Translate

05 gennaio 2026

Matteo 25,1-13 La parabola delle dieci vergini






                                           Matteo 25,1–13
                               La parabola delle dieci vergini
                     
                                               Meditazione di Aldo Palladino


Il testo biblico

1 «Allora il regno dei cieli sarà paragonato a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. 2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio, 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. 6 Verso mezzanotte si levò un grido: "Ecco lo sposo, uscitegli incontro!" 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9 Ma le avvedute risposero: "No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!" 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, Signore, aprici!" 12 Ma egli rispose: "Io vi dico in verità: Non vi conosco". 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

 

Introduzione

Questa parabola è inserita nel più ampio discorso escatologico esposto nei capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo - discorso detto anche “apocalittico” o la piccola “apocalissi di Matteo” (apocalittico = (dal greco apokalyptorivelare, svelare o togliere il velo, scoprire, in riferimento al disvelamento di una qualche verità nascosta soprattutto se riguardo a Dio o al suo piano per il mondo) - attraverso il quale Gesù istruisce i suoi discepoli su come vivere l’attesa del compimento del Regno di Dio 

Tutti i discorsi apocalittici del Nuovo Testamento seguono i canoni dell'"apocalittica giudaica"- genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. –, che per quanto “figlia della profezia” e ad essa somigliante sviluppò tratti di differenziazione che le dettero nuovo carattere e personalità propria da costituire un corpus letterario a parte.  

Matteo, che si rifà a Marco per scrivere il suo vangelo, e Marco stesso hanno preso molto materiale dalla tradizione apocalittica allora circolante in Israele. Nelle “apocalissi sinottiche” di Marco, Matteo e Luca, ci sono frasi che si ritrovano in qualunque scritto giudaico di quel tempo che trattasse della fine di tutte le cose. 

Nel giudaismo era diffuso il presentimento di avvenimenti messianici e c’era la consapevolezza che i tempi nuovi fossero imminenti, ma che sarebbero stati preceduti da catastrofi cosmiche e storiche sconvolgenti descritte con una serie di immagini (Satana e i suoi angeli contro i giusti, terremoti, guerre, carestie e così via). Si può dunque supporre che non tutto quanto troviamo nel capitolo 24 provenga dalla bocca di Gesù, ma “che la comunità primitiva gli abbia attribuito parole che provenivano dalla tradizione e che siano perfino stati intercalati nel capitolo brani di un’apocalissi giudaica che andavano di mano in mano su di un foglietto volante” (Günther Dehn. Il Figlio di Dio. Claudiana Editrice. 1950).

 

La parabola delle dieci vergini

Gesù racconta questa parabola ai suoi discepoli per invitarli a vivere l’attesa del ritorno dello Sposo, che tarda a venire, con una vigilanza attiva, con un impegno responsabile che produca segni concreti di fedeltà e di amore, come è evidente anche nella parabola del servo fedele (24,45-51), dei talenti (25,14-30) e in quella del giudizio contro le nazioni (25,31-46).

Le dieci “vergini” del racconto sono ragazze o damigelle d’onore della Sposa che dovranno attendere l’arrivo dello Sposo, munite di lampade per illuminare il corteo nuziale nel percorso fino alla sala delle nozze, dove si celebrerà il matrimonio dello Sposo con la sua Sposa. 

Dunque, le dieci vergini non sono le spose, non sono loro le candidate al matrimonio, perché la Sposa c’è ma non appare nel racconto.

Delle dieci vergini cinque sono sagge e cinque stolte. Quelle sagge, nel prepararsi all’incontro con lo Sposo, prendono con sé le lampade e dell’olio per accenderle mentre le stolte si muniscono di lampade ma dimenticano di prendere dell’olio. L’attesa dello Sposo si fa lunga e le dieci ragazze, colte da probabile stanchezza e dal sonno, si addormentano, tutte. Ma ecco verso la mezzanotte qualcuno grida che lo Sposo è arrivato e che bisogna andargli incontro. Allora le dieci ragazze si svegliano e si accingono a preparare le lampade. È in questo momento che le stolte si accorgono di non avere l’olio per accendere le lampade. Chiedono alle ragazze sagge un po’ del loro olio, ma queste si rifiutano e consigliano di andarlo a comprare dai venditori. 

Nel frattempo lo Sposo arriva, le ragazze sagge accompagnano il corteo nuziale illuminando con le loro lampade il percorso ed entrano nella sala delle nozze. La porta viene chiusa e le cinque ragazze stolte, arrivate in ritardo, restano fuori. Alla loro richiesta:“Signore, Signore, aprici!”, la risposta fu: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.

