "espressione della volontà di Dio per il governo del mondo", secondo la definizione di Paolo in Romani 13. Con quell'atto, io dico, ha saputo mettere in gioco non solo la sua vita, ma anche la sua salvezza eterna in quanto si poneva contro la predicazione secolare della sua chiesa e contro il dettato di Romani 13. 
"Fare ciò che è giusto" fidandosi di Dio, può anche voler dire andare contro i propri principi
 e una tradizione secolare. Anche in questo caso, "progredire significa cominciare sempre di nuovo", affidandosi alla grazia di Dio che è più grande del nostro giudizio, per la costruzione di un mondo migliore e per amore dell'umanità.


                                                                                         Paolo Ribet


Domenica 2 novembre 2014
Tempio Valdese - C.so Vittorio Emanuele II, 23 Torino 

16 ottobre 2014


Matteo 22, 15-22

Il tributo a Cesare

Riflessione di Aldo Palladino




Il testo biblico
15 Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole.
16 E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone. 17 Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. 20 Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» 21 Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». 22 Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

***
Contesto
Secondo Matteo e Marco, gli oppositori di Gesù segnalati in questo episodio sono  Farisei ed Erodiani. Secondo Luca sono spie inviate dagli Scribi e dai capi dei sacerdoti, tutti gruppi che mal sopportavano l'occupazione romana, ma che la ritenevano un male necessario fin tanto che Roma non interferisse nella loro pratica religiosa. Solo gli Erodiani svolgevano attività non religiosa, ma meramente politica, visto che miravano a stabilire un governo di successori di Erode il Grande.
Tuttavia, pur nella loro diversità, questi gruppi qui sono accomunati dalla medesima intenzione di eliminare Gesù con provocazioni tendenziose per farlo cadere in contraddizione.

Domanda-trabocchetto degli oppositori di Gesù
Ecco, dunque, dopo parole di finta adulazione, l'astuta domanda: "È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?", che potrebbe essere anche così espressa:  "Secondo la Torah è giusto pagare il tributo a Cesare?". Ora tutti sapevano che ogni cittadino doveva pagare il tributo all'imperatore romano. Si trattava del tributum capitis o capitazione, che a differenza dell'imposta fondiaria e di altre tasse, dazi e gabelle, era dovuto da tutti quale atto di assoggettamento di ogni persona del popolo d'Israele al dominatore romano. Quindi la domanda è palesemente capziosa, oltretutto posta con una terminologia che in ebraico ha valore prescrittivo. Inoltre, il tempo e il luogo in cui questi fatti avvenivano, cioè l'approssimarsi della Pasqua – segno di liberazione e libertà per il popolo d'Israele – e nell'atrio del tempio di Gerusalemme, luogo dove in passato sono nate rivolte popolari (come quella di Giuda Galileo), intese a proclamare la sottomissione a Dio e non al potere romano, potevano indurre a configurare come sediziosa quella riunione.
Dunque, la domanda che viene rivolta a Gesù sembra non avere alcuna scappatoia. Se Gesù avesse risposto che bisognava pagare il tributo a Cesare sarebbe stato dichiarato come vile collaborazionista dei Romani e quindi traditore del suo popolo; se avesse risposto che non bisognava pagarlo, sarebbe stato dichiarato ribelle e sobillatore del popolo contro la legge romana.

La risposta di Gesù
Gesù, conoscendo "la loro malizia", con una prontezza di spirito chiede di fargli vedere "una moneta del tribuno", un denaro d'argento. Ciò presuppone che Gesù non abbia mai visto una moneta romana, che reca su una faccia la testa dell'imperatore Tiberio Cesare, con la corona d'alloro sul capo, segno della sua divinità, e sull'altra l'iscrizione "Tiberius Caesar Divi Augusti filius Augustus" (Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto), dichiarato "Pontefice Massimo", cioè sommo sacerdote di un potere pagano. È ipotizzabile che, come vero e pio ebreo, Gesù non abbia voluto infrangere il secondo comandamento: "Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra" (Esodo 20, 4) ed anche la tradizione rabbinica, che vietava di farsi sculture e immagini di ogni tipo, né di possederle e persino di guardarle sulle monete.
Parola chiave è "immagine", in Esodo come anche in Genesi 1,27, nel racconto della creazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina".
Chi è immagine di Dio non deve farsi false immagini di altre divinità né deve essere sottomesso ad altre immagini di Dio. Dunque, l'uomo appartiene al suo creatore, a Dio, e solo a Lui deve essere sottomesso. A Dio solo va reso il culto e l'adorazione!

"Di chi è quell'immagine e quell'iscrizione?" chiede Gesù. "Di Cesare" rispondono i presenti.
L'immagine dell'imperatore spetta all'imperatore che l'ha fatta coniare, che si è divinizzato con la sua immagine e ha bestemmiato Dio con la scritta su una moneta, ma l'essere umano, che è immagine di Dio, appartiene a Dio. È per questo motivo che Gesù afferma: " Restituite  a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio"[Restituite è l'esatta traduzione; non è corretto tradurre con "Date"].  
In questo modo Gesù costringe coloro che lo interrogano a darsi da soli una risposta se pagare o meno il tributo a Cesare, ma quello che più gli interessa è insegnare che prima di tutto ciò che conta nella vita è la fedeltà, l'ubbidienza e la sottomissione a Dio. Perché Tiberio, come qualsiasi re della terra, regna con l'autorizzazione di Dio e finché Dio lo vuole.
È evidente che il testo in esame non deve essere inteso come pretesto per non pagare le tasse o per opporsi allo Stato. Non dobbiamo fraintendere l'insegnamento di Gesù, perché non vuole escludere la nostra responsabilità civile, ma vuole solo affermare che la nostra obbedienza prioritaria a Dio include e trascende qualunque altro dovere.

