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17 marzo 2025

1 Re 19,11-12 Dio parla nel silenzio



                               

   


1 Re 19:11-12

                                Dio parla nel         silenzio

                                             

                                        Riflessione biblica di Aldo Palladino

 


Il testo biblico (Riveduta 2020)

11 Iddio gli disse: “Esci fuori e fermati sul monte, davanti all'Eterno”. Ed ecco passava l'Eterno. Un vento forte, impetuoso, spaccava i monti e spezzava le rocce davanti all'Eterno, ma l'Eterno non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma l'Eterno non era nel terremoto. 12 E, dopo il terremoto, un fuoco; ma l'Eterno non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso.

 

Una premessa

Diversi profeti dell'Antico Testamento hanno vissuto momenti di scoraggiamento, delusione o addirittura desiderio di abbandonare la loro missione. Questi sentimenti emergono spesso di fronte all’incomprensione del popolo, alla persecuzione, alle minacce ricevute o alla durezza del messaggio che dovevano annunciare. È stato così per: 

1. Mosè che, dopo l’esodo dall’Egitto e durante il viaggio nel deserto verso la Terra promessa, sopraffatto dal peso della responsabilità, si lamenta con Dio per il continuo mormorare del popolo. Arriva a chiedere a Dio di togliergli la vita piuttosto che sopportare il fardello (Num. 11,10-15).

2. Geremianoto come il "profeta del pianto" per la sofferenza personale e la persecuzione subita. Durante il declino e la caduta di Gerusalemme (VI secolo a.C.), sotto la minaccia babilonese, esprime amarezza, accusa Dio di averlo sedotto e maledice il giorno della sua nascita. Nonostante il desiderio di tacere, il fuoco della parola di Dio lo costringe a continuare (Ger. 20,7-18).

3. Giona, che prima si imbarca su una nave per sottrarsi alla chiamata di Dio per andare a predicare a Ninive, capitale dell’impero assiro (VIII sec. a.C.), nemico d’Israele, e poi, costretto a ritornare sui suoi passi, va a Ninive ad annunciare la sua imminente distruzione. Ma quando Dio mostra la sua compassione e risparmia i Niniviti che si erano pentiti, Giona si arrabbia e desidera morire per la delusione (Giona 4,1-11).

4. Isaia, profeta nel Regno di Giuda (VIII sec. a.C.) in un periodo di minaccia da parte degli Assiri, che nel suo incontro con Dio nel Tempio si sente indegno e inadeguato a portare il messaggio profetico, lamentandosi di avere “labbra impure” (Is, 6,1-13).

5. Ezechiele, profeta durante l’esilio babilonese (VI sec. a.C.), che dopo la chiamata profetica è sopraffatto dall’amarezza e dallo sgomento, rimanendo in silenzio per sette giorni, triste e silenzioso, stordito dalla pesantezza del compito (Ez. 3,14-15).

6. Elia, il personaggio del nostro testo, profeta nel Regno del Nord (IX sec. a.C.), dopo la spettacolare vittoria contro i profeti di Baal sul Monte Carmelo (1 Re 18), fugge nel deserto per sottrarsi alla vendetta di Izebel. In 1 Re 19:1-18, Elia si sente solo, si siede sotto una ginestra e, scoraggiato, chiede a Dio di morire, dicendo: "Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!" (v.4).

Questi profeti mostrano tutta la loro umanità e vulnerabilità pur essendo dei grandi servitori di Dio. La loro fatica interiore sottolinea il peso della missione profetica, che spesso comporta isolamento, persecuzione e profonde crisi esistenziali. Tuttavia, in ogni caso, Dio li sostiene e rinnova la loro vocazione.

Nel silenzio Dio parla

La scena che ci presenta il testo biblico è narrata col linguaggio tradizionale della teofania, una manifestazione di Dio. Siamo sul monte Horeb (Sinai), dove il profeta Elia si è rifugiato in una caverna, spaventato per le minacce di morte di Izebel, ma anche stanco e depresso, probabilmente colto da una profonda crisi spirituale ed emotiva. 