E Gesù conclude il racconto con questo avvertimento: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.  

 

Comprendere la parabola

Questa parabola, come tutte quelle narrate nei vangeli, non è un raccontino per gente analfabeta né una semplice, banale storia. È una forma comunicativa che Gesù utilizza per spiegare ai suoi ascoltatori, con immagini tratti dalla vita quotidiana, che il suo Regno non è un regno geografico ma è la vita dell’uomo vissuta sotto la signoria di Dio. Attraverso le sue parole, Gesù comunica delle verità profonde che l’ascoltatore deve saper cogliere perché esse riguardano la sua esistenza. Chi le ascolta o le legge si sente interrogato, chiamato in causa per prendere posizione e fare una scelta personale. Sono parole che non servono per divertire né per giocare a risolvere un enigma, ma per stimolare un cambiamento, una trasformazione, per generare una conversione, persino a vedere il mondo con gli occhi di Dio. 

 Le dieci vergini, il sonno e l’olio

Gesù, dunque, descrive la comunità dei suoi discepoli ricorrendo alle immagini femminili di dieci ragazze. È l’unico caso in tutti i vangeli. La divisione in stolte e sagge può stupirci ma deve farci riflettere che non esistono persone perfette né comunità perfette. Infatti, tutte si addormentano nel tempo del ritardo dello Sposo. È il sonno che coinvolge la vita di tutti noi credenti e che fa sorgere la domanda sulla qualità della nostra fede, perché il ritardo dello Sposo interroga anche noi, oggi, e ci chiede di esaminare quanto siamo capaci di vigilare e vegliare, di non abbassare la guardia o di non perdere il nostro entusiasmo, il primo amore, nell’attesa del Signore che viene. 

Il comportamento delle ragazze è indicativo del loro percorso di fede, diverso per ciascuna di loro. Ognuno ha il proprio olio. 

Molti teologi e predicatori hanno pensato che l’olio sia immagine della fede, delle opere caritatevoli, dello Spirito Santo, della perseveranza, del rapporto personale con Dio. Tutte queste interpretazioni hanno un certo fondamento di verità perché l’olio permette di accendere le lampade per fare luce e la luce nella Scrittura può scaturire dalla fede, dalle opere caritatevoli, dallo Spirito Santo, dal rapporto personale con Dio, da qualsiasi virtù che nutre il cammino dei/delle credenti per una sincera comunione col Signore.

Tuttavia, nella parabola c’è un momento che ci lascia alquanto sconcertati, cioè quando le ragazze sagge rifiutano di dare dell’olio alle ragazze stolte, perché in una comunità la condivisione è l’espressione pratica della comunione fraterna. Eppure, dobbiamo capire e accettare che ci sono cose, nella vita ecclesiale, che non si possono neanche prestare, come la propria fede personale, il proprio rapporto con Dio, la propria conversione, la propria maturità interiore o la propria integrità morale. L’olio così inteso è strettamente personale, non è cedibile. Per questo le ragazze sagge lo hanno rifiutato alle stolte: la luce prodotta dalla vita spirituale è un cammino personale. 

Le lampade accese grazie all’olio ci dicono come le nostre vite devono essere pronte in qualsiasi momento ad accogliere lo Sposo, perché non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta. E questo ci porta direttamente al seguente tema:

 

Il ritardo dello Sposo

Nel raccontare la parabola, Gesù introduce il tema del ritardo dello Sposo. Perché? Perché il tempo dell’attesa dell’arrivo dello Sposo è importante per provare i cuori. In Matteo 24, 36 è scritto: “Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo”.  E al v. 42 dello stesso capitolo, Gesù disse:  “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà”, avvertimento che chiude anche la nostra parabola: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Se le ragazze sagge e quelle stolte avessero saputo quando sarebbe arrivato lo Sposo, si sarebbero certamente preparate, sia pure all’ultimo momento, e tutte sarebbero entrate nella sala dei festeggiamenti, ma non sarebbe emersa la differenza tra chi vive un’attesa profonda e chi vive un’attesa superficiale. Il ritardo, dunque, è rivelatore dell’intensità spirituale che abita ogni credente nella fedeltà alle promesse del Signore. Le prime comunità cristiane credevano imminente il ritorno di Gesù. La sua venuta le ha sostenute soprattutto in tempi difficili durante le persecuzioni. E ancora oggi, a duemila e più anni di distanza dalle promesse che troviamo nella Bibbia, molti credenti alimentano la loro fede anche sull’attesa di questo avvenimento. 