                                                                        Aldo Palladino




06 ottobre 2014

Esodo 17,1-7
 "Il deserto dove stilla l'acqua e germoglia la legge"
Predicazione di Gabriele Passantino
Domenica, 28 settembre 2014 
Tempio Valdese di C.so Principe Oddone, 7 - Torino



Il testo biblico
1 Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del SIGNORE. Si accampò a Refidim, ma non c'era acqua da bere per il popolo. 2 Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell'acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il SIGNORE?» 3 Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» 4 Mosè gridò al SIGNORE, dicendo: «Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po', e mi lapideranno». 5 Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d'Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va'. 6 Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell'acqua e il popolo berrà». Mosè fece così in presenza degli anziani d'Israele, 7 e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d'Israele, e perché avevano tentato il SIGNORE, dicendo: «Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?»


Care sorelle e cari fratelli,                                                                                                     
se leggendo le parole del testo che ci viene proposto oggi, per caso, dovessero venirci in mente le sequenze di alcuni kolossal o di alcuni film per la tv girati, più o meno periodicamente, con l'intenzione di raccontare per immagini la storia di Israele e delle sue peregrinazioni, beh, credo che troveremmo una certa difficoltà a prendere sul serio lo scenario che ci viene descritto nel racconto di Esodo 17. Quella sottile patina cinematografica che avvolge inevitabilmente queste rappresentazioni rischia di allontanarci dall'autenticità di questo racconto, e forse agevola il nostro desiderio inconscio di ridurre le peregrinazioni nel deserto a una metafora senza tempo che scivola facilmente nella favola, magari per una certa angoscia che sottilmente comincia a prendere corpo dentro noi stessi al pensiero del deserto. Riusciamo davvero, care sorelle e cari fratelli, a immaginarci bene il deserto, la sabbia, le pietre? E non il deserto di una gita o di un viaggio organizzato, bensì il deserto come una condizione di vita a tempo non precisamente definito, uno stato esistenziale dominato dagli stenti che, per forza di cose, diventa uno stato mentale di obnubilamento? Il deserto dove ogni azione e ogni stato d'animo sono condizionati dai patimenti, dall'inospitalità dell'ambiente, dall'ostilità atmosferica?
Ecco, care sorelle e cari fratelli, la Parola di Dio di questa domenica ci conduce per mano lungo un itinerario che non appare, a prima vista, precisamente salubre. Si parla di deserto, di marce, di acqua, sì, ma di un'acqua che manca, di una sete opprimente, e di una ricerca disperata che trova la sua meta, imprevedibilmente, in una sorgente rocciosa. E a noi spetta seguirlo, questo itinerario.

1) Il Deserto tra schiavitù e libertà
Un deserto così lungo da attraversare Israele non se lo sarebbe certo aspettato quando gioiva della liberazione dall'Egitto. Dio ha creato dal nulla un popolo, esprimendo al massimo grado la propria potenza creativa, ma poi ha condotto il popolo appena nato, un bambino che pian piano entra nell'adolescenza, a vagare nel deserto per decenni. A dovere sopportare l'angoscia di una vita di stenti, dove la precarietà è la regola, la sicurezza un lusso in cui non si può sperare. Israele si trova sospeso in una condizione che gli appare invivibile. Si trova a vivere in un luogo non-luogo, a sostare in un tempo che appare senza-tempo, disorientato da una promessa di liberazione che ha avuto il suo inizio in Egitto ma non ha ancora trovato il suo compimento, dalla prima – la promessa – che appare sterile e dal secondo – il compimento – che sembra soltanto un miraggio. La promessa è stata annunciata, la speranza proclamata, ma chi può vivere di sole parole, comincia a chiedersi il popolo? Chi può vivere nel deserto senza cibo, senza acqua? La fede comincia a indebolirsi, a erodersi nel caos che caratterizza la vita quotidiana nel deserto. Gli stenti del corpo corrispondono all'indebolimento e al disordine che serpeggiano sempre più tra il popolo. Il deserto aggredisce i corpi, minaccia l'ordine sociale, fa tremare la coscienza, l'anima stessa di un popolo.Israele comincia a comprendere quale sia il prezzo della libertà e della chiamata a responsabilità e, da popolo bambino qual è - al massimo adolescente - è impaurito dalle vere sembianze della libertà e dai costi che ne conseguono, e comincia a regredire, chiedendosi cosa mai lo abbia spinto ad accettare di abbandonare l'Egitto dove, seppur da schiavi, si viveva con la pancia piena, per finire sperduto nel deserto. A cosa serve essere diventati popolo, si chiede Israele, se la nostra guida ci conduce nel bel mezzo del nulla?
Ecco cosa è il vero deserto, cari fratelli e care sorelle!
Forse la nostra dimensione corporale non è direttamente minacciata da stenti e privazioni paragonabili a quanto patito dal popolo di Israele. Forse. Perché nel nostro mondo evoluto troppe persone difettano del necessario per sopravvivere, e risulta davvero difficile ed iniquo imputare fino in fondo lo scoraggiamento e la mancanza di fede a chi non riesce a nutrirsi, a vestirsi, a ripararsi dalle intemperie e dalle malattie. Ma anche volendo limitare il nostro orizzonte alla nostra realtà torinese, alla nostra chiesa, che in linea di massima non è minacciata da fame e sete, che non si trova a sopportare gli stenti che si vivono nel deserto, anche in questo caso, non possiamo certo restare tranquilli. Dalla Parola di Dio siamo interpellati e posti di fronte alla fatica e allo scoraggiamento che proviamo nel nostro cammino, in questo lungo attraversamento che le nostre fedi non ancora mature devono compiere, partendo dalla prospettiva aperta dalla promessa del nostro Signore fino al suo compimento finale. Dobbiamo essere consapevoli di essere in cammino e che le nostre fragilità ci fanno e ci faranno ancora vacillare, ci faranno dubitare. Lo sconforto rende sovente la nostra fede discontinua e la nostra giovane vita di fede bisognosa delle cure e del sostegno del solo Padre che può condurci alla salvezza.