     La spelonca è certamente per Elia un luogo in cui si sente al sicuro, ma anche uno spazio di isolamento e solitudine dove può riflettere sulla sua vita e su se stesso, e cercare le risposte ai suoi dubbi e alle sue paure, forse anche decidere se continuare la sua missione profetica. Ma Dio, che ha i suoi programmi, si presenta davanti alla spelonca e invita Elia ad uscire e a fermarsi sul monte. Elia non ubbidisce ma è spettatore di tre fenomeni sconvolgenti: il primo è un vento impetuoso che “schiantava i monti e spezzava le rocce”; il secondo è un terremoto; il terzo è un fuoco. E Dio non era né nel vento né nel terremoto né nel fuoco. Ma quando Elia ode il quarto fenomeno, cioè “un suono dolce e sommesso” (meglio nell’originale ebraico: “una voce di silenzio sottile”), solo allora viene fuori dalla spelonca. “E una voce giunse sino a lui e disse: “Che fai qui, Elia?”. Dio lo interpella, gli chiede spiegazioni sul suo comportamento. Ed Elia risponde elencando i motivi che lo hanno indotto a nascondersi: “… I figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita” (I Re 19, 14).  

Come interpretare tutto questo? 

Il vento, il terremoto, il fuoco sono fenomeni atmosferici naturali che esprimono simbolicamente lo stato d’animo di Elia e la crisi spirituale che lo ha sconvolto: paura, scoraggiamento, solitudine, sofferenza, abbandono e una forte depressione  gli producono un desiderio di morte. È in questo momento burrascoso dello stato d’animo di Elia che la Dio interviene. La natura si placa e si manifesta “una voce di silenzio sottile”. In questo silenzio, Dio parla al cuore di Elia. Questo insegna che la presenza divina si manifesta spesso in modi discreti, intimi e silenziosi, non secondo le aspettative umane ma sempre nel silenzio e nel raccoglimento.

Dopo l'incontro con Dio, Elia esce dalla caverna con una rinnovata forza spirituale e una missione chiara. Non è più schiavo della paura, ma è pronto a proseguire il suo compito come profeta. La sua lamentela di essere rimasto l’unico fedele (vv.10.14) svanisce quando Dio gli mostra che esiste un residuo fedele di settemila uomini (v.18). Lo sguardo di Dio vede la realtà con occhi che guardano al cuore e non all’apparenza, all’interiorità e non all’esteriorità, non in superficie ma in profondità. Rinnovato nello spirito e incoraggiato dal Signore, Elia è nuovamente pronto a servire il Signore.

     Oggi viviamo in un mondo rumoroso. I suoni costanti della tecnologia, i ritmi frenetici della società moderna, le preoccupazioni quotidiane riempiono le nostre menti e i nostri cuori. In mezzo a tanto frastuono, rischiamo di perdere una dimensione essenziale della vita spirituale: il silenzio. Ma è proprio nel silenzio che Dio spesso sceglie di rivelarsi.

Questo ci insegna che Dio non sempre parla nei modi che ci aspetteremmo. Egli si fa conoscere nel silenzio, nel momento in cui il nostro cuore è disposto ad ascoltare con attenzione. 

     Nella nostra vita quotidiana, siamo spesso tentati di cercare Dio in manifestazioni eclatanti, ma Egli ci invita a fermarci, a fare silenzio e ad ascoltare la Sua voce che parla con delicatezza. Come possiamo creare spazi di silenzio nella nostra giornata per ascoltare Dio?

 

Il silenzio come disciplina spirituale

Il silenzio non è solo l'assenza di rumore, ma un atteggiamento del cuore. 

La Scrittura ci invita ripetutamente a fare silenzio per riconoscere la presenza di Dio.

