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04 giugno 2013

Proverbi 10:22
La vera ricchezza
Una riflessione di R.B.


Il testo biblico
"Quel che fa veramente ricchi è la benedizione del Signore!"


Coi soldi puoi comprare un letto
ma non il sonno;
coi soldi puoi comprare i libri
ma non la saggezza;
coi soldi puoi comprare i gioielli
ma non la bellezza;
coi soldi puoi comprare una casa
ma non la famiglia;
coi soldi puoi comprare le medicine
ma non la salute;
coi soldi puoi comprare i divertimenti
ma non la gioia;
coi soldi puoi comprare una posizione
ma non il rispetto;
coi soldi puoi comprare un crocifisso
ma non il Salvatore;
coi soldi puoi comprare perfino una chiesa
ma non un posto in cielo!
Quel che fa veramente ricchi è solo
la benedizione del Signore!"

Riflessione tratta dal calendario "Una Parola al giorno" – Edizioni C.E.M. 41124 Modena 3

05 maggio 2013



GIOVANNI 14: 22-29

La promessa di Gesù

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
22 Giuda (non l'Iscariota) gli domandò: Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo? 23 Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
25 Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
27 Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.
28 Avete udito che vi ho detto: "Io me ne vado, e torno da voi"; se voi mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me. 29 Ora ve l'ho detto prima che avvenga, affinché, quando sarà avvenuto, crediate.

Le domande dei discepoli
Prima della sua morte, nei cosiddetti discorsi di commiato o dell'addio, Gesù risponde a una serie di domande che i discepoli gli hanno posto. Abbiamo la domanda di Pietro (13:36, "Signore, dove vai?" ), di Tommaso (14: 5, "Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo sapere qual è la via?"), di Filippo (14:8, "Signore, mostraci il Padre e ci basta") e qui c'è quella di Giuda (non l'Iscariota, ma Giuda di Giacomo, uno dei dodici (Lc 6:14; Atti 1:13), da identificare con Taddeo (Mc. 3:18; Mt. 10:3), che chiede: "Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?".
Le prime tre domande rivelano certamente la curiosità di sapere che fine avrebbe fatto Gesù, ma forse di più rivelano la preoccupazione di rimanere senza di lui, senza guida e senza protezione, senza riferimento. Dalla domanda di Giuda Taddeo, invece, riusciamo a capire che la natura delle attese messianiche dei discepoli non è molto cambiata. Si aspettavano forse che Gesù si manifestasse al mondo come Messia restauratore del Regno di Israele, il vincitore atteso che li liberasse dai dominatori romani e realizzasse finalmente quel regno di giustizia e di pace preconizzato dai profeti antichi e che Gesù stesso aveva affermato di realizzare. Ma questo ci rivela che essi non avevano capito quale fosse la vera sua missione e di quale regno Gesù parlasse.

Le nostre domande
E noi? Dopo secoli di ricerche filosofiche e teologiche, di dibattiti, di confronti e di scontri, addirittura di guerre di religione, non ci troviamo alla fine disarmati e spiazzati dinanzi al perché Dio in Cristo Gesù abbia scelto la logica dell'abbassamento, della kènosis, dello svuotamento di se stesso, della debolezza, della morte come dono della vita per tutti, per dimostrare la sua potenza e la sua gloria nella forza della risurrezione?
Non siamo anche noi, come i discepoli, tentati di invocarlo e di chiedergli di intervenire qui ed ora per spazzar via la malvagità e l'ingiustizia che pervadono la nostra società?
Non cantiamo noi, ancora oggi, quell'inno composto nel 1525, presente nel nostro innario (il n. 14) e che inizia con le parole "Che Dio si levi e noi vedrem i suoi nemici dileguar…"?, parole che i nostri fratelli valdesi cantavano prima di affrontare le truppe francesi e savoiarde? 
Ha ragione il profeta Isaia quando annuncia: " Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie" dice il Signore. "Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri" (Is. 55: 8-9).

La promessa di Gesù
Alla domanda di Giuda Taddeo, Gesù dà una risposta indiretta affermando: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui". Ai due pilastri della spiritualità che aveva già indicato come fondamento della vita di ogni suo discepolo (ved. Mt. 22:36-40), cioè l'amore per Dio e l'amore per il prossimo, Gesù aggiunge l'ubbidienza alla sua parola. Questo mix di amore e ubbidienza, amore pratico e osservanza della sua parola, costituisce la ragione per cui Dio Padre e Gesù Cristo vengono ad abitare nella vita di ciascun credente.
Pertanto, non c'è bisogno di manifestazioni gloriose, imponenti, straordinariamente sconvolgenti verso tutti.  "La manifestazione di Dio avviene nella comunità cristiana se questa è la dimora, lo spazio umano in cui abita e fiorisce l'amore di Dio. Di questo il mondo non è capace, ma voi dovreste esserne capaci. Per questo Gesù si manifesta a loro: per creare uno spazio di amore all'interno di un'umanità che non lo conosce, anzi che continua a rifiutarlo" (Paolo Ricca in Vangelo di Giovanni, Morcelliana, pag. 238).
La comunità cristiana diventa essa stessa strumento della manifestazione di Dio al mondo nel momento in cui fa dell'amore per il Signore l'origine di ogni suo azione e l'osservanza della sua  parola l'indicatore di priorità che ci permette di svolgere il nostro servizio per piacere al Signore prima di qualsiasi altra nostra esigenza (Mt. 6: 33).
Ci viene dunque riconosciuta una grande responsabilità, perché noi tutti diventiamo ambasciatori di Cristo nel momento in cui siamo chiamati a predicare l'amore di Dio e di Cristo Gesù.
Il mondo ha fame d'amore. Non ci vuole un sondaggio o uno studio per capire che la radice di molti disagi sociali sta nella mancanza di vero amore. Intorno a noi sono diffuse situazioni di vero bisogno materiale e spirituale di fronte alle quali non possiamo restare insensibili e inerti, come la parabola del buon samaritano ci insegna (Lc. 10: 25-37).