Personalmente, credo che il Signore debba essere sempre atteso e incontrato oggi, qui ed ora, come se oggi si realizzasse la promessa del suo ritorno. L’attesa è tempo di responsabilità personale che deve caratterizzare la vita di oggi, ora, in questo momento, perché è oggi che sono chiamato a servirlo, a fare di Lui il Signore vero della mia vita. Dunque, Gesù viene, certamente, ma non domani o alla fine dei tempi cronologicamente individuati. Viene oggi, viene ogni giorno a incontrarmi. Ed io devo vegliare sulla mia vita spirituale perché Gesù “ritorna” tutte le volte che amo Dio e il mio prossimo, che perdono e chiedo di essere perdonato, che agisco e opero secondo la sua volontà nella giustizia e nella verità, che mi converto dagli idoli di questo mondo all’Iddio vero, Padre di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.  

 

Lo Sposo e la Sposa

È interessante notare che lo Sposo nella parabola è una figura centrale, che anima il racconto, mentre la Sposa è assente. Tuttavia lo Sposo, anche se ritardatario, fa di tutto per incontrare la Sposa. Ma chi è lo Sposo e chi è la Sposa? La teologia ha indagato a fondo ed ha prodotto una gran quantità di libri al riguardo. Dunque, ci vorrebbe una trattazione a parte e una competenza specifica per rispondere alla domanda. Mi limito, quindi, a fornire qualche breve, succinta risposta dopo aver consultato alcuni commentari.

Lo Sposo è Gesù Cristo. Nella nostra parabola Gesù allude a se stesso quando parla dello Sposo, ma non lo dichiara apertamente; ma in Matteo 9,15 si definisce Sposo. E Giovanni Battista parla di Gesù come lo Sposo (Gv. 3,29).  In Apocalisse 19,7 si parla delle nozze dell’Agnello, lo Sposo che arriva alla fine dei tempi. 

Faccio notare che l’apostolo Paolo parla sempre Chiesa come di una fidanzata, mai di una Sposa, com’è scritto: “…perché vi ho fidanzati a un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo” (2 Cor. 11,2).  

La Sposa, quindi, secondo l’interpretazione più diffusa, è la Chiesa escatologica che Gesù incontrerà alla fine dei tempi. Ma non è l’unica interpretazione, perché c’è chi sostiene che la Sposa sia Israele, altri pensano sia il Regno come comunione finale col Signore. E altri ancora, leggendo Apocalisse 21, credono sia la città di Gerusalemme o l’umanità redenta.                                                                                                        Lascio, dunque, la risposta aperta perché ogni lettore approfondisca l’argomento e, secondo la propria fede o sensibilità spirituale e culturale, si dia la risposta che crede più giusta.                                                                                                                           Infine, al termine di questa meditazione, notiamo che Gesù non dà nessuna spiegazione dei vari personaggi ed elementi della parabola. Dal racconto emerge un unico e fondamentale insegnamento: vivere la fede personale con vigilanza e responsabilità “perché non sapete né il giorno né l’ora”.

A questo punto, possiamo anche congedarci da questa parabola. Invito, però, ciascuno/a di voi a farlo dopo aver risposto a queste domande:

  •  La mia lampada è accesa? 
  • Ho l’olio necessario per alimentarla?
  • Vigilo per coltivare il mio rapporto con Dio?
  • Sto vivendo in un modo che tiene conto dell’incontro, oggi, col Signore Gesù Cristo?

                                                                                    Aldo Palladino





17 marzo 2025

1 Re 19,11-12 Dio parla nel silenzio



                               

   


1 Re 19:11-12

                                Dio parla nel         silenzio

                                             

                                        Riflessione biblica di Aldo Palladino

 


Il testo biblico (Riveduta 2020)

11 Iddio gli disse: “Esci fuori e fermati sul monte, davanti all'Eterno”. Ed ecco passava l'Eterno. Un vento forte, impetuoso, spaccava i monti e spezzava le rocce davanti all'Eterno, ma l'Eterno non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma l'Eterno non era nel terremoto. 12 E, dopo il terremoto, un fuoco; ma l'Eterno non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso.