Nel Salmo 46:10 leggiamo: "Fermatevi e riconoscete che io sono Dio". Il termine "fermatevi" in ebraico può anche essere tradotto come "cessate", "calmatevi". Il silenzio diventa così una via per sperimentare la maestà di Dio e per permettere alla Sua pace di riempire le nostre vite.

     Nel Libro del Qohélet (Ecclesiaste) c’è un aspetto sapienziale del silenzio: “Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (3,7).  La saggezza sta nel sapere quando è il momento di rimanere in silenzio e quando è giusto esprimersi. Questo concetto è centrale nella sapienza biblica, dove il parlare avventato è spesso condannato, mentre il silenzio può essere segno di riflessione e prudenza. 

In generale, il versetto sottolinea la necessità di discernere i momenti giusti per ogni azione nella vita, un tema centrale nel messaggio di Qoelet.

     Nel libro dei Proverbi è evidenziato l’aspetto disciplinare: “Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio; chi tiene chiuse le labbra è un uomo intelligente” (17,28). Il che vuol dire che c’è silenzio e silenzio, il silenzio come vuoto, di chi nulla può dire ma tacendo passa per saggio, e il silenzio pieno, di chi ha da dire ma non parla perché intelligentemente preferisce dare spazio all’ascolto e al prestare attenzione.

     Inoltre c’è un silenzio che è un tacere dell’uomo di fronte a Dio. Sof. 1,7: “Tacete davanti al Signore”; Ab.2,20: “Tutta la terra faccia silenzio in Sua presenza”; Zac. 2,13: “Ogni creatura faccia silenzio in presenza del Signore”.

Tacere quando siamo davanti a Dio, perché si sia pronti ad ascoltare ciò che Dio ha da dirci. Perché nel nostro tacere, nel silenzio Dio parla a ciascuno di noi, nella nostra solitudine. “Parla, Signore, il tuo servo ascolta” (1 Sam. 3,10; ved. anche Salmo 28,1; 35,22 e 83,1).

     Miguel de Molinos, nella sua opera Manducatio spirituali (1687, I,17), ha scritto: “Tre modi vi sono di silenzio.Il primo è di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri.Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo, e perfettissimo il terzo.Nel primo, di parole, si raggiunge la virtù.Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete.Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore.Non parlando, non desiderando e non pensando,si arriva al vero silenzio interiore.In esso Dio parla con l’anima, si comunica.Le insegna nel suo più intimo la più perfetta e alta sapienza".    

 

     Possiamo praticare il silenzio come disciplina spirituale stabilendo momenti regolari di quiete nella nostra giornata. Ci sono pratiche come la meditazione biblica, la preghiera silenziosa e il digiuno dalle distrazioni che ci aiutano a entrare in una comunione più profonda con il Signore.

 Il silenzio come guarigione dell'anima

     Il silenzio non è solo uno strumento di ascolto, ma anche di guarigione. Quando il rumore esteriore e interiore si placa, Dio può toccare le ferite più profonde del nostro cuore. Gesù stesso cercava momenti di solitudine e silenzio per essere ristorato nella comunione con il Padre (Marco 1:35).

     In un mondo che ci spinge a riempire ogni istante di stimoli, dobbiamo riscoprire la bellezza del silenzio come luogo di rigenerazione spirituale ed emotiva. Come possiamo creare spazi di solitudine per lasciare che Dio ci guarisca?

 Il silenzio ci riavvicina alla creazione

     La natura stessa diventa un luogo privilegiato per ascoltare la voce di Dio. In Romani 1:20 leggiamo che "le sue perfezioni invisibili... si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo". Il contatto con la creazione, in un atteggiamento di silenzio e meraviglia, ci avvicina al Creatore.

     Possiamo riscoprire il silenzio immergendoci nella natura, facendo passeggiate contemplative e lasciandoci stupire dalla bellezza della creazione. Questi momenti ci ricordano che siamo parte di un disegno più grande e ci conducono alla lode.