L'invio dello Spirito Santo
Nel nostro brano è evidente una preoccupazione di Gesù nel periodo della sua assenza. Cosa ne sarà dei discepoli, della comunità cristiana? Saranno disorientati e sballottati come pecore senza Pastore? Ma il Signore non abbandona i suoi figliuoli. L'invio dello Spirito Santo (il Paracleto, che nel suo significato originale significa Colui che essendo stato invocato viene in soccorso) è la promessa della continua assistenza di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo ed è per mezzo dello Spirito Santo che la comunità cristiana può continuare a svolgere il suo ministero, perché Egli continua l'opera di insegnamento, di sostegno alla testimonianza, ricordandoci le parole del Signore e l'esempio di amore che ci ha dato fino a donare la sua vita sul legno della croce.
Gesù ha detto: "Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore (un altro perché Gesù è il primo consolatore), perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità…non vi lascerò orfani") (Gv. 14: 16-18).                                                   

La via della pace
Infine, c'è nel nostro testo biblico un'esortazione a non essere turbati, a vivere la vita con la pace di Cristo. La via della pace, dello shalom, è il compendio di tutto ciò che Dio ha progettato per la sua creazione. Non è la pace propinata dal mondo, effimera, instabile, passeggera. Il mondo intende la pace come assenza di conflitto, ma la pace di Cristo è un modo di affrontare la vita che è fondato sulla convinzione che l'amore di Dio non verrà mai meno, per cui non c'è motivo per disperare.
Gesù non approva nessuna forma di violenza e la pace che propone è solo quella che nasce se si è in pace con Dio. Senza la pace con Dio ogni accordo umano si infrange alle prime difficoltà e le relazioni umane entrano in crisi.
Per questo, fratelli e sorelle, è importante che l'amore per il Signore e l'osservanza della sua parola siano il fondamento del nostro carattere di credenti. Perché se il Signore dimora nelle nostre vite, l'amore, la pace, la giustizia e ogni altro frutto dello Spirito (Galati 5:22) saranno la manifestazione e il compimento della sua opera per il bene dell'umanità.
L'apostolo Paolo così esortava i credenti: "Rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui" (Col. 3: 14-17).
                                                                                                   
                                                                                                               Aldo Palladino


Tempio Evangelico Valdese
C.so Principe Oddone, 7
Torino
Domenica 5 maggio 2013

17 aprile 2013

 

Giovanni 10: 22-30


Gesù si identifica col Padre


                            Brevi note esegetiche e omiletiche 
                                                       a cura di Aldo Palladino


Il testo biblico
22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Testi di appoggio: Ez. 34: 1-10, 12; Ro 8: 38-39 oppure Salmo 23  

Introduzione
Leggendo il vangelo di Giovanni ci imbattiamo nella esplicita ed aperta dichiarazione dello scopo per cui esso è stato scritto: "Queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (20:31). Vangelo con uno scopo dottrinale e pratico, destinato a proclamare chi è Gesù e a convincere i lettori perché si dovrebbe credere che Gesù è il rivelatore di Dio. 
Anche i Sinottici, Matteo, Marco e Luca, coi quali il vangelo di Giovanni ha alcune somiglianze ed anche notevoli differenze, hanno la stessa finalità. I Sinottici e Giovanni non danno la cronologia dei fatti narrati, ma ne ricercano il loro significato spirituale.
Questo è tanto più vero per Giovanni, che scrive verso la fine del I secolo a dei lettori per i quali il ritardo del ritorno del Signore, l'attesa dell'avvento definitivo del Regno e della pace e della salvezza finali, costituivano seri problemi per la fede cristiana.
Diventava, dunque, sempre più necessario scoprire il significato spirituale di ciò che era avvenuto piuttosto che porre l'accento su ciò che doveva ancora venire.
Giovanni, pur non negando le grandi speranze escatologiche, scrive il vangelo per evidenziare la grandezza di Gesù, Messia e Figlio di Dio, con una chiave di lettura che ci permette di capire che in Cristo tutto è compiuto (Gv. 19:30).
Il brano oggetto della nostra riflessione è stato considerato facente parte della storia del "segreto messianico" di Giovanni e rappresenta il punto di vista dell'evangelista sul dibattito concernente l'identità di Gesù.
 
Note esegetiche

vv. 22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 
     È il 25 di Kislev (corrispondente al nostro 25 dicembre). Gesù si trova a Gerusalemme per la festa della Dedicazione del tempio (in ebraico Hanukkâ = consacrazione), una festa che durava otto giorni e che ricordava la riconsacrazione del tempio, avvenuta nel 164 a.C., dopo la sua profanazione da parte di Antioco IV. 
Giuseppe Flavio la chiama "festa delle lampade", perché c'era l'usanza di accendere delle lampade davanti alle case ( Ant. Jud. XII, 7, 7).  
La presenza di Gesù nel tempio, sotto il portico orientale di Salomone non deve stupire. (Flavio Giuseppe, in Ant. Jud. XX, 9, afferma che fu questo re a costruirlo). Il tempio è "la casa del Padre" verso il quale professa il più profondo rispetto sin da ragazzo (Lc.  2:14), una casa di preghiera che nessuno deve trasformare in un luogo di mercanti o in una spelonca di ladroni (Mc. 11:17; Mt 21:12-17; Gv. 2:16; cfr. Is. 56:7; Ger. 7:11).

v. 24. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
     La domanda rivolta dai Giudei a Gesù "Sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente" mostra che ci si sta avvicinando al punto critico di tutte le discussioni avute tra loro. Essi non vogliono più rimanere nel l'incertezza di un linguaggio fatto di metafore, immagini, parabole. Si aspettano che Gesù dichiari apertamente senza equivoci e senza mezzi termini di essere il Cristo. La loro pazienza è al limite.
Nonostante essi abbiano visto segni potenti operati da Gesù e sentito le sue ammissioni di essere pane disceso dal cielo, luce del mondo, acqua della vita, di essere il Salvatore  inviato da Dio, di essere Figlio di Dio o Figlio dell'uomo, a loro non bastano queste espressioni messianiche che egli rivendica per sé. Essi stanno cercando una parola che lo renda responsabile. Vogliono sapere se sia "il Cristo", cioè se sia il Messia-Re la cui regalità si identifica con la regalità di Dio. Questo, in effetti, è il vero tema che turba la vita dei capi giudei. Essi non cercano conoscenza e verità, ma solo un pretesto che lo inchiodi definitivamente e gli si torca contro. È solo un sotterfugio escogitato per poter prendere delle decisioni di morte contro di lui. Essi sanno che solo davanti alla samaritana (4:24-26) e al cieco nato (9:35-38) Gesù ha ammesso di essere Messia e Figlio dell'uomo, ma a loro non lo ha mai dichiarato apertamente.

