1 Re 19:11-12
Dio parla nel silenzio
Riflessione biblica di Aldo Palladino
Il testo biblico (Riveduta 2020)
11 Iddio gli disse: “Esci fuori e fermati sul monte, davanti all'Eterno”. Ed ecco passava l'Eterno. Un vento forte, impetuoso, spaccava i monti e spezzava le rocce davanti all'Eterno, ma l'Eterno non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma l'Eterno non era nel terremoto. 12 E, dopo il terremoto, un fuoco; ma l'Eterno non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso.
Una premessa
Diversi profeti dell'Antico Testamento hanno vissuto momenti di scoraggiamento, delusione o addirittura desiderio di abbandonare la loro missione. Questi sentimenti emergono spesso di fronte all’incomprensione del popolo, alla persecuzione, alle minacce ricevute o alla durezza del messaggio che dovevano annunciare. È stato così per:
1. Mosè che, dopo l’esodo dall’Egitto e durante il viaggio nel deserto verso la Terra promessa, sopraffatto dal peso della responsabilità, si lamenta con Dio per il continuo mormorare del popolo. Arriva a chiedere a Dio di togliergli la vita piuttosto che sopportare il fardello (Num. 11,10-15).
2. Geremia, noto come il "profeta del pianto" per la sofferenza personale e la persecuzione subita. Durante il declino e la caduta di Gerusalemme (VI secolo a.C.), sotto la minaccia babilonese, esprime amarezza, accusa Dio di averlo sedotto e maledice il giorno della sua nascita. Nonostante il desiderio di tacere, il fuoco della parola di Dio lo costringe a continuare (Ger. 20,7-18).
3. Giona, che prima si imbarca su una nave per sottrarsi alla chiamata di Dio per andare a predicare a Ninive, capitale dell’impero assiro (VIII sec. a.C.), nemico d’Israele, e poi, costretto a ritornare sui suoi passi, va a Ninive ad annunciare la sua imminente distruzione. Ma quando Dio mostra la sua compassione e risparmia i Niniviti che si erano pentiti, Giona si arrabbia e desidera morire per la delusione (Giona 4,1-11).
4. Isaia, profeta nel Regno di Giuda (VIII sec. a.C.) in un periodo di minaccia da parte degli Assiri, che nel suo incontro con Dio nel Tempio si sente indegno e inadeguato a portare il messaggio profetico, lamentandosi di avere “labbra impure” (Is, 6,1-13).
5. Ezechiele, profeta durante l’esilio babilonese (VI sec. a.C.), che dopo la chiamata profetica è sopraffatto dall’amarezza e dallo sgomento, rimanendo in silenzio per sette giorni, triste e silenzioso, stordito dalla pesantezza del compito (Ez. 3,14-15).
6. Elia, il personaggio del nostro testo, profeta nel Regno del Nord (IX sec. a.C.), dopo la spettacolare vittoria contro i profeti di Baal sul Monte Carmelo (1 Re 18), fugge nel deserto per sottrarsi alla vendetta di Izebel. In 1 Re 19:1-18, Elia si sente solo, si siede sotto una ginestra e, scoraggiato, chiede a Dio di morire, dicendo: "Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!" (v.4).
Questi profeti mostrano tutta la loro umanità e vulnerabilità pur essendo dei grandi servitori di Dio. La loro fatica interiore sottolinea il peso della missione profetica, che spesso comporta isolamento, persecuzione e profonde crisi esistenziali. Tuttavia, in ogni caso, Dio li sostiene e rinnova la loro vocazione.
Nel silenzio Dio parla
La scena che ci presenta il testo biblico è narrata col linguaggio tradizionale della teofania, una manifestazione di Dio. Siamo sul monte Horeb (Sinai), dove il profeta Elia si è rifugiato in una caverna, spaventato per le minacce di morte di Izebel, ma anche stanco e depresso, probabilmente colto da una profonda crisi spirituale ed emotiva.