2) L'acqua che manca, la fede che vacilla
In questo racconto di peregrinazione nel deserto, Israele ha sete, ha bisogno di bere acqua. L'acqua non è certo un bene voluttuario, una specie di capriccio con cui il popolo ha cominciato a crogiolarsi. L'acqua è il bene primario, è l'elemento che tiene insieme il nostro corpo, che ci permette di esercitare le funzioni vitali; è l'elemento che rende vivibile un luogo, che lega insieme tutte le forme di vita che abitano il creato. Attraversare questo deserto, dunque, questo luogo senza acqua, significa confrontarsi con una realtà che non corrisponde in pieno alla creazione come voluta dal buon Dio. Ecco, dunque, che le lamentele che il popolo solleva all'indirizzo di Mosè, le mormorazioni che cominciano a circondarne e ad accerchiarne la leadership smettono di sembrarci un luogo comune che vorremmo affibbiare a Israele come una troppo facile etichetta. Certo, Israele viene definito "popolo di dura cervice" più avanti, in Esodo 33, almeno secondo la versione della CEI, ma quanto iniquo sarebbe colpevolizzare un popolo che muore di sete attraversando il deserto? 
E di fronte a queste lamentele, Mosè ci appare come una cerniera su cui convergono le tensioni, le emozioni e i bisogni di un intero popolo. Egli tenta di placare la forza d'urto degli assetati con un sottile argomento, ovvero equiparando la protesta levata contro la sua persona a una sorta di sfida, di messa alla prova di Dio. Come se la fede del popolo necessitasse di un'ipoteca su un determinato comportamento, su una precisa opera che ci si aspetta dal Signore. Come se la fede avesse necessità di trasformarsi in visione! In realtà, è Dio a mettere Israele alla prova. E il giovane popolo è fragile e, nel momento di maggiore debolezza, fallisce, vede cedere la propria fede, e, pur di soddisfare un proprio bisogno primario, crede di potere sfidare il proprio Signore.
In ogni caso, il popolo non sembra afferrare la sottigliezza del ragionamento di Mosè, il popolo è, appunto, assetato. Che, poi, questa sete, questo bisogno incontenibile porti a rivolgere una sfida al Signore, che questa privazione indebolisca la fede a tal punto da rendere quest'ultima dipendente da un comportamento contingente del Signore, ebbene, tutto questo non può davvero costituire uno scandalo: come è possibile pretendere che un'esistenza minacciata gravemente dalla mancanza di un bene primario sia dotata di una fede incrollabile? Fino a che punto meravigliarsi da un lato che Israele cerchi un colpevole della propria sofferenza e, dall'altro, che sia pronto a barattare libertà con pane e acqua?
Forse queste reazioni alle prove non ci suonano familiari? Di fronte alle nostre sofferenze, ai patimenti che proviamo nelle difficoltà, non cerchiamo sempre un colpevole altrove? E, in fondo, non cerchiamo anche noi, goffamente, di mettere alla prova il Signore? Di chi è la colpa se le casse della chiesa sono vuote? Di quegli altri che non versano la contribuzione! Come mai quel fratello si è allontanato dalla comunità? Si vede che lui avrà perso le motivazioni o, addirittura, la fede! Nelle nostre chiese c'è un'emorragia di cristiani e di cristiane? Deve pensarci lo Spirito a illuminare le menti della persone! La mancanza d'acqua, la sete, lo smarrimento che si provano nel deserto sono uno specchio delle difficoltà che viviamo nella nostra vita di fede, nella nuova esistenza adulta cui siamo chiamati dal Signore. Di fronte alle nostre fragilità, tendiamo troppo spesso a chiamare a responsabilità chiunque fuorché noi stessi, persino il nostro Signore!

3) La roccia: la salvezza inaspettata
Il versetto centrale della pericope vede Mosè chiedere aiuto al Signore; egli non sa cosa dire al popolo, non sa cosa fare. Sente a rischio persino la propria incolumità fisica.
Ed ecco l'intervento del Signore! Dio non si lascia vincolare dalla formulazione della richiesta d'aiuto di Mosè. A quest'ultimo, Dio non fornisce consigli tattici o dialettici su come tranquillizzare Israele, ma semplicemente indica dove e come trovare l'acqua. E, parallelamente, Dio non si lascia intrappolare dalla falsa alternativa tra libertà da un lato e pane e acqua dall'altro, così come prospettata dal popolo assetato, ma sceglie di essere il Padre liberatore che sostiene il proprio giovane figlio nel momento della caduta e del bisogno, mostrandosi misericordioso verso le sue debolezze, dandogli da bere e rassicurandolo nel momento più buio.
Ma che cosa rappresenta quest'acqua che scaturisce dalla roccia e con cui Dio placa la sete del proprio popolo? Qual è il profondo significato di questo dono?
Credo che siano almeno tre i livelli di significato che il dono dell'acqua dalla roccia in mezzo al deserto assume in questo racconto:

a) Il dono dell'acqua è un dono d'emergenza, in una situazione di grande inabilità e di patimento che il popolo vive nel soggiorno nel deserto, dono che letteralmente sorregge la comunità di fede nel momento della difficoltà. La sete nel deserto mette a repentaglio l'esistenza fisica stessa di un popolo e questo un Padre lo capisce, decidendo amorevolmente di porvi rimedio;

b) Al v. 6 Dio indica a Mosè il punto dove cercare nella roccia che è in Oreb, promettendo la propria presenza proprio su quella roccia. E' questo un riferimento al Sinai e agli avvenimenti ivi occorsi che indica con intensa forza simbolica il legame tra acqua e legge, tra vita corporea e legge. Come nel deserto, luogo dove la mancanza di vita predomina sulla vita stessa, il dono dell'acqua sostiene e tiene coesa la comunità, allo stesso modo, nel bel mezzo della confusione rappresentata dalla vita nel deserto, il dono della legge muta in ordine il caos. Questa pericope indica simbolicamente nella roccia dell'Oreb, nel Sinai, la sorgente comune di acqua e legge, ovvero la sorgente di vita del popolo, e lega inscindibilmente vita biologica, stabilità morale e ordine cosmico quali doni della misericordia paterna di Dio.