vv. 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore.
     Anche in questa occasione Gesù non cede alle pressioni dei Giudei che esigono una spiegazione, come in passato non aveva assecondato la richiesta di un segno che scribi e farisei gli avevano sollecitato (Mt. 12: 38-39). Egli parla, predica, opera e agisce in nome del Padre, ma essi non credono né alla sua parola né alle sue opere, che da sole sono sufficienti a testimoniare della sua identità.
Gesù afferma che i suoi interlocutori non credono perché non sono sue pecore. Come intendere le parole di Gesù? Non credo che qui si voglia valorizzare un principio di appartenenza come condizione che identifica la fede di una persona o di un gruppo, né si voglia scomodare il mistero dell'elezione divina, che eluderebbe la responsabilità di chi non crede.  Credo, invece, che l'accusa rivolta ai Giudei di non credere sia basata semplicemente sul loro rifiuto predeterminato e intenzionale di non credere né nella fede di Gesù né di avere fede in Gesù, al contrario delle pecore che hanno col Pastore un rapporto di fiducia, di ubbidienza e di unità, descritto nella parabola del pastore al principio del capitolo (vv.3-4).

vv. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 
     Vengono qui richiamati tre concetti, costitutivi della fede, che fondano la relazione del pastore col gregge:
1)    l'ascolto, in quanto le pecore sono attenti a qualsiasi parola del pastore, la cui voce è punto di riferimento e di orientamento;
2)    la conoscenza, poiché il pastore conosce le pecore una ad una ed è da esse conosciuto, le chiama per nome e le conduce fuori verso i pascoli (10: 3, 14); da questa conoscenza nascono intimità e comunione di sentimenti.  
3) la sequela: le pecore seguono il pastore, perché hanno fiducia in lui e gli obbediscono.
È una relazione d'amore così forte che il pastore è pronto a dare la sua vita per le pecore (10: 11). Un amore forte come la morte (Cantico 8:6), che apre la strada alla vita eterna per la vittoria della risurrezione sulla morte. Per questo, è sul terreno della risurrezione che nessuno si potrà mai perdere e nessuno potrà mai essere strappato dalle mani del Pastore.

vv. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».
      Viene qui celebrata la grandezza di Dio al di sopra di tutti e, dunque, nessuno è abbastanza forte da rapire il gregge di Gesù dalle mani del Padre ( o dalle mani di Gesù, v. 28). La sicurezza delle pecore non dipende dalle loro capacità ma dalla potenza di Dio oltre che dall'amore del Pastore. Gesù ha una relazione col Padre e le loro volontà si fondono fino al punto di essere una sola cosa, perché hanno una perfetta unità di intenti e di azioni. Sulla salvezza del suo gregge, la volontà di Gesù è identica a quella del Padre e questa assoluta identità rivela l'unità della loro natura.
Paolo Ricca così commenta il v. 30: " Questo è il motivo del conflitto e della divisione [con i Giudei]. Gesù afferma esattamente: "Io e il Padre siamo uno", si identifica con Dio. Ma qui dobbiamo fermarci un istante, perché dobbiamo comprendere la serietà delle ragioni per cui i Giudei rifiutano Gesù. Il motivo è propriamente la sensazione da parte loro che Gesù stia bestemmiando, perché, essendo uomo, si fa Dio. Ed effettivamente – e questo lo sappiamo da tutta la storia d'Israele, quella biblica ma anche quella post-biblica – la grande lotta di Israele in tutta la sua storia è stata la battaglia contro l'idolatria; la lotta è contro l'idolo, ciò che rassomiglia a Dio ma ne è il contrario, o non è affatto Dio. Sappiamo che pure l'uomo diventa l'idolo preferito di se stesso, in quanto si assolutizza, si divinizza. Quindi quella che spinge gli Ebrei è una ragione molto seria…
Anche qui Giovanni va più a fondo degli altri nello spiegare la condanna di Gesù. Gli altri evangeli adducono, come ragioni della condanna, la parola di Gesù sul tempio (Marco 14:57-58) oppure i miracoli compiuti in giorno di sabato (Marco 3:1-6). No, c'è una ragione più profonda, ed è l'identità stessa di Gesù. E nello stesso tempo vediamo dividersi gli animi intorno alla persona di Gesù. I Giudei dicono: "Gesù è un uomo che si fa Dio". L'evangelo afferma – Giovanni, il cristianesimo, asseriscono -: "No, Gesù è Dio che si fa uomo. Non è Gesù a identificarsi con Dio, è Dio a identificarsi in Gesù".


Alcune brevi note per la predicazione

1)           Il predicatore che si accinge a riflettere su un qualsiasi testo del vangelo di Giovanni potrebbe cadere nella tentazione di dividere il mondo in due, quelli che credono e quelli che non credono, quelli che sono a favore di Gesù e quelli che sono contro Gesù. Ma un tale approccio tradirebbe le vere intenzioni di Giovanni, il quale intende invece proclamare l'identità di Gesù a tutti in modo che la fede in lui non sia frutto di idee o ideologie precostituite, personali o di gruppo, né di pregiudizi di qualsiasi tipo, ma sia una fede corretta. Anche se Gesù aveva molti avversari e forti oppositori, il suo messaggio evangelico era per tutti un'opportunità di cambiamento, di conversione.
E questo vale anche per noi, oggi, per le nostre nostre comunità, che sono         chiamate a un continuo chiarimento della propria fede in un mondo sempre in    trasformazione, e per la nostra società alla quale l'evangelo va continuamente riproposto con convinzione e in modo convincente.          