 Il silenzio come preparazione all'eternità

     Nel libro dell'Apocalisse (8:1), leggiamo che "quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz'ora". Questo silenzio cosmico precede la rivelazione finale del regno di Dio. Il silenzio, dunque, non è un vuoto, ma una pienezza che prepara alla manifestazione ultima della gloria divina.

 Il silenzio che coltiviamo oggi è un'anticipazione della nostra comunione eterna con Dio. Possiamo considerare il silenzio come un'adorazione anticipata, un esercizio che ci prepara a incontrare faccia a faccia il nostro Signore.


     Dunque, il silenzio è un dono prezioso e una disciplina necessaria nella vita cristiana. Dio ci chiama a uscire dal rumore del mondo per ascoltare la Sua voce che parla con dolcezza. Nella quiete possiamo trovare chiarezza, guarigione e un rinnovato senso di meraviglia verso la creazione. 

 Il Signore ci invita a creare spazi di silenzio nella nostra vita. Quali rumori dobbiamo lasciare andare? Quali passi concreti possiamo fare per ascoltare la voce di Dio nel silenzio? Iniziamo  fin da ora a cercare il Suo volto in quel "suono dolce e sommesso", in quella “voce di silenzio sottile”!

 

                                                                                Aldo Palladino

24 febbraio 2025

Romani 13,1-7 Il cittadino di fronte alle autorità

 

Romani 13:1-7

Il cittadino di fronte alle autorità

Meditazione di Aldo Palladino

Testo biblico (Riveduta)

"Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v'è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono ordinate da Dio. Talché chi resiste all'autorità, resiste all'ordine di Dio; e quelli che resistono si attireranno addosso una condanna. Poiché i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le malvagie. Vuoi tu non aver paura dell'autorità? Fa' quel che è bene, e ne avrai lode, perché il magistrato è per te un ministro di Dio per il bene. Ma se fai quel ch'è male, temi; poiché egli non porta la spada invano, perché è un ministro di Dio, un vindice per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario essergli soggetti, non solo per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Poiché è anche per questo che voi pagate i tributi; perché quelli che attendono a questo compito sono ministri di Dio, e attendono costantemente a quest'ufficio. Rendete a tutti quel che dovete loro: il tributo a chi è dovuto il tributo, la gabella a chi la gabella; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore."

 

Introduzione

Meditiamo su questo testo dell'epistola ai Romani che ci raggiunge con delle affermazioni che sono estranee alla sensibilità di un credente del XXI secolo, abituato a non accettare qualsiasi pensiero supinamente ma a vagliarlo ed esaminarlo da più punti di vista per coglierne il senso più profondo.

Cosa intendeva dire l'apostolo Paolo con questo scritto? Voleva dirci che bisogna obbedire alle autorità in ogni tempo e luogo in modo acritico anche quando esse agiscono in modo oppressivo e ingiusto?

Per rispondere a questa domanda è necessario accostarsi al tema inquadrando il testo biblico nel suo contesto, esaminando il pensiero di Paolo, il suo atteggiamento di fronte alle autorità nonché il messaggio globale della Scrittura.

Il contesto storico

Quando Paolo scrisse questa lettera si trovava sotto l'autorità dell'Impero Romano, un governo autoritario che perseguitava i cristiani. È plausibile pensare che egli non intendesse giustificare ciecamente le ingiustizie del potere romano, anzi che fosse necessario opporsi alle autorità che violavano la legge. Due episodi emblematici ci aiutano a comprendere quale fosse il suo atteggiamento di fronte ai soprusi delle autorità.  Atti 16:16-24, 35-40 riporta l'episodio di Paolo e Sila che a Filippi chiesero giustizia e le scuse dei pretori, che li avevano prima battuti con le verghe, poi fatti incarcerare e, infine, liberare quando avevano saputo che Paolo e Sila erano cittadini romani. Paolo non fece passare inosservato questo errore giudiziario, che infrangeva la Lex Iulia, e pretese le scuse personali dei pretori.