c) Il dono dell'acqua nel deserto, infine, indica che l'azione di Dio è un'azione di creazione. Nel mezzo del caos rappresentato dal deserto, il Signore compie le intenzioni originarie della creazione. Anche il deserto, per quanto inospitale, reca delle potenzialità - porta al suo interno l'acqua - ma solo l'azione di Dio permette a queste potenzialità di venire alla luce.
Questa Parola, care sorelle e cari fratelli, ci indica che proprio nella terribile esperienza del deserto, proprio nelle situazioni di maggiore difficoltà che come chiesa del nostro Signore ci troviamo a vivere nel nostro cammino di fede, Dio non vuole barattare la libertà con la sussistenza, la redenzione con il pane e l'acqua. Proprio nel deserto, proprio nel momento più nero, noi sperimentiamo chi davvero Dio è: è il Padre che dona al proprio popolo sia l'acqua e il cibo per proseguire il proprio itinerario, sia la legge che rende possibile che questo cammino proceda nella libertà. Dio si manifesta come un Dio di amore e di benevolenza. Amore e benevolenza che crescono rigogliosamente anche nel deserto. Amen.

                                                                                Gabriele Passantino




26 settembre 2014


I TESSALONICESI 5: 12-28

"Esaminate ogni cosa e ritenete il bene"

Predicazione del Pastore Paolo Ribet
Domenica, 21 settembre 2014 
Tempio Valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino



Il testo biblico
12 Fratelli, vi preghiamo di aver riguardo per coloro che faticano in mezzo a voi, che vi sono preposti nel Signore e vi istruiscono, 13 e di tenerli in grande stima e di amarli a motivo della loro opera. Vivete in pace tra di voi.
14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti.
15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti.
16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
19 Non spegnete lo Spirito. 20 Non disprezzate le profezie; 21 ma esaminate ogni cosa e ritenete il bene; 22 astenetevi da ogni specie di male.
23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo.
25 Fratelli, pregate per noi.
26 Salutate tutti i fratelli con un santo bacio.
27 Io vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli.
28 La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi.

Letture di appoggio: Salmo 111:10  "Il timore dell'Eterno è il principio della sapienza".



1.- Il brano della Prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi proposto dal lezionario "Un giorno – una parola" ci permette di riprendere il filo dei sermoni che sono stati pronunciati nelle due ultime domeniche. Quindici giorni fa, infatti, il past. D'Amore aveva affrontato il tema della vita comunitaria, mentre domenica scorsa il past. Platone si è soffermato sul rapporto fra le religioni e la terribile sfida che i fondamentalismi lanciano al mondo moderno.

2.- Ora, nei primi versetti che abbiamo letto sono condensate delle esortazioni dell'apostolo per  una vita comunitaria vissuta sotto il segno della pace: «Vivete in pace tra voi». Nei versetti successivi, poi,  Paolo approfondisce alcuni pensieri e scende nel particolare. Infatti, il problema, nella lettera e nella comunità di Tessalonica (Salonicco), è dato dai cosiddetti spiritualisti: c'è il rischio che, da un lato, essi esagerino con le loro manifestazioni di entusiasmo, e, dall'altro, che i responsabili della comunità blocchino, per insofferenza nei confronti di questi,  anche delle espressioni legittime dello Spirito. Paolo afferma: non dobbiamo spegnere la gioia nel culto. Di qui l'affermazione dell'apostolo, che si rivolge ai responsabili della comunità consigliando: «Vigilate, senza diventare settari; controllate, ma non gettate il bambino con l'acqua del bagnetto. Dio può usare anche degli strumenti e delle forme di spiritualità che non vi piacciono. Ma se sono per il bene, siano le benvenute!»

3.- E oggi? La parola di Paolo «esaminate ogni cosa e ritenete il bene» è di estrema attualitàanche per noi – in molti campi del vivere quotidiano: Se partiamo dal livello "più interno", nella chiesa: ci invita a convivere fra opzioni diverse e a non spegnere lo Spirito solo perché noi non lo capiamo. Nel confronto fra le Chiese o fra le generazioni o fra le teologie (non importa quale sia il campo del confronto) siamo invitati all'umiltà: non è detto che il nostro modo di vedere, sentire e vivere le cose sia l'unico apprezzato da Dio (mentre noi spesso lo pensiamo!).

4.- Ma vi è un altro livello, che è oggi estremamente preoccupante, il livello del cosiddetto scontro di civiltà: credo che tutti noi siamo rimasti inorriditi a leggere sui giornali dei massacri che insanguinano il Vicino Oriente a causa del fondamentalismo islamico.
Anche in una situazione tanto drammatica, siamo esortati a non fare di tutt'erba un fascio, a non
contrapporre paura a paura e chiusura a chiusura, ma a cercare di vivere aperti verso gli altri e verso orizzonti a cui non siamo abituati. Il radicalismo, l'integralismo e l'intolleranza nascono dalla paura dell'altro, ma «l'amore vince la paura», dice la Parola (I Giovanni 4:18). La coerenza non è necessariamente sinonimo di integralismo e di oscurantismo – "esaminare ogni cosa" significa saper esaminare anche se stessi.