2)           La festa della Dedicazione del Tempio è certamente un dato storico della vita del popolo giudeo, anche di Gesù. Tutti sono pronti a vivere nel ricordo del passato, a rammemorare quanto i padri avevano fatto per liberare Israele dall'occupazione dei Seleucidi, purificando alla fine il tempio e riconsacrandolo a Dio. Dopo duecento anni da quell'evento, cosa rimane dello spirito e della passione dei padri? I leaders religiosi e politici non riescono a vedere il "nuovo" che è sotto i loro occhi, accecati dal potere e fossilizzati in un ritualismo religioso sterile e autoreferenziale. A loro ben s'addicono le parole di Geremia e Ezechiele, che alzano le loro voci contro i pastori infedeli d'Israele (Gr. 3:2; Ez 34: 1-10) e che preannunciano l'intervento di Dio: "Eccomi! Io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Come un pastore va in cerca del suo gregge…così io andrò in cerca delle mie pecore" (Ez. 34:12).
La storia, dunque, non è mai fine a se stessa ma è sempre maestra di vita che ci insegna a riconoscere i nostri errori e a prevenirne altri. I Giudei avrebbero dovuto capire che la riconsacrazione del tempio poteva significare anche la loro consacrazione, ma il testo è chiaro nell'affermare che esse erano chiusi a qualsiasi cambiamento, perché non c'era la volontà di credere, né a Gesù né ai profeti del passato.

3)           C'è una parola di speranza che si può trarre dal testo. La mano di Dio e la mano del Pastore collaborano per dare sicurezza alle pecore, perché nessuno le possa "rapire". Le insicurezze della vita e la precarietà della nostra umana condizione incutono timori e preoccupazioni, ma non possono minare la promessa di grazia e di benedizioni che si ha rimanendo nelle mani del Padre e di Gesù Cristo, sommo Pastore. Con l'apostolo Paolo, ogni credente può dire: "Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Ro 8: 38-39).  

Aldo Palladino



Bibliografia
Gerard Sloyan, Giovanni. Claudiana, 2008
Hermann Strathmann, Il Vangelo secondo Giovanni. Paideia Editrice Brescia, 1973
Alfred Wikenhauser, L'Evangelo secondo Giovanni. Morcelliana, 1968
Il Nuovo Testamento Annotato, Vangelo secondo Giovanni. Editrice Claudiana, 1968
Paolo Riccca, Evangelo di Giovanni. Morcelliana, 2005

26 marzo 2013

CAMMINARE VERSO LA LIBERTÀ
Esodo 1:15-22 «Le levatrici ebree obbediscono a Dio, non al comando del faraone»
Salmo 17 (16),1-6 «La preghiera confidente di chi è aperto allo sguardo di Dio»
2 Corinzi 3:17-18 «La libertà dei figli di Dio nella gloria»
Giovanni 4:4-26 «La conversazione con Gesù porta la donna samaritana ad una vita più libera»

Camminare in umiltà con il Signore è sempre un percorso di accoglimento della libertà che Egli offre a tutte le persone. Ricordiamocene e celebriamo la lotta per la libertà, che ha luogo anche nei contesti in cui l'oppressione, il pregiudizio e la povertà sembrano essere fardelli impossibili. Il diniego risoluto nell'accettare comandi e condizioni disumane - come quelli dati dal faraone alle levatrici del popolo ebraico schiavo - possono sembrare azioni piccole; ma tali sono spesso le azioni adatte per promuovere la libertà nelle comunità locali in ogni luogo.
Perciò noi celebriamo la determinazione alla libertà - nella dignità, nell'inclusività sociale e in una giusta condivisione di tutti i beni. Questo cammino deciso verso la pienezza di vita propone a tutti noi, intrappolati come siamo, in diversi modi, nei modelli di ineguaglianza in ogni parte della terra, il dono della speranza dell'Evangelo.
Il percorso, passo dopo passo, verso la libertà dall'ingiusta discriminazione e da pratiche di pregiudizio si comprende bene dalla storia dell'incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo. Vi è una donna che cerca, anzitutto, di mettere in discussione i pregiudizi di cui è oggetto, così come di trovare il modo di alleviare il gravame della sua vita. Queste preoccupazioni sono il punto di partenza della sua conversazione con Gesù. Gesù stesso s'intrattiene in conversazione con lei sia a motivo della necessità dell'aiuto, sia a motivo della necessità di smantellare i pregiudizi sociali che rendono questo aiuto problematico. A poco a poco si dischiude di fronte alla donna la strada verso una vita più libera, via via che la complessità della sua vita è vista sempre più alla luce delle parole di Gesù. Alla fine questa conversazione introspettiva riporta la conversazione al punto in cui ciò che divide questi due gruppi di persone - il luogo in cui dovrebbero adorare - viene trasceso.
Adorare «guidati dallo Spirito e dalla verità di Dio» è ciò che viene richiesto; e qui noi impariamo ad essere liberi da tutto ciò che ci trattiene dalla vita in comune, dalla vita in pienezza. Essere chiamati ad una maggiore libertà in Cristo, è una chiamata ad una più profonda comunione. Ciò che ci separa - sia come cristiani che cercano l'unità, che come popoli divisi da tradizioni ingiuste e da disuguaglianze - ci rende prigionieri e sconosciuti gli uni agli altri. La nostra libertà in Cristo è invece caratterizzata dalla nuova vita nello Spirito che ci rende capaci, insieme, di stare davanti alla gloria di Dio «a viso scoperto»; è in questa gloriosa luce che impariamo a guardarci l'un l'altro più sinceramente, mentre cresciamo nell'immagine di Cristo verso la pienezza dell'unità cristiana.

