Matteo 25,1–13
La parabola delle dieci vergini
Il testo biblico
1 «Allora il regno dei cieli sarà paragonato a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. 2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio, 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. 6 Verso mezzanotte si levò un grido: "Ecco lo sposo, uscitegli incontro!" 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9 Ma le avvedute risposero: "No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!" 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, Signore, aprici!" 12 Ma egli rispose: "Io vi dico in verità: Non vi conosco". 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
Introduzione
Questa parabola è inserita nel più ampio discorso escatologico esposto nei capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo - discorso detto anche “apocalittico” o la piccola “apocalissi di Matteo” (apocalittico = (dal greco apokalypto, rivelare, svelare o togliere il velo, scoprire, in riferimento al disvelamento di una qualche verità nascosta soprattutto se riguardo a Dio o al suo piano per il mondo) - attraverso il quale Gesù istruisce i suoi discepoli su come vivere l’attesa del compimento del Regno di Dio.
Tutti i discorsi apocalittici del Nuovo Testamento seguono i canoni dell'"apocalittica giudaica"- genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. –, che per quanto “figlia della profezia” e ad essa somigliante sviluppò tratti di differenziazione che le dettero nuovo carattere e personalità propria da costituire un corpus letterario a parte.
Matteo, che si rifà a Marco per scrivere il suo vangelo, e Marco stesso hanno preso molto materiale dalla tradizione apocalittica allora circolante in Israele. Nelle “apocalissi sinottiche” di Marco, Matteo e Luca, ci sono frasi che si ritrovano in qualunque scritto giudaico di quel tempo che trattasse della fine di tutte le cose.
Nel giudaismo era diffuso il presentimento di avvenimenti messianici e c’era la consapevolezza che i tempi nuovi fossero imminenti, ma che sarebbero stati preceduti da catastrofi cosmiche e storiche sconvolgenti descritte con una serie di immagini (Satana e i suoi angeli contro i giusti, terremoti, guerre, carestie e così via). Si può dunque supporre che non tutto quanto troviamo nel capitolo 24 provenga dalla bocca di Gesù, ma “che la comunità primitiva gli abbia attribuito parole che provenivano dalla tradizione e che siano perfino stati intercalati nel capitolo brani di un’apocalissi giudaica che andavano di mano in mano su di un foglietto volante” (Günther Dehn. Il Figlio di Dio. Claudiana Editrice. 1950).
La parabola delle dieci vergini
Gesù racconta questa parabola ai suoi discepoli per invitarli a vivere l’attesa del ritorno dello Sposo, che tarda a venire, con una vigilanza attiva, con un impegno responsabile che produca segni concreti di fedeltà e di amore, come è evidente anche nella parabola del servo fedele (24,45-51), dei talenti (25,14-30) e in quella del giudizio contro le nazioni (25,31-46).
Le dieci “vergini” del racconto sono ragazze o damigelle d’onore della Sposa che dovranno attendere l’arrivo dello Sposo, munite di lampade per illuminare il corteo nuziale nel percorso fino alla sala delle nozze, dove si celebrerà il matrimonio dello Sposo con la sua Sposa.
Dunque, le dieci vergini non sono le spose, non sono loro le candidate al matrimonio, perché la Sposa c’è ma non appare nel racconto.
Delle dieci vergini cinque sono sagge e cinque stolte. Quelle sagge, nel prepararsi all’incontro con lo Sposo, prendono con sé le lampade e dell’olio per accenderle mentre le stolte si muniscono di lampade ma dimenticano di prendere dell’olio. L’attesa dello Sposo si fa lunga e le dieci ragazze, colte da probabile stanchezza e dal sonno, si addormentano, tutte. Ma ecco verso la mezzanotte qualcuno grida che lo Sposo è arrivato e che bisogna andargli incontro. Allora le dieci ragazze si svegliano e si accingono a preparare le lampade. È in questo momento che le stolte si accorgono di non avere l’olio per accendere le lampade. Chiedono alle ragazze sagge un po’ del loro olio, ma queste si rifiutano e consigliano di andarlo a comprare dai venditori.