 

Una premessa

Diversi profeti dell'Antico Testamento hanno vissuto momenti di scoraggiamento, delusione o addirittura desiderio di abbandonare la loro missione. Questi sentimenti emergono spesso di fronte all’incomprensione del popolo, alla persecuzione, alle minacce ricevute o alla durezza del messaggio che dovevano annunciare. È stato così per: 

1. Mosè che, dopo l’esodo dall’Egitto e durante il viaggio nel deserto verso la Terra promessa, sopraffatto dal peso della responsabilità, si lamenta con Dio per il continuo mormorare del popolo. Arriva a chiedere a Dio di togliergli la vita piuttosto che sopportare il fardello (Num. 11,10-15).

2. Geremianoto come il "profeta del pianto" per la sofferenza personale e la persecuzione subita. Durante il declino e la caduta di Gerusalemme (VI secolo a.C.), sotto la minaccia babilonese, esprime amarezza, accusa Dio di averlo sedotto e maledice il giorno della sua nascita. Nonostante il desiderio di tacere, il fuoco della parola di Dio lo costringe a continuare (Ger. 20,7-18).

3. Giona, che prima si imbarca su una nave per sottrarsi alla chiamata di Dio per andare a predicare a Ninive, capitale dell’impero assiro (VIII sec. a.C.), nemico d’Israele, e poi, costretto a ritornare sui suoi passi, va a Ninive ad annunciare la sua imminente distruzione. Ma quando Dio mostra la sua compassione e risparmia i Niniviti che si erano pentiti, Giona si arrabbia e desidera morire per la delusione (Giona 4,1-11).

4. Isaia, profeta nel Regno di Giuda (VIII sec. a.C.) in un periodo di minaccia da parte degli Assiri, che nel suo incontro con Dio nel Tempio si sente indegno e inadeguato a portare il messaggio profetico, lamentandosi di avere “labbra impure” (Is, 6,1-13).

5. Ezechiele, profeta durante l’esilio babilonese (VI sec. a.C.), che dopo la chiamata profetica è sopraffatto dall’amarezza e dallo sgomento, rimanendo in silenzio per sette giorni, triste e silenzioso, stordito dalla pesantezza del compito (Ez. 3,14-15).

6. Elia, il personaggio del nostro testo, profeta nel Regno del Nord (IX sec. a.C.), dopo la spettacolare vittoria contro i profeti di Baal sul Monte Carmelo (1 Re 18), fugge nel deserto per sottrarsi alla vendetta di Izebel. In 1 Re 19:1-18, Elia si sente solo, si siede sotto una ginestra e, scoraggiato, chiede a Dio di morire, dicendo: "Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!" (v.4).

Questi profeti mostrano tutta la loro umanità e vulnerabilità pur essendo dei grandi servitori di Dio. La loro fatica interiore sottolinea il peso della missione profetica, che spesso comporta isolamento, persecuzione e profonde crisi esistenziali. Tuttavia, in ogni caso, Dio li sostiene e rinnova la loro vocazione.

Nel silenzio Dio parla

La scena che ci presenta il testo biblico è narrata col linguaggio tradizionale della teofania, una manifestazione di Dio. Siamo sul monte Horeb (Sinai), dove il profeta Elia si è rifugiato in una caverna, spaventato per le minacce di morte di Izebel, ma anche stanco e depresso, probabilmente colto da una profonda crisi spirituale ed emotiva. 

     La spelonca è certamente per Elia un luogo in cui si sente al sicuro, ma anche uno spazio di isolamento e solitudine dove può riflettere sulla sua vita e su se stesso, e cercare le risposte ai suoi dubbi e alle sue paure, forse anche decidere se continuare la sua missione profetica. Ma Dio, che ha i suoi programmi, si presenta davanti alla spelonca e invita Elia ad uscire e a fermarsi sul monte. Elia non ubbidisce ma è spettatore di tre fenomeni sconvolgenti: il primo è un vento impetuoso che “schiantava i monti e spezzava le rocce”; il secondo è un terremoto; il terzo è un fuoco. E Dio non era né nel vento né nel terremoto né nel fuoco. Ma quando Elia ode il quarto fenomeno, cioè “un suono dolce e sommesso” (meglio nell’originale ebraico: “una voce di silenzio sottile”), solo allora viene fuori dalla spelonca. “E una voce giunse sino a lui e disse: “Che fai qui, Elia?”. Dio lo interpella, gli chiede spiegazioni sul suo comportamento. Ed Elia risponde elencando i motivi che lo hanno indotto a nascondersi: “… I figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita” (I Re 19, 14).  

Come interpretare tutto questo? 