Preghiera
O Dio liberatore, ti ringraziamo per il coraggio e la speranza della fede di coloro che combattono per la dignità e la pienezza di vita. Sappiamo che Tu rialzi i caduti e liberi i prigionieri. Tuo Figlio Gesù cammina con noi per mostrarci la via verso l'autentica libertà. Fa' che possiamo apprezzare ciò che ci viene dato e prendere forza nel contrastare tutto ciò che ci rende schiavi dentro. Manda il tuo Spirito perché la verità ci renda liberi, e possiamo proclamare con voce unita il tuo amore al mondo. Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace. Amen.

Domande per la riflessione personale
1. Ci sono momenti in cui, nelle nostre comunità i pregiudizi e i giudizi del mondo - l'età, il genere, la razza, il livello educativo - ci trattengono dal vederci gli uni gli altri chiaramente alla luce della gloria di Dio?
2. Quali piccoli passi concreti possiamo intraprendere, insieme come cristiani, verso la libertà dei figli di Dio (cfr Rom 8: 21) per le nostre chiese e per l'intera società?

Nota: la meditazione è tratta dai testi proposti per la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani.

03 marzo 2013

Genesi 15: 1-12. 17-18


PROVARE A DIRE: " IO CREDO"

Predicazione del Pastore Stefano D'Amore

Il testo biblico
1 Dopo questi fatti, la parola del SIGNORE fu rivolta in visione ad Abramo, dicendo: «Non temere, Abramo, io sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima». 2 Abramo disse: «Dio, SIGNORE, che mi darai? Poiché io me ne vado senza figli e l'erede della mia casa è Eliezer di Damasco». 3 E Abramo soggiunse: «Tu non mi hai dato discendenza; ecco, uno schiavo nato in casa mia sarà mio erede».
4 Allora la parola del SIGNORE gli fu rivolta, dicendo: «Questi non sarà tuo erede; ma colui che nascerà da te sarà tuo erede». 5 Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». 6 Egli credette al SIGNORE, che gli contò questo come giustizia.
7 Il SIGNORE gli disse ancora: «Io sono il SIGNORE che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti questo paese, perché tu lo possegga». 8 Abramo chiese: «Dio, SIGNORE, da che cosa posso conoscere che ne avrò il possesso?» 9 Il SIGNORE gli rispose: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e un piccione». 10 Egli prese tutti questi animali, li divise nel mezzo e pose ciascuna metà di fronte all'altra; ma non divise gli uccelli. 11 Or degli uccelli rapaci calarono sulle bestie morte, ma Abramo li scacciò.
12 Al tramonto del sole, un profondo sonno cadde su Abramo; ed ecco uno spavento, una oscurità

profonda cadde su di lui.
17 Or come il sole fu tramontato e venne la notte scura, ecco una fornace fumante e una fiamma di fuoco passare in mezzo agli animali divisi.
18 In quel giorno il SIGNORE fece un patto con Abramo, dicendo: «Io do alla tua discendenza questo paese, dal fiume d'Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate;…


Sarà capitato anche a voi, in una notte tersa, magari in una zona poco abitata, di alzare lo sguardo e guardare il cielo stellato. Ci si sente improvvisamente immersi in una realtà più vasta di noi. È di una bellezza indescrivibile, ma può dare anche una sensazione di capogiro: è qualcosa che impressiona, è anche qualcosa in cui ci si può perdere. Proprio le stelle, che i viaggiatori usavano per orientarsi, che erano il "tom-tom" di un tempo, che dovrebbero aiutare a capire come proseguire il cammino, proprio in quelle stelle ci possiamo perdere. Il segno della promessa di Dio può anche disorientare.
E forse dovremmo avere il coraggio di dircelo, a volte: Dio ci disorienta.
A volte abbiamo l'impressione che ci sia stato un tempo in cui tutto andava da sé. Non ci si chiedeva se Dio esistesse o meno. Non ci si chiedeva se ascoltasse o meno le nostre preghiere, se rispondesse o se restasse muto. Oggi non è così e le domande che tutti prima o poi si fanno sono molte: è ragionevole credere in Dio e nella sua Parola? Le sue promesse sono serie, sono realizzabili? Che senso ha pregare? Come posso aspettare per anni, per decenni, un qualcosa che mi liberi magari da una vita in cui il dolore, la sofferenza sono quotidiani e assillanti?