La spelonca è certamente per Elia un luogo in cui si sente al sicuro, ma anche uno spazio di isolamento e solitudine dove può riflettere sulla sua vita e su se stesso, e cercare le risposte ai suoi dubbi e alle sue paure, forse anche decidere se continuare la sua missione profetica. Ma Dio, che ha i suoi programmi, si presenta davanti alla spelonca e invita Elia ad uscire e a fermarsi sul monte. Elia non ubbidisce ma è spettatore di tre fenomeni sconvolgenti: il primo è un vento impetuoso che “schiantava i monti e spezzava le rocce”; il secondo è un terremoto; il terzo è un fuoco. E Dio non era né nel vento né nel terremoto né nel fuoco. Ma quando Elia ode il quarto fenomeno, cioè “un suono dolce e sommesso” (meglio nell’originale ebraico: “una voce di silenzio sottile”), solo allora viene fuori dalla spelonca. “E una voce giunse sino a lui e disse: “Che fai qui, Elia?”. Dio lo interpella, gli chiede spiegazioni sul suo comportamento. Ed Elia risponde elencando i motivi che lo hanno indotto a nascondersi: “… I figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita” (I Re 19, 14).
Come interpretare tutto questo?
Il vento, il terremoto, il fuoco sono fenomeni atmosferici naturali che esprimono simbolicamente lo stato d’animo di Elia e la crisi spirituale che lo ha sconvolto: paura, scoraggiamento, solitudine, sofferenza, abbandono e una forte depressione gli producono un desiderio di morte. È in questo momento burrascoso dello stato d’animo di Elia che la Dio interviene. La natura si placa e si manifesta “una voce di silenzio sottile”. In questo silenzio, Dio parla al cuore di Elia. Questo insegna che la presenza divina si manifesta spesso in modi discreti, intimi e silenziosi, non secondo le aspettative umane ma sempre nel silenzio e nel raccoglimento.
Dopo l'incontro con Dio, Elia esce dalla caverna con una rinnovata forza spirituale e una missione chiara. Non è più schiavo della paura, ma è pronto a proseguire il suo compito come profeta. La sua lamentela di essere rimasto l’unico fedele (vv.10.14) svanisce quando Dio gli mostra che esiste un residuo fedele di settemila uomini (v.18). Lo sguardo di Dio vede la realtà con occhi che guardano al cuore e non all’apparenza, all’interiorità e non all’esteriorità, non in superficie ma in profondità. Rinnovato nello spirito e incoraggiato dal Signore, Elia è nuovamente pronto a servire il Signore.
Oggi viviamo in un mondo rumoroso. I suoni costanti della tecnologia, i ritmi frenetici della società moderna, le preoccupazioni quotidiane riempiono le nostre menti e i nostri cuori. In mezzo a tanto frastuono, rischiamo di perdere una dimensione essenziale della vita spirituale: il silenzio. Ma è proprio nel silenzio che Dio spesso sceglie di rivelarsi.
Questo ci insegna che Dio non sempre parla nei modi che ci aspetteremmo. Egli si fa conoscere nel silenzio, nel momento in cui il nostro cuore è disposto ad ascoltare con attenzione.
Nella nostra vita quotidiana, siamo spesso tentati di cercare Dio in manifestazioni eclatanti, ma Egli ci invita a fermarci, a fare silenzio e ad ascoltare la Sua voce che parla con delicatezza. Come possiamo creare spazi di silenzio nella nostra giornata per ascoltare Dio?
Il silenzio come disciplina spirituale
Il silenzio non è solo l'assenza di rumore, ma un atteggiamento del cuore.
La Scrittura ci invita ripetutamente a fare silenzio per riconoscere la presenza di Dio.
Nel Salmo 46:10 leggiamo: "Fermatevi e riconoscete che io sono Dio". Il termine "fermatevi" in ebraico può anche essere tradotto come "cessate", "calmatevi". Il silenzio diventa così una via per sperimentare la maestà di Dio e per permettere alla Sua pace di riempire le nostre vite.
Nel Libro del Qohélet (Ecclesiaste) c’è un aspetto sapienziale del silenzio: “Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (3,7). La saggezza sta nel sapere quando è il momento di rimanere in silenzio e quando è giusto esprimersi. Questo concetto è centrale nella sapienza biblica, dove il parlare avventato è spesso condannato, mentre il silenzio può essere segno di riflessione e prudenza.
In generale, il versetto sottolinea la necessità di discernere i momenti giusti per ogni azione nella vita, un tema centrale nel messaggio di Qoelet.