Il vento, il terremoto, il fuoco sono fenomeni atmosferici naturali che esprimono simbolicamente lo stato d’animo di Elia e la crisi spirituale che lo ha sconvolto: paura, scoraggiamento, solitudine, sofferenza, abbandono e una forte depressione  gli producono un desiderio di morte. È in questo momento burrascoso dello stato d’animo di Elia che la Dio interviene. La natura si placa e si manifesta “una voce di silenzio sottile”. In questo silenzio, Dio parla al cuore di Elia. Questo insegna che la presenza divina si manifesta spesso in modi discreti, intimi e silenziosi, non secondo le aspettative umane ma sempre nel silenzio e nel raccoglimento.

Dopo l'incontro con Dio, Elia esce dalla caverna con una rinnovata forza spirituale e una missione chiara. Non è più schiavo della paura, ma è pronto a proseguire il suo compito come profeta. La sua lamentela di essere rimasto l’unico fedele (vv.10.14) svanisce quando Dio gli mostra che esiste un residuo fedele di settemila uomini (v.18). Lo sguardo di Dio vede la realtà con occhi che guardano al cuore e non all’apparenza, all’interiorità e non all’esteriorità, non in superficie ma in profondità. Rinnovato nello spirito e incoraggiato dal Signore, Elia è nuovamente pronto a servire il Signore.

     Oggi viviamo in un mondo rumoroso. I suoni costanti della tecnologia, i ritmi frenetici della società moderna, le preoccupazioni quotidiane riempiono le nostre menti e i nostri cuori. In mezzo a tanto frastuono, rischiamo di perdere una dimensione essenziale della vita spirituale: il silenzio. Ma è proprio nel silenzio che Dio spesso sceglie di rivelarsi.

Questo ci insegna che Dio non sempre parla nei modi che ci aspetteremmo. Egli si fa conoscere nel silenzio, nel momento in cui il nostro cuore è disposto ad ascoltare con attenzione. 

     Nella nostra vita quotidiana, siamo spesso tentati di cercare Dio in manifestazioni eclatanti, ma Egli ci invita a fermarci, a fare silenzio e ad ascoltare la Sua voce che parla con delicatezza. Come possiamo creare spazi di silenzio nella nostra giornata per ascoltare Dio?

 

Il silenzio come disciplina spirituale

Il silenzio non è solo l'assenza di rumore, ma un atteggiamento del cuore. 

La Scrittura ci invita ripetutamente a fare silenzio per riconoscere la presenza di Dio.

Nel Salmo 46:10 leggiamo: "Fermatevi e riconoscete che io sono Dio". Il termine "fermatevi" in ebraico può anche essere tradotto come "cessate", "calmatevi". Il silenzio diventa così una via per sperimentare la maestà di Dio e per permettere alla Sua pace di riempire le nostre vite.

     Nel Libro del Qohélet (Ecclesiaste) c’è un aspetto sapienziale del silenzio: “Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (3,7).  La saggezza sta nel sapere quando è il momento di rimanere in silenzio e quando è giusto esprimersi. Questo concetto è centrale nella sapienza biblica, dove il parlare avventato è spesso condannato, mentre il silenzio può essere segno di riflessione e prudenza. 

In generale, il versetto sottolinea la necessità di discernere i momenti giusti per ogni azione nella vita, un tema centrale nel messaggio di Qoelet.

     Nel libro dei Proverbi è evidenziato l’aspetto disciplinare: “Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio; chi tiene chiuse le labbra è un uomo intelligente” (17,28). Il che vuol dire che c’è silenzio e silenzio, il silenzio come vuoto, di chi nulla può dire ma tacendo passa per saggio, e il silenzio pieno, di chi ha da dire ma non parla perché intelligentemente preferisce dare spazio all’ascolto e al prestare attenzione.

     Inoltre c’è un silenzio che è un tacere dell’uomo di fronte a Dio. Sof. 1,7: “Tacete davanti al Signore”; Ab.2,20: “Tutta la terra faccia silenzio in Sua presenza”; Zac. 2,13: “Ogni creatura faccia silenzio in presenza del Signore”.

Tacere quando siamo davanti a Dio, perché si sia pronti ad ascoltare ciò che Dio ha da dirci. Perché nel nostro tacere, nel silenzio Dio parla a ciascuno di noi, nella nostra solitudine. “Parla, Signore, il tuo servo ascolta” (1 Sam. 3,10; ved. anche Salmo 28,1; 35,22 e 83,1).