Questo capitolo della Genesi non ci dà risposte e non ci dà delle prove, ma ci racconta la storia di un uomo, che aveva tutte le ragioni per dubitare, ma che ha creduto.
A quest'uomo senza figli e a sua moglie, sterile, Dio indica il cielo stellato per promettere una discendenza incalcolabile. Le promesse di Dio sembrano fuori dalla realtà: come può Abramo fidarsi di una promessa che la realtà smentisce totalmente. La sterilità persiste, la promessa tarda ad avverarsi.
La promessa, che tra l'altro sono due promesse: terra e discendenza. La benedizione le include tutte e due. Le due cose sono inscindibili: la terra senza eredi non serve, gli eredi senza eredità non vivono. Per questo il vero problema che affligge Abramo è il fatto di non avere figli.
La fede di Abramo nasce da una mancanza. Abramo riconosce che da solo non è completo. La fede nasce nell'ammettere che qualcosa ti manca, che non sei completo, che qualcosa non va. E credere significa anche prendere coscienza delle cose che ci mancano. Chi si crede completo è sufficiente solamente a se stesso, chi si crede completo e "arrivato" non ha bisogno di sperare, non ha bisogno di affidarsi a nessuno: si è fatto da solo e può continuare a farlo.
Abramo credette al Signore: oggi può sembrare il comportamento di un credulone, la rassegnazione di chi non ha altro posto dove sbattere la testa e la sua ultima spiaggia è sperare nel miracolo divino. Oggi ci può apparire così perché forse non riusciamo a comprendere il senso profondo che ha avere fiducia in Dio. Perché a noi dipendere dagli altri in fondo ci fa paura, ci preoccupa, ci infastidisce: autonomia, individualismo, lo sappiamo, sono parte di noi! Credere a qualcuno è per noi oggi dipendere da lui, in un rapporto che mi limita, che mi svaluta.
Abramo credette al Signore: il verbo ebraico è il verbo 'mn da cui deriva "Amen", quella parola che usiamo a conclusione, a sigillo, delle nostre preghiera. Che significa: confidare, avere stabilità, rimanere, stare stabili, basarsi su qualcuno o qualcosa, affidarsi, riconoscere come vero, affermare, credere. Ecco, Abramo non disse "ok, dai, proviamoci ancora una volta", ma Abramo disse amen al Signore.
Credere è un atto di fiducia, significa ancorarsi a Dio. Rischiare tutto su una persona per molti versi misteriosa come Dio, ed è per questo che la fe¬de non può perdere del tutto il sapore della paura e del sospetto.
Abramo consente a Dio non di essere un semplice interruttore della luce da accendere o spegnere quando serve, ma consente a Dio di essere il senso di tutta la sua vita.
Abramo dà fiducia a Colui che gli rinnova la promessa. Crede nella possibilità per Dio di trasformare un presente sterile concreto, in un futuro fecondo. E non arriva alla certezza per convincimento o grazie ad una attenta analisi della realtà, ma arriva a credere perché catturato dalla potenza di Dio e della sua promessa.
Abramo "abita" la promessa, fa della promessa di Dio la propria casa, la propria strada e sperimenta quanto può essere fecondo questo modo di stare al mondo, che non è un chiedere e ricevere, ma è un rapporto più impegnativo e continuo.
Ma lo fa con trasparenza, senza ingenuità, esprimendo dubbi e preoccupazioni. E a volte lo scoraggiamento diventa protesta e sfocia addirittura nell'accusa a Dio: "tu non mi hai dato discendenza". Sulla base di questa relazione, limpida, che non è fatta di cose tenute dentro di sé, ma di espressione, anche della rabbia e dell'inquietudine, fatta di ammissione di quello che ti manca (e che ti lacera il cuore perché ti manca!), sulla base di questa relazione possiamo provare a dire anche noi: "io credo".
Abramo ci dice che non c'è coercizione nella fede in Dio. È possibile stare faccia a faccia con Dio, dubitare, contestare, e respingere le rassicurazioni.
Ma questa fase ha anche un tempo ed è anche necessario ascoltare la risposta di Dio per "ancorarsi" ad essa. 
Una cosa mi ha colpito, ed è la cosa che più ci separa, forse, da Abramo è che prima di tutto questo, Abramo è partito. È stato chiamato, ha ascoltato e sentito la chiamata: la promessa che Dio gli ha fatto dà il via e fonda il viaggio di Abramo e Sara.
Prima ancora di chiederci se noi crediamo alle Sue promesse forse la vera domanda è "qual è la promessa che fonda il nostro viaggio?" "quali sono le promesse che Dio ci rivolge oggi?". Prima ancora di crederci, "siamo in grado di ascoltarle e riconoscerle?".
Abitare la promessa di Dio e non la nostra, questa è forse la difficoltà più grande: comprendere quale sia la Sua promessa, riuscire a identificarla, a distinguerla dai nostri desideri, i nostri progetti, le nostre convinzioni. In ogni contesto: dalla nostra vita familiare alle discussioni sulla finanze.
Ho la sensazione che il vero punto sia questo: la comunicazione. Forse viviamo in un tempo in cui più di tutto è la nostra comunicazione con Dio ad essere in crisi. Lo dicevamo all'inizio, non possiamo farne a meno: siamo razionali, siamo individualisti, siamo pretenziosi.
Sembra tanto la scena che tutti voi avrete vissuto (da una parte o dall'altra) del genitore in una stanza e del figlio adolescente chiuso in camera. Comunicazione interrotta. In quei momenti non è radicalmente in discussione il legame, l'amore, ma tutto il rapporto è messo in crisi e si vive malissimo perché manca la comunicazione. E l'orgoglio (nostro di sicuro, ma magari anche di Dio!) blocca i canali. E le parole non escono, e l'incomprensione aumenta.
C'è da inventarsi qualcosa, un modo per riaprire la porta della camera e sedersi a tavola, un modo per ascoltare che forse di là ci stanno chiamando ma noi abbiamo alzato troppo il volume della musica…
Come si supera tutto questo? 
Come si possono cogliere le promesse che Dio ci rinnova? Come si può superare lo sconforto che viene dal fatto che l'attesa della realizzazione della promessa, a volte è troppo lunga? Si perché la sensazione umana è che se qualcosa non si avvera subito non si avvererà mai. E il nostro istinto ci porta a volerla realizzare noi, se non vediamo risultati. E su questo siamo in buona compagnia…Abramo stesso le prova tutte: con il nipote Lot, con il servo Eliezer, con Ismaele. Ma la promessa di Dio era diversa, evidentemente.
Come si supera tutto questo? 
Agostino diceva: "Uno zoppo sulla via va avanti meglio di chi corre fuori strada". Zoppicare sulla via… "Abitare" la promessa di Dio, affidarsi, ancorarsi, a Dio. A quel Dio che mi invita ad un rapporto schietto ma allo stesso tempo fiducioso.  
A quel Dio che da parte sua si impegna in questo rapporto.
Quei versetti così strani che descrivono un rituale un po' sanguinolento hanno in realtà un senso profondo. Rappresentano la stipulazione di un patto, una specie di firma di un contratto: i due contraenti, passando in mezzo agli animali divisi e sanguinolenti, si auguravano la stessa sorte (lo squartamento) nel caso avessero violato il patto.
Ma allora questo è un contratto molto particolare: noterete che è solamente Dio a passare nel mezzo, e questo conferma che in questo patto, chi vuole compromettersi di più è Dio stesso. Abramo riceve una promessa senza che da lui sia preteso nulla in cambio. Noi continuiamo a credere che con il nuovo patto, in Gesù Dio sia venuto per incarnare il suo amore, la sua giustizia, il suo perdono e per donarci tutto questo gratis.
Se vogliamo, Dio sceglie di esporsi maggiormente. Mentre noi continueremo semplicemente a non essere fedeli, a cercare di avverare a modo nostro le promesse, a poterci giustificare per tutto questo perché siamo fatti così, Dio invece si impegna ad essere fedele, con il rischio anche di essere giudicato da noi incapace di esserlo fino in fondo.