5.- In questa estate, per molti versi calda, abbiamo letto sui giornali di una escalation di attacchi a chiese cristiane nel mondo musulmano, con eccidi che danno seriamente da pensare e il Sinodo si è pronunciato anche su questo tema:  Art.43 Il Sinodo esprime inquietudine e angoscia per i crescenti conflitti armati e le violenze in varie aree del mondo, confessa la propria distanza dall'insegnamento evangelico "beati i costruttori di pace" (Mt 5,9), a motivo dell'incostanza del proprio impegno a fare dell'Italia un Paese costruttore di pace, anziché esportatore di politiche e strumenti di guerra; dichiara la sua solidarietà alle comunità civili, etniche e religiose colpite, talvolta nel nome di un dio armato che incoraggia la violenza e lo spargimento del sangue dei suoi figli e delle sue figlie, esprime solidarietà alle minoranze religiose perseguitate; in particolare vive una comunione di preghiera con quelle cristiane che sono vittime di odio e intolleranza religiosa, chiede l'intervento della comunità internazionale a protezione delle vittime di persecuzione e violenze attraverso l'apertura di canali umanitari e l'adozione di ogni tipo di azione diplomatica; auspica che le Nazioni Unite adottino misure e strategie che fermino le stragi e proteggano i civili, e che consentano l'avvio di negoziati per il cessate il fuoco; rinnova il proprio impegno al confronto e al dialogo con uomini e donne delle varie comunità di fede perché la logica della convivenza pacifica e del dialogo prevalga su quella degli integralismi, dei settarismi e dell'intolleranza, tanto più quando giustificati nel nome di Dio; incoraggia le chiese a pregare, ad agire per la pace e a promuovere il rispetto dei diritti umani e il dialogo con gli uomini e le donne che intendono condividere la ferma condanna della violenza".
Dopo gli attentati delle Torri Gemelle, di Londra e di Madrid è diventata più pressante l'angosciosa domanda se stiamo vivendo uno scontro di civiltà. Ci troviamo forse di fronte a opposti integralismi che si fondano su (o usano) la religione per colorare di santità le loro ideologie egoistiche? C'è chi risponde di si e c'è chi risponde di no e il dibattito è molto acceso, anche perché, purtroppo, sul campo non pesano soltanto le idee, ma grava come un macigno anche il sangue di migliaia di vittime di atti di guerra e di terrorismo.

6.- Quello della violenza integralista è un problema attuale, dunque, ma non è un problema solo di oggi, ed ha toccato, nel corso della storia, tutte le chiese.
Per fare un esempio che è lontano nel tempo, ma ci è vicino nello spirito, possiamo dire che proprio le parole di Paolo in I Tessalonicesi 5:21 furono al centro di una polemica molto forte che seguì al rogo di Michele Serveto, a Ginevra, nel 1553. Serveto era uno spagnolo geniale e molto colto che, tra l'altro, è tuttora famoso per aver scoperto la circolazione del sangue venoso. Si occupò anche di teologia e scrisse due libri che gli costarono la vita: nel primo rifiutava l'idea della Trinità e col secondo andava violentemente contro Calvino. Mentre fuggiva dall'inquisizione francese che l'aveva condannato a morte, si fermò a Ginevra. Lì si fece riconoscere e fu arrestato e poi condannato al rogo (1553). Questa condanna sollevò un dibattito accesissimo. Teodoro di Beza commentò: «Le ceneri di questo infelice erano appena raffreddate che ci si mise a discutere del castigo degli eretici».
Fu in modo particolare Sebastien Castellion a prendere posizione con un'opera su «L'arte didubitare e di credere, d'ignorare e di sapere». S. Castellion (1515 – 1563) era un fine pensatore francese (savoiardo) che aderì alla Riforma, nella sua forma (diciamo così) moderata, seguendo su alcuni temi le tesi di Erasmo da Rotterdam. Egli si scontrò con Calvino, in quanto riteneva insostenibile il fatto che persone venissero uccise perché propugnavano delle idee, sia purcriticabili. Sua è la famosa frase: «Uccidere un uomo non significa difendere un'idea, ma solo uccidere un uomo». La discussione, come abbiamo detto, ebbe come uno dei suoi fulcri proprio il testo di I Tessalonicesi 5:21 che abbiamo ascoltato oggi. Castellion lo leggeva in modo positivo: «rimani aperto nei confronti del dubbio, della discussione, di altre possibili ipotesi diverse dalle tue, mettiti in questione – e la testimonianza interiore dello Spirito Santo ti aiuterà a trovare la strada della verità»; mentre Calvino si dimostrava più rigido e negativo perché voleva difendere l'assoluta santità di Dio nei confronti della ragione umana: «E' Dio, scriveva Calvino, che dona lo spirito di discernimento ai fedeli, affinché essi distinguano per non essere raggirati dagli inganni degli uomini». Il centro della discussione è dunque capire dov'è la verità e sapere se vi è chi ne detiene in qualche modo il monopolio e come eventualmente la può gestire. Calvino,  combattendo sulla breccia per l'affermazione della Riforma, è drastico nei suoi giudizi: la verità è  nella retta interpretazione della Scrittura (cioè nella parte Riformata). Castellion è più possibilista e chiama al dialogo.

7.- Se di fronte al male che colpisce i cristiani nel mondo per mano di fanatici musulmani, noi chiediamo vendetta contro i musulmani che sono fra noi, non distruggiamo il nemico, madistruggiamo noi stessi. 
Termino con una parola di Sébastien Castellion: «Io vi consiglio, scrive Castellion, predicatori ed insegnanti, tanto da una parte che dall'altra (cattolici ed evangelici) di ricordarvi del detto del Maestro celeste, che disse: "Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio". Da cui si può ben comprendere il contrario, che infelici sono i buttafuoco, che amano ed eccitano alla guerra, perché saranno chiamati figli del diavolo. Non pensate che sia un piccolo scandalo incitare i principi e i popoli alla guerra» (cit. p. 32).

                                                                              Past. Paolo Ribet





04 settembre 2014

DOMANDA & RISPOSTA


Israele e la chiesa: due popoli eletti? O uno solo?