     Miguel de Molinos, nella sua opera Manducatio spirituali (1687, I,17), ha scritto: “Tre modi vi sono di silenzio.Il primo è di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri.Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo, e perfettissimo il terzo.Nel primo, di parole, si raggiunge la virtù.Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete.Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore.Non parlando, non desiderando e non pensando,si arriva al vero silenzio interiore.In esso Dio parla con l’anima, si comunica.Le insegna nel suo più intimo la più perfetta e alta sapienza".    

 

     Possiamo praticare il silenzio come disciplina spirituale stabilendo momenti regolari di quiete nella nostra giornata. Ci sono pratiche come la meditazione biblica, la preghiera silenziosa e il digiuno dalle distrazioni che ci aiutano a entrare in una comunione più profonda con il Signore.

 Il silenzio come guarigione dell'anima

     Il silenzio non è solo uno strumento di ascolto, ma anche di guarigione. Quando il rumore esteriore e interiore si placa, Dio può toccare le ferite più profonde del nostro cuore. Gesù stesso cercava momenti di solitudine e silenzio per essere ristorato nella comunione con il Padre (Marco 1:35).

     In un mondo che ci spinge a riempire ogni istante di stimoli, dobbiamo riscoprire la bellezza del silenzio come luogo di rigenerazione spirituale ed emotiva. Come possiamo creare spazi di solitudine per lasciare che Dio ci guarisca?

 Il silenzio ci riavvicina alla creazione

     La natura stessa diventa un luogo privilegiato per ascoltare la voce di Dio. In Romani 1:20 leggiamo che "le sue perfezioni invisibili... si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo". Il contatto con la creazione, in un atteggiamento di silenzio e meraviglia, ci avvicina al Creatore.

     Possiamo riscoprire il silenzio immergendoci nella natura, facendo passeggiate contemplative e lasciandoci stupire dalla bellezza della creazione. Questi momenti ci ricordano che siamo parte di un disegno più grande e ci conducono alla lode.

 Il silenzio come preparazione all'eternità

     Nel libro dell'Apocalisse (8:1), leggiamo che "quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz'ora". Questo silenzio cosmico precede la rivelazione finale del regno di Dio. Il silenzio, dunque, non è un vuoto, ma una pienezza che prepara alla manifestazione ultima della gloria divina.

 Il silenzio che coltiviamo oggi è un'anticipazione della nostra comunione eterna con Dio. Possiamo considerare il silenzio come un'adorazione anticipata, un esercizio che ci prepara a incontrare faccia a faccia il nostro Signore.


     Dunque, il silenzio è un dono prezioso e una disciplina necessaria nella vita cristiana. Dio ci chiama a uscire dal rumore del mondo per ascoltare la Sua voce che parla con dolcezza. Nella quiete possiamo trovare chiarezza, guarigione e un rinnovato senso di meraviglia verso la creazione. 

 Il Signore ci invita a creare spazi di silenzio nella nostra vita. Quali rumori dobbiamo lasciare andare? Quali passi concreti possiamo fare per ascoltare la voce di Dio nel silenzio? Iniziamo  fin da ora a cercare il Suo volto in quel "suono dolce e sommesso", in quella “voce di silenzio sottile”!

 

                                                                                Aldo Palladino

24 febbraio 2025

Romani 13,1-7 Il cittadino di fronte alle autorità

 

Romani 13:1-7

Il cittadino di fronte alle autorità

Meditazione di Aldo Palladino

Testo biblico (Riveduta)

"Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v'è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono ordinate da Dio. Talché chi resiste all'autorità, resiste all'ordine di Dio; e quelli che resistono si attireranno addosso una condanna. Poiché i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le malvagie. Vuoi tu non aver paura dell'autorità? Fa' quel che è bene, e ne avrai lode, perché il magistrato è per te un ministro di Dio per il bene. Ma se fai quel ch'è male, temi; poiché egli non porta la spada invano, perché è un ministro di Dio, un vindice per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario essergli soggetti, non solo per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Poiché è anche per questo che voi pagate i tributi; perché quelli che attendono a questo compito sono ministri di Dio, e attendono costantemente a quest'ufficio. Rendete a tutti quel che dovete loro: il tributo a chi è dovuto il tributo, la gabella a chi la gabella; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore."

 

Introduzione

Meditiamo su questo testo dell'epistola ai Romani che ci raggiunge con delle affermazioni che sono estranee alla sensibilità di un credente del XXI secolo, abituato a non accettare qualsiasi pensiero supinamente ma a vagliarlo ed esaminarlo da più punti di vista per coglierne il senso più profondo.