Nel frattempo lo Sposo arriva, le ragazze sagge accompagnano il corteo nuziale illuminando con le loro lampade il percorso ed entrano nella sala delle nozze. La porta viene chiusa e le cinque ragazze stolte, arrivate in ritardo, restano fuori. Alla loro richiesta:“Signore, Signore, aprici!”, la risposta fu: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.
E Gesù conclude il racconto con questo avvertimento: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
Comprendere la parabola
Questa parabola, come tutte quelle narrate nei vangeli, non è un raccontino per gente analfabeta né una semplice, banale storia. È una forma comunicativa che Gesù utilizza per spiegare ai suoi ascoltatori, con immagini tratti dalla vita quotidiana, che il suo Regno non è un regno geografico ma è la vita dell’uomo vissuta sotto la signoria di Dio. Attraverso le sue parole, Gesù comunica delle verità profonde che l’ascoltatore deve saper cogliere perché esse riguardano la sua esistenza. Chi le ascolta o le legge si sente interrogato, chiamato in causa per prendere posizione e fare una scelta personale. Sono parole che non servono per divertire né per giocare a risolvere un enigma, ma per stimolare un cambiamento, una trasformazione, per generare una conversione, persino a vedere il mondo con gli occhi di Dio.
Le dieci vergini, il sonno e l’olio
Gesù, dunque, descrive la comunità dei suoi discepoli ricorrendo alle immagini femminili di dieci ragazze. È l’unico caso in tutti i vangeli. La divisione in stolte e sagge può stupirci ma deve farci riflettere che non esistono persone perfette né comunità perfette. Infatti, tutte si addormentano nel tempo del ritardo dello Sposo. È il sonno che coinvolge la vita di tutti noi credenti e che fa sorgere la domanda sulla qualità della nostra fede, perché il ritardo dello Sposo interroga anche noi, oggi, e ci chiede di esaminare quanto siamo capaci di vigilare e vegliare, di non abbassare la guardia o di non perdere il nostro entusiasmo, il primo amore, nell’attesa del Signore che viene.
Il comportamento delle ragazze è indicativo del loro percorso di fede, diverso per ciascuna di loro. Ognuno ha il proprio olio.
Molti teologi e predicatori hanno pensato che l’olio sia immagine della fede, delle opere caritatevoli, dello Spirito Santo, della perseveranza, del rapporto personale con Dio. Tutte queste interpretazioni hanno un certo fondamento di verità perché l’olio permette di accendere le lampade per fare luce e la luce nella Scrittura può scaturire dalla fede, dalle opere caritatevoli, dallo Spirito Santo, dal rapporto personale con Dio, da qualsiasi virtù che nutre il cammino dei/delle credenti per una sincera comunione col Signore.
Tuttavia, nella parabola c’è un momento che ci lascia alquanto sconcertati, cioè quando le ragazze sagge rifiutano di dare dell’olio alle ragazze stolte, perché in una comunità la condivisione è l’espressione pratica della comunione fraterna. Eppure, dobbiamo capire e accettare che ci sono cose, nella vita ecclesiale, che non si possono neanche prestare, come la propria fede personale, il proprio rapporto con Dio, la propria conversione, la propria maturità interiore o la propria integrità morale. L’olio così inteso è strettamente personale, non è cedibile. Per questo le ragazze sagge lo hanno rifiutato alle stolte: la luce prodotta dalla vita spirituale è un cammino personale.