Nel libro dei Proverbi è evidenziato l’aspetto disciplinare: “Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio; chi tiene chiuse le labbra è un uomo intelligente” (17,28). Il che vuol dire che c’è silenzio e silenzio, il silenzio come vuoto, di chi nulla può dire ma tacendo passa per saggio, e il silenzio pieno, di chi ha da dire ma non parla perché intelligentemente preferisce dare spazio all’ascolto e al prestare attenzione.
Inoltre c’è un silenzio che è un tacere dell’uomo di fronte a Dio. Sof. 1,7: “Tacete davanti al Signore”; Ab.2,20: “Tutta la terra faccia silenzio in Sua presenza”; Zac. 2,13: “Ogni creatura faccia silenzio in presenza del Signore”.
Tacere quando siamo davanti a Dio, perché si sia pronti ad ascoltare ciò che Dio ha da dirci. Perché nel nostro tacere, nel silenzio Dio parla a ciascuno di noi, nella nostra solitudine. “Parla, Signore, il tuo servo ascolta” (1 Sam. 3,10; ved. anche Salmo 28,1; 35,22 e 83,1).
Miguel de Molinos, nella sua opera Manducatio spirituali (1687, I,17), ha scritto: “Tre modi vi sono di silenzio.
Il primo è di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri.
Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo, e perfettissimo il terzo.
Nel primo, di parole, si raggiunge la virtù.
Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete.
Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore.
Non parlando, non desiderando e non pensando,
si arriva al vero silenzio interiore.
In esso Dio parla con l’anima, si comunica.
Le insegna nel suo più intimo la più perfetta e alta sapienza".
Possiamo praticare il silenzio come disciplina spirituale stabilendo momenti regolari di quiete nella nostra giornata. Ci sono pratiche come la meditazione biblica, la preghiera silenziosa e il digiuno dalle distrazioni che ci aiutano a entrare in una comunione più profonda con il Signore.
Il silenzio come guarigione dell'anima
Il silenzio non è solo uno strumento di ascolto, ma anche di guarigione. Quando il rumore esteriore e interiore si placa, Dio può toccare le ferite più profonde del nostro cuore. Gesù stesso cercava momenti di solitudine e silenzio per essere ristorato nella comunione con il Padre (Marco 1:35).
In un mondo che ci spinge a riempire ogni istante di stimoli, dobbiamo riscoprire la bellezza del silenzio come luogo di rigenerazione spirituale ed emotiva. Come possiamo creare spazi di solitudine per lasciare che Dio ci guarisca?
Il silenzio ci riavvicina alla creazione
La natura stessa diventa un luogo privilegiato per ascoltare la voce di Dio. In Romani 1:20 leggiamo che "le sue perfezioni invisibili... si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo". Il contatto con la creazione, in un atteggiamento di silenzio e meraviglia, ci avvicina al Creatore.
Possiamo riscoprire il silenzio immergendoci nella natura, facendo passeggiate contemplative e lasciandoci stupire dalla bellezza della creazione. Questi momenti ci ricordano che siamo parte di un disegno più grande e ci conducono alla lode.
Il silenzio come preparazione all'eternità
Nel libro dell'Apocalisse (8:1), leggiamo che "quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz'ora". Questo silenzio cosmico precede la rivelazione finale del regno di Dio. Il silenzio, dunque, non è un vuoto, ma una pienezza che prepara alla manifestazione ultima della gloria divina.
Il silenzio che coltiviamo oggi è un'anticipazione della nostra comunione eterna con Dio. Possiamo considerare il silenzio come un'adorazione anticipata, un esercizio che ci prepara a incontrare faccia a faccia il nostro Signore.
Dunque, il silenzio è un dono prezioso e una disciplina necessaria nella vita cristiana. Dio ci chiama a uscire dal rumore del mondo per ascoltare la Sua voce che parla con dolcezza. Nella quiete possiamo trovare chiarezza, guarigione e un rinnovato senso di meraviglia verso la creazione.
Il Signore ci invita a creare spazi di silenzio nella nostra vita. Quali rumori dobbiamo lasciare andare? Quali passi concreti possiamo fare per ascoltare la voce di Dio nel silenzio? Iniziamo fin da ora a cercare il Suo volto in quel "suono dolce e sommesso", in quella “voce di silenzio sottile”!
Aldo Palladino