Cosa intendeva dire l'apostolo Paolo con questo scritto? Voleva dirci che bisogna obbedire alle autorità in ogni tempo e luogo in modo acritico anche quando esse agiscono in modo oppressivo e ingiusto?

Per rispondere a questa domanda è necessario accostarsi al tema inquadrando il testo biblico nel suo contesto, esaminando il pensiero di Paolo, il suo atteggiamento di fronte alle autorità nonché il messaggio globale della Scrittura.

Il contesto storico

Quando Paolo scrisse questa lettera si trovava sotto l'autorità dell'Impero Romano, un governo autoritario che perseguitava i cristiani. È plausibile pensare che egli non intendesse giustificare ciecamente le ingiustizie del potere romano, anzi che fosse necessario opporsi alle autorità che violavano la legge. Due episodi emblematici ci aiutano a comprendere quale fosse il suo atteggiamento di fronte ai soprusi delle autorità.  Atti 16:16-24, 35-40 riporta l'episodio di Paolo e Sila che a Filippi chiesero giustizia e le scuse dei pretori, che li avevano prima battuti con le verghe, poi fatti incarcerare e, infine, liberare quando avevano saputo che Paolo e Sila erano cittadini romani. Paolo non fece passare inosservato questo errore giudiziario, che infrangeva la Lex Iulia, e pretese le scuse personali dei pretori.

Anche a Gerusalemme accadde un episodio analogo. In Atti 21-25 c'è un intero racconto di come Paolo abbia fatto valere i suoi diritti di cittadino romano per sfuggire ai complotti dei giudei contro di lui.                                                                                                   

Cosa deduciamo da queste esperienze dell'apostolo Paolo? Certamente che leggere questo passo in modo letterale può portare a pericolose distorsioni, come la giustificazione di regimi totalitari, la sottomissione passiva all'ingiustizia o l'accettazione di leggi contrarie alla volontà di Dio. Paolo sa bene che l'autorità è voluta da Dio ma se chi la esercita non segue principi di giustizia, di verità, di pace, di solidarietà o della difesa del bene comune deve essere combattuta e contrastata. Paolo non sta dicendo che ogni governo sia automaticamente giusto: sta affermando un principio generale sull'ordine e sulla funzione dell'autorità, che va compreso alla luce dell'intera Scrittura.

 L'autorità viene da Dio, ma non è Dio

Infatti, quando egli afferma che "non v'è autorità se non da Dio" (13,1), non intende dire che ogni governante agisce in accordo con la volontà di Dio. Significa che l'idea stessa di autorità ovvero che il principio di autorità necessario per la convivenza umana, per l'ordine sociale, è un principio divino. Qualsiasi gruppo umano per ben funzionare e per convivere in armonia ha bisogno di regole, norme, leggi emanate da un'istituzione umana - qualunque sia la forma di governo – che in quanto tale non è perfetta. Nella Bibbia, infatti, troviamo molti esempi in cui l'autorità umana viene giudicata e condannata quando non risponde a criteri in evidente opposizione alla volontà divina.

Ad esempio:

·       Il faraone d'Egitto resiste alla volontà di Dio e viene punito (Esodo 5-14).

·       Il Re Nabucodonosor: deve riconoscere che la sua autorità viene da Dio e non da se stesso (Daniele 4).

·       Gesù davanti a Pilato dice chiaramente che l'autorità di Pilato gli è stata data dall'alto, ma ciò non significa che Pilato agisca in modo giusto (Giovanni 19,11).

Questi esempi mostrano che le autorità sono sotto il giudizio divino e non hanno un potere assoluto, soprattutto se non perseguono la libertà, la verità, la giustizia, la pace secondo il pensiero di Dio.

 L'obbedienza alle autorità ha un limite

Leggendo la Scrittura, vediamo chiaramente che l'obbedienza alle autorità ha un limite: non possiamo obbedire quando ci viene chiesto di violare la volontà di Dio,

In Atti 5,29, Pietro e gli apostoli affermano: "Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini". Ciò significa che quando un governo impone leggi ingiuste, la resistenza diventa un dovere.

In Efesini 5,11 Paolo esorta: "Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, anzi denunciatele". Di fronte a governi corrotti o che limitano la libertà del popolo, il credente non può restare indifferente ma deve opporsi con determinazione, deve denunciare apertamente. 

Nella Bibbia ci sono diversi esempi di disobbedienza civile:

·       Le ostetriche ebree disobbediscono all'ordine del faraone di uccidere i neonati maschi (Esodo 1,17). E quando nacque Mosè, i suoi genitori non ebbero paura di nasconderlo per tre mesi andando contro l'editto del Faraone (Ebrei 11,23).