L'articolo che qui pubblichiamo è stato tratto dalla rubrica 
Dialoghi con Paolo Ricca  del settimanale Riforma del 29 luglio 2011.
Risponde in modo chiaro e sintetico a molte domande non facili poste
da un lettore di quella pubblicazione e può essere utile per approfondire
i temi affrontati con uno studio personale sulla teologia dell'Antico e del Nuovo Testamento.
                                                                                     Aldo Palladino

Domanda

Alcuni mesi or sono, durante un incontro promosso dall'Amicizia ebraico-cristiana, si conveniva nella constatazione che il patto tra Dio e il popolo d'Israele, non essendo stato rescisso, è tuttora valido. Israele resta il popolo eletto. Ne consegue, a mio parere, che la salvezza avviene anche attraverso l'ebraismo, quindi per mezzo della Legge. Per i cristiani invece la salvezza avviene per mezzo di Cristo (i cattolici poi assegnano alla Chiesa un ruolo essenziale nella trasmissione della salvezza). Ora avendo, come dire?, il solo Padre in comune, come è collocabile teologicamente l'«aspetto trinitario»? È ipotizzabile una «doppia via alla salvezza », figlia dello stesso Dio Padre, ma con sviluppi differenziati: uno in direzione della Legge, l'altro in direzione di Cristo, comunicata attraverso il suo «corpo», la Chiesa? Mi scuso se mi pongo domande magari banali, ma è un po' che ci penso, e non  riesco a venirne a capo.
Un lettore di Albano Laziale

Risposta di Paolo Ricca (Professore emerito della Facoltà Valdese di Teologia di Roma)

Il nostro lettore ha l'impressione di porre a se stesso e a noi domande «magari banali», ma le pone ugualmente perché non gli riesce di venirne a capo. In effetti non è facile venirne a capo. Comunque non si tratta affatto di domande banali, perché riguardano temi cruciali della fede cristiana nei suoi rapporti con l'ebraismo, sui quali nelle nostre Chiese si riflette troppo poco. Le domande, se ho letto bene, sono quattro. La prima riguarda la «constatazione» (così la chiama il nostro lettore) che il popolo ebraico, malgrado il suo rifiuto di riconoscere Gesù di Nazareth come suo Messia, continua a essere popolo eletto. La domanda è: le cose stanno proprio così? La seconda domanda riguarda le vie di salvezza: sono una o due? È giusto dire che ci si può salvare in due modi: per la via ebraica, cioè attraverso l'osservanza della Legge, e per la via cristiana, cioè attraverso Cristo e la grazia? O invece dobbiamo, come cristiani, affermare Cristo come unica via di salvezza, e negare quindi che le vie di salvezza siano due (o anche di più)? La terza domanda riguarda il ruolo della Chiesa nella comunicazione della salvezza: è un ruolo da protagonista o invece un semplice ruolo di servizio? Sta dentro il processo di salvezza come sua parte integrante o ne sta fuori come l'araldo rispetto al messaggio che annuncia? La quarta domanda riguarda la visione e concezione di Dio, Padre comune a ebrei e cristiani: come si colloca, in questo quadro, la dottrina trinitaria professata dai cristiani? Sono quattro domande molto impegnative, alle quali non tutti, in casa cristiana, rispondono alle stesso modo. Ecco, intanto, le mie risposte.

1. La prima domanda riguarda il patto di Dio con il popolo d'Israele. In realtà i patti, nell'Antico Testamento, sono tre: quello con l'umanità intera e con il creato, attraverso Noè, dalla cui discendenza nacque Abramo (Genesi 9, 8-17); quello attraverso Mosé, sul monte Sinai, con la consegna delle tavole della Legge (Esodo 20, 1-17); il «nuovo patto», con la Legge scritta «sui cuori» (e non più sulla pietra), di cui parla il profeta Geremia (31, 31-34). Dio si è dunque legato al popolo d'Israele in maniera stabile e definitiva; più volte si parla «patto eterno» o «perpetuo» (Isaia 55, 3; Geremia 50, 5; Ezechiele 16, 60; 37, 26; ecc.), che né Dio né Israele potranno dimenticare. Il rifiuto da parte della maggioranza del popolo ebraico di riconoscere in Gesù il Messia non ha comportato, da parte di Dio, il disconoscimento di Israele come suo popolo. L'apostolo Paolo lo dice espressamente: «... per quanto concerne l'elezione, [gli Ebrei] sono amati per via dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento» (Romani 11, 28-29).
La «constatazione» del nostro lettore è dunque esatta: il patto di Dio con Israele «è tuttora valido». Non possono esserci dubbi al riguardo. Ma anche la Chiesa è «popolo eletto»: lo dichiara tutto il Nuovo Testamento. E allora? Ci sono forse due popoli eletti? No, ce n'è uno solo, ma articolato in due tronconi, in qualche modo paralleli, uno ebraico e uno cristiano. È certo una situazione anomala, ma non definitiva. Alla fine, dice l'apostolo Paolo (l'unico che abbia riflettuto a fondo su questa questione), l'unità del popolo di Dio sarà ricomposta, non nel senso di un assorbimento di Israele nella Chiesa, ma nel senso di un reciproco riconoscimento dei due soggetti come fratello (Israele) e sorella (la Chiesa). Non ci sarà perdita d'identità né di Israele né della Chiesa, ma ci sarà, per entrambi, un inveramento della identità di ciascuno. Accadrà, nel rapporto tra Chiesa e Israele, qualcosa di analogo (ma non di identico) a quello che succederà alle diverse confessioni cristiane che, insieme, costituiscono la Chiesa, ma oggi sono divise: anch'esse un giorno si riuniranno, senza perdere il profilo di ciascuna, ma incerandolo in una comunione più ampia nel segno della «unità nella diversità».