Anche a Gerusalemme accadde un episodio analogo. In Atti 21-25 c'è un intero racconto di come Paolo abbia fatto valere i suoi diritti di cittadino romano per sfuggire ai complotti dei giudei contro di lui.                                                                                                   

Cosa deduciamo da queste esperienze dell'apostolo Paolo? Certamente che leggere questo passo in modo letterale può portare a pericolose distorsioni, come la giustificazione di regimi totalitari, la sottomissione passiva all'ingiustizia o l'accettazione di leggi contrarie alla volontà di Dio. Paolo sa bene che l'autorità è voluta da Dio ma se chi la esercita non segue principi di giustizia, di verità, di pace, di solidarietà o della difesa del bene comune deve essere combattuta e contrastata. Paolo non sta dicendo che ogni governo sia automaticamente giusto: sta affermando un principio generale sull'ordine e sulla funzione dell'autorità, che va compreso alla luce dell'intera Scrittura.

 L'autorità viene da Dio, ma non è Dio

Infatti, quando egli afferma che "non v'è autorità se non da Dio" (13,1), non intende dire che ogni governante agisce in accordo con la volontà di Dio. Significa che l'idea stessa di autorità ovvero che il principio di autorità necessario per la convivenza umana, per l'ordine sociale, è un principio divino. Qualsiasi gruppo umano per ben funzionare e per convivere in armonia ha bisogno di regole, norme, leggi emanate da un'istituzione umana - qualunque sia la forma di governo – che in quanto tale non è perfetta. Nella Bibbia, infatti, troviamo molti esempi in cui l'autorità umana viene giudicata e condannata quando non risponde a criteri in evidente opposizione alla volontà divina.

Ad esempio:

·       Il faraone d'Egitto resiste alla volontà di Dio e viene punito (Esodo 5-14).

·       Il Re Nabucodonosor: deve riconoscere che la sua autorità viene da Dio e non da se stesso (Daniele 4).

·       Gesù davanti a Pilato dice chiaramente che l'autorità di Pilato gli è stata data dall'alto, ma ciò non significa che Pilato agisca in modo giusto (Giovanni 19,11).

Questi esempi mostrano che le autorità sono sotto il giudizio divino e non hanno un potere assoluto, soprattutto se non perseguono la libertà, la verità, la giustizia, la pace secondo il pensiero di Dio.

 L'obbedienza alle autorità ha un limite

Leggendo la Scrittura, vediamo chiaramente che l'obbedienza alle autorità ha un limite: non possiamo obbedire quando ci viene chiesto di violare la volontà di Dio,

In Atti 5,29, Pietro e gli apostoli affermano: "Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini". Ciò significa che quando un governo impone leggi ingiuste, la resistenza diventa un dovere.

In Efesini 5,11 Paolo esorta: "Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, anzi denunciatele". Di fronte a governi corrotti o che limitano la libertà del popolo, il credente non può restare indifferente ma deve opporsi con determinazione, deve denunciare apertamente. 

Nella Bibbia ci sono diversi esempi di disobbedienza civile:

·       Le ostetriche ebree disobbediscono all'ordine del faraone di uccidere i neonati maschi (Esodo 1,17). E quando nacque Mosè, i suoi genitori non ebbero paura di nasconderlo per tre mesi andando contro l'editto del Faraone (Ebrei 11,23).

·       Daniele e i suoi amici (Shadrac, Meshach e Abednego) rifiutano di adorare l'immagine del re e Nabucodonosor li fa gettare nella fornace ardente da cui Dio li salvò (Daniele 3,1-30). Anche Daniele disubbidisce all'editto del re Dario in cui si vieta di non rivolgere preghiere a qualsiasi dio o uomo ma solo al re (6,7-10).