·       Daniele e i suoi amici (Shadrac, Meshach e Abednego) rifiutano di adorare l'immagine del re e Nabucodonosor li fa gettare nella fornace ardente da cui Dio li salvò (Daniele 3,1-30). Anche Daniele disubbidisce all'editto del re Dario in cui si vieta di non rivolgere preghiere a qualsiasi dio o uomo ma solo al re (6,7-10).

·       La regina Ester si presenta davanti al re per perorare la causa del suo popolo disubbidendo al divieto del re, che aveva vietato a chiunque di presentarsi davanti a lui senza autorizzazione (Ester 4,16).

·       Nel Nuovo Testamento, Pietro e Giovanni disobbediscono alle autorità ebraiche quando queste chiedono loro di smettere di predicare Gesù (Atti 4: 18-19).   

·       I primi cristiani non si piegano al culto dell'imperatore e affrontano il martirio.

Il ruolo del credente nella società

Dunque, il principio è che l'autorità di Dio sta al di sopra dell'autorità del governo. Tutti - il cristiano in particolare – sono chiamati ad obbedire, rispettare ed onorare le autorità di governo (1 Pietro 2,13-17) sempre che quest'ultime autorità non violino le leggi divine. L'obbedienza cristiana non è cieca, deve sempre essere praticata col discernimento della volontà di Dio.

Paolo invita i cristiani a essere cittadini responsabili, a pagare le tasse e a rispettare le leggi giuste. Ma il credente deve avere il ruolo di sentinella, pronto a lanciare l'allarme quando c'è un "nemico", qualunque esso sia, che minaccia la comunità umana.

Martin Lutero ha fatto una distinzione tra i "due regni", il regno temporale (governo civile) e il regno spirituale (il dominio di Dio), ed ha affermato che il cristiano, pur dovendo rispettare le autorità, non è moralmente vincolato a obbedire se la legge umana va contro la legge di Dio. In questo senso, l'autorità terrena dovrebbe essere rispettata fintanto che non richieda un'azione contraria alla volontà di Dio.

Dietrich Bonhoeffer, teologo e pastore tedesco che si oppose al nazismo, ha una posizione simile. Bonhoeffer considerava necessario resistere a un governo che operava palesemente contro la giustizia di Dio, affermando che obbedire a un regime nazista significava tradire il messaggio di Cristo. Il pensiero di Bonhoeffer sottolinea che un'autorità corrotta non è da Dio, e in tal caso l'opposizione diventa moralmente giustificata.

Martin Luther King ha lottato per il riconoscimento dei diritti civili e contro la segregazione razziale degli afroamericani.

Molti cristiani hanno saputo coniugare rispetto per l'ordine civile e resistenza ai regimi oppressivi.

In ambito filosofico, alcuni studiosi, come Kant, hanno riflettuto sul passaggio di Romani 13 in relazione all'autonomia morale dell'individuo. Secondo Kant, l'obbedienza morale non deve derivare da una sottomissione passiva ma deve essere frutto della propria capacità di discernimento e della legge morale interiore. La prospettiva kantiana mette l'accento sulla libertà e responsabilità individuale: gli individui devono seguire le leggi solo se queste rispettano la morale universale.

Dunque, la nostra fede ci chiama a un cammino di fiducia e sottomissione a Dio, anche in un mondo imperfetto e spesso ingiusto. La nostra sottomissione non è una resa, ma un atto di testimonianza che proclama la sovranità di Dio su ogni cosa. La nostra obbedienza non è una debolezza, ma un segno di forza interiore e di fiducia nel Signore. Viviamo come testimoni di Cristo, mostrando al mondo che un'altra vita è possibile: una vita di fede, integrità e giustizia.

Come possiamo vivere con integrità e giustizia, servendo Dio anche nelle piccole cose della nostra vita quotidiana? Come possiamo sottometterci alle autorità senza compromettere la nostra fede, ma usando la nostra vita come strumento di testimonianza? Preghiamo il Signore affinché ci dia forza, sapienza e coraggio per vivere secondo il Suo disegno, sapendo che siamo sotto la Sua sovranità e che ogni nostra azione può portare gloria a Lui.

Preghiamo per la nostra nazione, per i nostri governanti e per tutte le autorità, affinché possano operare secondo la volontà di Dio. E preghiamo per noi stessi, affinché possiamo essere fedeli a Cristo, nostro Re e Signore.

 

Aldo Palladino