Le lampade accese grazie all’olio ci dicono come le nostre vite devono essere pronte in qualsiasi momento ad accogliere lo Sposo, perché non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta. E questo ci porta direttamente al seguente tema:
Il ritardo dello Sposo
Nel raccontare la parabola, Gesù introduce il tema del ritardo dello Sposo. Perché? Perché il tempo dell’attesa dell’arrivo dello Sposo è importante per provare i cuori. In Matteo 24, 36 è scritto: “Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo”. E al v. 42 dello stesso capitolo, Gesù disse: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà”, avvertimento che chiude anche la nostra parabola: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
Se le ragazze sagge e quelle stolte avessero saputo quando sarebbe arrivato lo Sposo, si sarebbero certamente preparate, sia pure all’ultimo momento, e tutte sarebbero entrate nella sala dei festeggiamenti, ma non sarebbe emersa la differenza tra chi vive un’attesa profonda e chi vive un’attesa superficiale. Il ritardo, dunque, è rivelatore dell’intensità spirituale che abita ogni credente nella fedeltà alle promesse del Signore. Le prime comunità cristiane credevano imminente il ritorno di Gesù. La sua venuta le ha sostenute soprattutto in tempi difficili durante le persecuzioni. E ancora oggi, a duemila e più anni di distanza dalle promesse che troviamo nella Bibbia, molti credenti alimentano la loro fede anche sull’attesa di questo avvenimento.
Personalmente, credo che il Signore debba essere sempre atteso e incontrato oggi, qui ed ora, come se oggi si realizzasse la promessa del suo ritorno. L’attesa è tempo di responsabilità personale che deve caratterizzare la vita di oggi, ora, in questo momento, perché è oggi che sono chiamato a servirlo, a fare di Lui il Signore vero della mia vita. Dunque, Gesù viene, certamente, ma non domani o alla fine dei tempi cronologicamente individuati. Viene oggi, viene ogni giorno a incontrarmi. Ed io devo vegliare sulla mia vita spirituale perché Gesù “ritorna” tutte le volte che amo Dio e il mio prossimo, che perdono e chiedo di essere perdonato, che agisco e opero secondo la sua volontà nella giustizia e nella verità, che mi converto dagli idoli di questo mondo all’Iddio vero, Padre di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.
Lo Sposo e la Sposa
È interessante notare che lo Sposo nella parabola è una figura centrale, che anima il racconto, mentre la Sposa è assente. Tuttavia lo Sposo, anche se ritardatario, fa di tutto per incontrare la Sposa. Ma chi è lo Sposo e chi è la Sposa? La teologia ha indagato a fondo ed ha prodotto una gran quantità di libri al riguardo. Dunque, ci vorrebbe una trattazione a parte e una competenza specifica per rispondere alla domanda. Mi limito, quindi, a fornire qualche breve, succinta risposta dopo aver consultato alcuni commentari.
Lo Sposo è Gesù Cristo. Nella nostra parabola Gesù allude a se stesso quando parla dello Sposo, ma non lo dichiara apertamente; ma in Matteo 9,15 si definisce Sposo. E Giovanni Battista parla di Gesù come lo Sposo (Gv. 3,29). In Apocalisse 19,7 si parla delle nozze dell’Agnello, lo Sposo che arriva alla fine dei tempi.
Faccio notare che l’apostolo Paolo parla sempre Chiesa come di una fidanzata, mai di una Sposa, com’è scritto: “…perché vi ho fidanzati a un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo” (2 Cor. 11,2).
La Sposa, quindi, secondo l’interpretazione più diffusa, è la Chiesa escatologica che Gesù incontrerà alla fine dei tempi. Ma non è l’unica interpretazione, perché c’è chi sostiene che la Sposa sia Israele, altri pensano sia il Regno come comunione finale col Signore. E altri ancora, leggendo Apocalisse 21, credono sia la città di Gerusalemme o l’umanità redenta. Lascio, dunque, la risposta aperta perché ogni lettore approfondisca l’argomento e, secondo la propria fede o sensibilità spirituale e culturale, si dia la risposta che crede più giusta. Infine, al termine di questa meditazione, notiamo che Gesù non dà nessuna spiegazione dei vari personaggi ed elementi della parabola. Dal racconto emerge un unico e fondamentale insegnamento: vivere la fede personale con vigilanza e responsabilità “perché non sapete né il giorno né l’ora”.
A questo punto, possiamo anche congedarci da questa parabola. Invito, però, ciascuno/a di voi a farlo dopo aver risposto a queste domande:
- La mia lampada è accesa?
- Ho l’olio necessario per alimentarla?
- Vigilo per coltivare il mio rapporto con Dio?
- Sto vivendo in un modo che tiene conto dell’incontro, oggi, col Signore Gesù Cristo?
Aldo Palladino