La storia di quest'uomo, che aveva tutte le ragioni per dubitare, ma che ha creduto, sia anche la nostra: quando la voce non si sente, quando l'aridità persiste, quando l'attesa è lunga. Che questa storia sia anche la nostra: quando hai paura, e non riesci a capire se dopo di te continuerà ad esistere la tua chiesa; quando qualcosa ti manca, anche se quel qualcosa sono alcune migliaia di euro per chiudere un bilancio.
Che questa storia possa essere anche la nostra, perché possiamo alzare anche noi lo sguardo, per cambiare prospettiva, per non camminare a viso basso, per farsi stupire dalla novità e da quanto è grande la grazia e il mondo fuori da sé. Alzare lo sguardo per non sentirsi autosufficienti, per riconoscere che siamo liberi se siamo catturati dalla potenza di Dio, per cogliere dietro ogni cifra, dato o statistica, qual è la promessa che fonda il nostro viaggio; perché il segno della sua promessa, quel cielo stellato, sia di nuovo una mappa che ci aiuta ri-orientarci.
E perché il nostro "amen", sia il nostro piccolo-grande segno del fatto che, nell'incertezza, vogliamo ancorarci a Colui che ha scelto di stare in mezzo a noi.
Amen.

                                                                                                                  Stefano D'Amore

Domenica 24 febbraio 2013 - Corso Vittorio E. II, 23
Predicazione tratta dal sito www.torinovaldese.org

27 febbraio 2013

L'appello del Sindaco di Lampedusa

Lettera che il nuovo Sindaco di Lampedusa ha scritto all'Italia e all'Europa il 18 novembre 2012.
(Se potete, fatela girare)


Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.
Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme; il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l'idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l'inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall'assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell'Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull'immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l'unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l'Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l'unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all'accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all'Europa intera.
Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza".
Giusi Nicolini




Pubblico la lettera del Sindaco di Lampedusa per denunciare il silenzio in cui è stato riposto il problema dei tanti immigrati che sbarcano a Lampedusa e dei tanti morti in mare. Tante parole sono state spese in passato, ma il risultato è la solitudine degli amministratori di Lampedusa di fronte a questa emergenza.
Aldo Palladino

16 febbraio 2013


Fondamenti 

della 
Riforma protestante

  • SOLA SCRIPTURA
La fede, la teologia, la spiritualità e perfino l'organizzazione ecclesiastica protestante intendono basarsi soltanto sulla Scrittura. Questa frase ci distingue dal cattolicesimo che si basa non solo sulla Scrittura, ma anche sulla tradizione ecclesiastica. In anni recenti il ruolo della tradizione è stato ridimensionato, ma non cancellato. La mariologia cattolica, per esempio, si fonda in massima parte su tradizioni o leggende che non hanno nessuna base biblica. Dire «Sola Scriptura» non elimina i problemi. Per i valdesi medievali il centro della Scrittura era il Sermone sul Monte con le sue indicazioni di vita morale; per Lutero era la Lettera ai Romani: «Il giusto vivrà per fede». Per i Pentecostali hanno un posto importante hanno i capitoli delle epistole che parlano dei doni dello Spirito: guarigioni, parlare in lingue ecc.
Per altri, il centro è Daniele e l'apocalisse, ossia le profezie del futuro, non solo per fare dei conti più o meno strani sulla data della fine del mondo, ma soprattutto per essere incoraggiati dal pensiero che alla fine non ci sarà il nulla, bensì il Regno di Dio. Altri, ancora, concentrano la loro attenzione sui Salmi, specialmente quelli che contengono parole di lode e di riconoscenza al Signore.
Le chiese della Riforma, cioè le nostre chiese, sono comunità che sono state riformate e continuano a riformarsi secondo la Scrittura: la Scrittura, presa nella sua ricca, complessa, inseribile varietà e ricchezza, e non in uno solo dei suoi aspetti. La Scrittura letta e interpretata non in modo individualistico, ma nella comunità di uomini e di donne credenti, che si aiutano e stimolano reciprocamente a capirla e a viverla… Per esempio in quegli «studi biblici» talvolta trascurati, ma fondamentali e insostituibili per la vita e la fede degli evangelici.

  • SOLA FIDE
"Sola fide" vuol dire «soltanto per fede». In realtà questa è un'abbreviazione che, come tutte le abbreviazioni, rischia di creare qualche malinteso. La frase completa è questa: «Salvati per grazia mediante la fede».Chi ci salva, chi ci perdona, chi ci riconcilia con se stesso è Dio. Questa sua azione si chiama grazia. Fede vuol dire soltanto che siamo certi, siamo convinti che il perdono di Dio è autentico e totale, e come tale lo accettiamo. Occorre aggiungere che per molte persone la «fede» è spesso intesa come adesione intellettuale, come se volesse dire «tenere per vere certe proposizioni dogmatiche».Certo c'è anche questo elemento: se una persona ritiene che Dio non esista, non può certo fidarsi di lui; ma l'essenziale della fede è la fiducia, la convinzione profonda che Dio ci ama e che è fedele.  
Lutero, morendo, diceva: «Siamo tutti mendicanti»; non vuol dire che siamo dei miserabili; vuol dire che l'essenziale, cioè la vita, la salvezza, la vita eterna, le possiamo soltanto ricevere. La fede non è uno sforzo, non è una specie di impegno o di lotta che sarà ricompensata, non è un pagamento anticipato o posticipato. Fede è accettare da Dio la sua grazia come un neonato accetta dalla mamma nutrimento e affetto. L'espressione tradizionale «salvezza per fede» rischia dunque di essere fuorviante, perché fa della fede una sorta di opera o esercizio. La frase polemica di certe persone è, sotto questa aspetto, molto illuminante: «Noi dobbiamo fare delle opere, ma per i protestanti basta credere». Come se per gli uni la grazia costasse molto e per gli altri costasse poco. Anche in questo caso si riduce la fede a una sorta di prestazione, magari minima.
Credere è ricevere. Fede è fiducia. Pochi lo capiscono davvero. «Dinanzi a Dio siamo tutti mendicanti, questa è la verità». Il dono della grazia di Dio è così grande e così meraviglioso che non solo ci perdona, ma ci chiama ad essere discepoli riconoscenti.