2. La seconda domanda è forse la più difficile. Siccome il patto di Dio con Israele è, come s'è detto, «tuttora valido», ne consegue, secondo il nostro lettore, che è tuttora valida anche la via ebraica alla salvezza (se così la si può chiamare), cioè quella che consiste nell'osservanza della Legge. Mi sembra però che si tratti di due questioni diverse: una cosa è magnificare la fedeltà di Dio che per nessuna ragione – neppure a motivo del rifiuto di Gesù come Messia – rescinde il suo patto con Israele, che quindi continua a essere popolo eletto; un'altra cosa è proporre la Legge come via di salvezza, non solo per gli ebrei, ma per tutti, come se la rivelazione di Dio si fosse fermata al dono del Decalogo e delle altre leggi, e non fosse andata oltre. Intanto si può mettere in discussione l'idea che nell'Antico Testamento la Legge sia veramente proposta come «via di salvezza», e ci si può chiedere se invece questa via non venga piuttosto individuata, anche in Israele, nella misericordia di Dio, che dura «fino alla millesima generazione » (Esodo 20, 6).
Ma a parte questa considerazione, che pure ha il suo peso, c'è il fatto che noi cristiani non conosciamo né possiamo indicare altra «via di salvezza» che quella di Gesù. In lui, nella sua vita e opera, nel suo insegnamento, nella sua morte e risurrezione la storia della salvezza ha raggiunto il suo culmine. Il nome stesso di Gesù, che significa Dio salva, lo rivela. I Samaritani dicono di lui che «è veramente il Salvatore del mondo», e non solo di Israele (Giovanni 4, 42). Tutto il Nuovo Testamento lo annuncia in ogni sua pagina. Non c'è dunque altra via di salvezza che lui. Questo non significa che Dio, nella sua libertà, non possa salvare persone che seguono altre vie, o che non ne seguono nessuna. Ma la via (e non solouna via) è lui, com'egli stesso dice: «Io sono la via» (Giovanni 14, 6).

3. La terza domanda riguarda il ruolo della Chiesa nella comunicazione della salvezza. Qui non c'entra più Israele, c'entrano invece i diversi modi di intendere e vivere questo ruolo nelle diverse confessioni cristiane, in particolare nel cattolicesimo e nel protestantesimo. Nel cattolicesimo il ruolo della Chiesa è costitutivo dell'evento salutare, nel senso che lei, attraverso i suoi ministri, diventa protagonista nella comunicazione della salvezza. Ego te absolvo («Io ti assolvo»), dice il sacerdote al penitente inginocchiato davanti a lui nel confessionale. Naturalmente ti assolvo in nome e per conto di Dio, ma intanto sono io che ti assolvo. L'ordinazione mi ha conferito il «potere» (potestas) di assolvere: la mia assoluzione è l'assoluzione di Dio. Così pure l'ordinazione mi ha conferito il potere di trasformare, nella celebrazione eucaristica, il pane in corpo, il vino in sangue di Cristo. Nel cattolicesimo, l'«io» di Dio e l'«io» della Chiesa coincidono. Nel protestantesimo invece non coincidono, anzi sono volutamente tenuti distinti. Il pastore non assolve il peccatore, gli annuncia l'assoluzione di Dio. Il potere del perdono non ce l'ha lui, ma la Parola di cui è ministro, cioè servo. Anche nel protestantesimo la Chiesa e i suoi ministri svolgono un compito centrale, ma si tratta di una centralità, diciamo così, «di servizio », subordinata a quella vera del Signore stesso, che agisce mediante il suo Spirito e la sua Parola, nella quale e con la quale tutto ci è dato.

4. La quarta domanda riguarda la concezione di Dio. Il nostro lettore afferma, correttamente, che ebrei e cristiani hanno «il solo Padre in comune », mentre non hanno in comune il Figlio e lo Spirito Santo. In questo quadro – egli si chiede – come si può «collocare teologicamente l'aspetto trinitario» di Dio, affermato dai cristiani e contestato dagli ebrei, dagli islamici e da molti altri? A prima vista non è possibile. Molti infatti pensano che monoteismo (comune a ebrei, cristiani, musulmani, e altri) e Trinità (creduta e confessata solo dai cristiani, e neppure da tutti) siano tra loro incompatibili: Dio – si sostiene – o è uno o è trino, ma non può essere al tempo stesso uno e trino. Dire che Dio è «uno in tre persone» non è forse una forma larvata di politeismo di ritorno? I cristiani, con la loro dottrina trinitaria, non hanno forse segretamente abbandonato il monoteismo, che è stata forse la maggiore conquista teologica dell'ebraismo?
In realtà, il monoteismo ebraico come è con tanta insistenza proclamato dall'Antico Testamento, non è affatto così uniforme come di solito si immagina. Un paio di esempi. Chi è il misterioso «uomo» col quale Giacobbe ha lottato per una notte intera (Genesi 32, 24.26) e che all'alba gli dice: «tu hai lottato con Dio» (v. 28)? E chi è quel «figlio» che è stato dato al popolo e che sarà chiamato «Dio potente» (Isaia 9, 5) ? E chi è quel «servo dell'Eterno» che «renderà giusti i molti» e per questo Dio «gli darà la sua parte tra i grandi» (Isaia 53, 11) ? E che cos'è quello Spirito potente convocato da Dio per soffiare sulle ossa secche di un popolo di morti, che quando lo Spirito entrò in essi «tornarono alla vita e si rizzarono in piedi» (Ezechiele 37, 10)? A ben guardare, la Trinità non solo è compatibile con il monoteismo, ma è la vita stessa di un Dio vivo, che non è un punto matematico, ma è in sé comunione e relazione.

10 maggio 2014



I Corinzi 7, 29-31

Vivere "come se non..."

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
29 Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; 30 quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; 31 quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.

***

     Queste parole dell'apostolo Paolo, se tolte dal loro contesto, potrebbero provocare in noi un certo sconcerto o sollevare in noi qualche dubbio, perché sembrano invitarci:
  • al libertinaggio, quando si invita chi ha moglie (o marito) a vivere come se non l'avesse;
  • ad un comportamento cinico, quando si dice che quelli che piangono vivano come se non piangessero e quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero;
  • ad un comportamento distaccato dalla realtà, quando si afferma che quelli che comprano vivano come se non possedessero;
  • ad un atteggiamento indifferente e deresponsabilizzato, quando si invitano quelli che usano di questo mondo, a vivere come se non ne usassero.

Ma non è questa l'intenzione dell'apostolo Paolo! In realtà Paolo pronuncia queste parole all'interno di un discorso più ampio che lui fa per rispondere ai credenti della chiesa di Corinto che su molte questioni erano divisi e fortemente in conflitto. In particolare, nel cap. 7, di cui fanno parte questi nostri 3 versetti, egli affronta il tema della sessualità, del matrimonio, del celibato, della circoncisione e della incirconcisione. Erano temi che erano diventati veri problemi al punto che i corinzi si erano divisi in due gruppi contrapposti:

1. da una parte il gruppo dei cosiddetti "entusiasti" – oggi noi diremmo "fanatici" -, i quali ritenevano che il matrimonio fosse incompatibile con la vita cristiana, che doveva essere libera da ogni attrattiva sessuale e da ogni forma passionale (gli "entusiasti" vedevano il sesso come una "schiavitù" nei confronti della "carne, come un impedimento per una vita veramente "spirituale").

2. dall'altra parte il gruppo che rivendicava una libertà sessuale più totale, senza obblighi e limiti.

     Dunque, a quei credenti che gli avevano chiesto il suo parere per risolvere i conflitti presenti nella chiesa, Paolo sul tema della sessualità risponde con 40 lunghi versetti del cap. 7. Non possiamo qui svilupparli tutti, possiamo però dire che l'idea principale di Paolo è questa: "È bene per l'uomo non toccare donna, ma, per le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito". (7,1-2). Paolo dunque fissa un principio generale che possa aiutare i corinzi  a vivere una giusta ed equilibrata vita di relazione tra uomini e donne, coerente con la fede e in vista dell'unità della chiesa. Il principio è questo: la condizione ideale per un cristiano è quella di astenersi da qualsiasi relazione sessuale; tuttavia chi non può trovare pace in questa condizione si deve sposare. In altre parole: chi si sposa fa bene ma chi non si sposa fa meglio.

Oggi noi su questa affermazione di Paolo possiamo farci anche una risatina, eppure questa è la risposta che Paolo dà ai credenti di Corinto.

A ben guardare, Paolo fornisce regole non assolute, ma relativizzate e rispondenti alle varie condizioni di vita delle persone, che sono chiamate ad un agire bene ma anche ad un agire meglio.

Vivere "come se non"
Anche i nostri versetti da 29 a 31 sono all'insegna di una certa relativizzazione. Paolo relativizza il nostro tempo, le nostre cose, le nostre attività, i nostri sentimenti. Ci esorta a vivere secondo la filosofia del "come se non", a comprare come se non si possedesse, a piangere come se non si fosse tristi, ad avere mariti o moglie come se non si fosse sposati.
Con le sue parole, non vuole affatto portarci allo scetticismo, nè vuole portarci a distaccarci dalla realtà. Vuole invece invitarci a riflettere sul nostro modo di usare il mondo e di essere consapevoli che la nostra esistenza è fortemente condizionata da due elementi, da due categorie teologiche e sapienziali:
  • il tempo che si è abbreviato o che è stato abbreviato (v. 29);
  • la figura di questo mondo che passa (v. 31).

Il tempo di cui parla Paolo non è quello cronologico, il chrónos, che in greco è appunto il tempo oggi regolato dagli orologi, bensì quello qualitativo del kairós che è il tempo nel suo contenuto di azioni umane, di vicende, di eventi vissuti sotto il segno della grazia di Dio. Paolo questo tempo lo sente "breve" perché crede nell'imminente incontro con Cristo e vive nell'attesa di quell'avvenimento, rispetto al quale ogni credente deve orientare la propria vita valorizzando il tempo presente operando scelte responsabili per una vita piena, di gioia, di libertà, di pace e di amore verso il prossimo. È il tempo della continua conversione per aprire le porte al Regno di Dio. Ma è anche il tempo che l'Ecclesiaste, il Qoelet, ci presenta con la ricchezza dei suoi contrasti e delle sue contraddizioni e che comunque deve essere vissuto come un dono di Dio. Quello che si "è" o si "ha" diventa relativo: ciò che urge è prepararsi all'incontro con Cristo, che se da una parte dà senso alla vita terrena, da un'altra apre alla vita definitiva.

La figura di questo mondo che passa, lo schéma, la figura esteriore, la struttura decadente del mondo che è una realtà destinata a passare a differenza di quelle realtà più vere e sostanziali che non avranno mai fine.
Nel Nuovo Testamento la parola mondo ha una valenza negativa, qui invece Paolo parla di una mondanità positiva e vitale, capace di costruire e progettare, che ci spinge a usare del mondo in modo utile e che Paolo associa al matrimonio, inteso non come istituzione ma come capacità umana di mettere radici, di fare figli e preoccuparsi per loro, di produrre, costruire, fare progetti, di fare insomma un buon uso del mondo e di agire bene. Al tempo stesso, il monito di Paolo è, come dicevo,  di sapere stare nel mondo all'insegna del "come se non" cioè di sapere che la nostra vita e tutti i beni che possediamo, le cose preziose e quelle di poco valore, i grandi e piccoli affetti, a cui però siamo morbosamente attaccati e che sovente condizionano in modo pesante la nostra esistenza, tutto è destinato a passare.
Nei vangeli Gesù invitava a "comprendere questo tempo" e a vivere in questo mondo in cui siamo inseriti non attaccando il nostro cuore ai tesori che vengono scassinati dai ladri o consumati dai tarli, non tormentandosi nell'affanno del possesso, bensì a scegliere la via della conversione al Regno di Dio e alla sua giustizia (Matteo 6, 19-34). Questo significa mettere il nostro tempo e la nostra vita sotto il giudizio e la benedizione di Dio, che nascono dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo.
Paolo dunque con le sue parole non ci invita al distacco dal mondo, anzi ci invita a prendere moglie o marito e ad assumerci le responsabilità per ogni tipo di relazione affettiva o per ogni attività che intraprendiamo. Però ci chiede anche di essere pronti ad ogni rinuncia dei beni che abbiamo per essere aperti alle cose migliori che il Signore ci offre, cioè alla giustizia, all'amore per Dio e per il prossimo. E questa è la sfida che dobbiamo affrontare, questa è l'avventura della fede.

Aldo Palladino



Domenica, 14 ottobre 2018
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
Torino