  • SOLA GRATIA
Parola estremamente semplice: siamo salvati per la sola grazia di Dio. Ma qui, naturalmente, cominciano le questioni. Grazia, perdono, cancellare i peccati (ricordate il Padre Nostro:«Rimettici i nostri debiti…») sono tutte espressioni equivalenti. Ma ci sono due modi di perdonare un debito. Il primo è dire:«Il tuo debito non esiste più, straccio la cambiale». Questo è il concetto protestante della grazia: Dio cancella il nostro peccato, Gesù lo ha preso su di sé, esso non esiste più. Molte persone non riescono a pensarlo e continuano a vivere come se dovessero «pagare» qualche cosa. Alcuni addirittura ci si angosciano psicologicamente. Non dobbiamo pagare proprio niente: siamo liberi, siamo perdonati, siamo «nuovi» al cento per cento. Così grande è l'amore di Dio in Cristo...
C'è un altro modo di vedere il perdono, più tradizionale nei cattolici. Certo, essi dicono, siamo tutti salvati per grazia, ma per loro la grazia consiste nel fatto che Dio, per sua bontà, ci mette in grado di contribuire a pagare il debito. La differenza è evidente: in un caso l'essere umano collabora alla propria salvezza, le sue «opere buone» sono necessarie (anche se non sufficienti) perché sia salvato. Nell'altro caso Dio gli perdona totalmente, senza riserve, per pura bontà. Siccome noi siamo molto spesso incapaci di perdonare davvero al nostro prossimo (pensate alla frase ambigua:«Ti perdono ma non posso dimenticare») così ci pare che Dio non possa perdonarci completamente senza una pur minima controparte da parte nostra. In tal modo rendiamo Dio simile a noi, il che significa sminuirlo assai.

Ma, dirà qualcuno, le «buone opere» la moralità, il discepolato dove vanno a finire? Se Dio ci salva senza contropartita, che bisogno c'è di fare il bene? Non c'è nessun bisogno, nessun obbligo, ma c'è la chiamata di Dio rivolta a noi come persone libere e responsabili. A noi di decidere se e come rispondere al suo amore. La Bibbia ci invita a farlo e ce ne indica i modi possibili.

  • SOLUS CHRISTUS
È una parola latina che non c'è bisogno di tradurre, tanto è chiara. Ma che cosa vuol dire realmente? Da un lato è una specie di riassunto delle tre formule classiche: Sola Scrittura, Sola Grazia, Sola Fede. Ma vuol anche dire un'altra cosa, estremamente importante, cioè che la nostra "controparte", ossia la persona con cui parliamo, non è una qualche autorità ecclesiastica o spirituale terrena, ma è Gesù Cristo.. Egli è il nostro interlocutore, . Egli soltanto è colui al quale ci rivolgiamo e a cui parliamo. Ciò significa, prima di tutto, che tra noi e il Signore non c'è alcun intermediario.. Noi siamo davanti a lui faccia a faccia. Nessuna persona umana può pretendere di fare l'interprete o il mediatore tra noi e Gesù; nessun gesto sacro può frapporsi tra noi e lui.. Certo, qualcuno può aiutarci a incontrarlo con la testimonianza e con il consiglio, ma poi scompare e ci lascia a tu per tu con lui. Si noti inoltre che non abbiamo detto "io" sono davanti a Gesù, ma "noi" siamo davanti a lui. Pensiamo ai numerosi versetti dell'apostolo Paolo in cui ci parla del "corpo di Cristo". Noi, credenti, siamo membri di chiesa, siamo il "corpo di Cristo". Gesù dice: – Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. –
Per molte persone, la religione è l'essenziale di un rapporto esclusivamente individuale "tra me e Dio". Esiste senza dubbio anche la dimensione personale. Molti salmi e molti passi biblici ci mostrano il singolo in preghiera, ma questi lo è sempre in quanto membro della comunanza di fratelli e sorelle credenti, membro del corpo di Cristo membro del popolo di Dio. La preghiera che Gesù ci da insegnato dice: – Padre Nostro… – Anche quando la dico da solo, quel "nostro" mi colloca subito nella comunità e nella solidarietà dei credenti. Coloro che credono non sono membri di un club religioso o appartenenti a un'associazione volontaria, ma sono come me, in tutta la forza del termine, membra del corpo di Cristo.

  • SOLI DEO GLORIA
È bene che chi crede legga la Scrittura, creda nel perdono di Dio, si rivolga a lui nella lode e nella preghiera. Ma deve anche sapere come comportarsi nei riguardi degli esseri umani e del creato di Dio in generale. Deve cioè avere un'etica. Non per meritare in qualche modo il perdono e la salvezza, ma per rispondere al dono di Dio con riconoscenza. Il detto latino riportato più sopra significa «alla sola gloria di Dio». In altri termini l'attività del credente non ha lo scopo di glorificare se stesso, né il partito né la patria e neppure la chiesa, ma deve essere orientata a glorificare Iddio. Lo dice anche un versetto dell'Evangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». Se si guarda in una chiave biblica quante volte le parole «gloria» e «glorificare» compaiono nella Scrittura, se ne trovano parecchie colonne, il che vuol dire che per gli autori biblici si tratta di qualche cosa di importante. Nel nostro linguaggio moderno quelle due parole sono diventate piuttosto scialbe, quindi ci si domanda che cosa davvero voglia dire «glorificare Iddio». Riprendo la spiegazione che ne dà il Dizionario biblico: glorificare Iddio significa riconoscere e proclamare la signoria e la potenza di Dio sull'Universo intero. A questo deve tendere la nostra vita morale, la nostra etica, le cose che facciamo… Anche sul terreno economico e politico. È il nostro atto di riconoscenza verso colui che ci ha amati e salvati per grazia.
                                                                                                          
                                                                                               (Past. Aldo Comba)