·       La regina Ester si presenta davanti al re per perorare la causa del suo popolo disubbidendo al divieto del re, che aveva vietato a chiunque di presentarsi davanti a lui senza autorizzazione (Ester 4,16).

·       Nel Nuovo Testamento, Pietro e Giovanni disobbediscono alle autorità ebraiche quando queste chiedono loro di smettere di predicare Gesù (Atti 4: 18-19).   

·       I primi cristiani non si piegano al culto dell'imperatore e affrontano il martirio.

Il ruolo del credente nella società

Dunque, il principio è che l'autorità di Dio sta al di sopra dell'autorità del governo. Tutti - il cristiano in particolare – sono chiamati ad obbedire, rispettare ed onorare le autorità di governo (1 Pietro 2,13-17) sempre che quest'ultime autorità non violino le leggi divine. L'obbedienza cristiana non è cieca, deve sempre essere praticata col discernimento della volontà di Dio.

Paolo invita i cristiani a essere cittadini responsabili, a pagare le tasse e a rispettare le leggi giuste. Ma il credente deve avere il ruolo di sentinella, pronto a lanciare l'allarme quando c'è un "nemico", qualunque esso sia, che minaccia la comunità umana.

Martin Lutero ha fatto una distinzione tra i "due regni", il regno temporale (governo civile) e il regno spirituale (il dominio di Dio), ed ha affermato che il cristiano, pur dovendo rispettare le autorità, non è moralmente vincolato a obbedire se la legge umana va contro la legge di Dio. In questo senso, l'autorità terrena dovrebbe essere rispettata fintanto che non richieda un'azione contraria alla volontà di Dio.

Dietrich Bonhoeffer, teologo e pastore tedesco che si oppose al nazismo, ha una posizione simile. Bonhoeffer considerava necessario resistere a un governo che operava palesemente contro la giustizia di Dio, affermando che obbedire a un regime nazista significava tradire il messaggio di Cristo. Il pensiero di Bonhoeffer sottolinea che un'autorità corrotta non è da Dio, e in tal caso l'opposizione diventa moralmente giustificata.

Martin Luther King ha lottato per il riconoscimento dei diritti civili e contro la segregazione razziale degli afroamericani.

Molti cristiani hanno saputo coniugare rispetto per l'ordine civile e resistenza ai regimi oppressivi.

In ambito filosofico, alcuni studiosi, come Kant, hanno riflettuto sul passaggio di Romani 13 in relazione all'autonomia morale dell'individuo. Secondo Kant, l'obbedienza morale non deve derivare da una sottomissione passiva ma deve essere frutto della propria capacità di discernimento e della legge morale interiore. La prospettiva kantiana mette l'accento sulla libertà e responsabilità individuale: gli individui devono seguire le leggi solo se queste rispettano la morale universale.

Dunque, la nostra fede ci chiama a un cammino di fiducia e sottomissione a Dio, anche in un mondo imperfetto e spesso ingiusto. La nostra sottomissione non è una resa, ma un atto di testimonianza che proclama la sovranità di Dio su ogni cosa. La nostra obbedienza non è una debolezza, ma un segno di forza interiore e di fiducia nel Signore. Viviamo come testimoni di Cristo, mostrando al mondo che un'altra vita è possibile: una vita di fede, integrità e giustizia.

Come possiamo vivere con integrità e giustizia, servendo Dio anche nelle piccole cose della nostra vita quotidiana? Come possiamo sottometterci alle autorità senza compromettere la nostra fede, ma usando la nostra vita come strumento di testimonianza? Preghiamo il Signore affinché ci dia forza, sapienza e coraggio per vivere secondo il Suo disegno, sapendo che siamo sotto la Sua sovranità e che ogni nostra azione può portare gloria a Lui.

Preghiamo per la nostra nazione, per i nostri governanti e per tutte le autorità, affinché possano operare secondo la volontà di Dio. E preghiamo per noi stessi, affinché possiamo essere fedeli a Cristo, nostro Re e Signore.

 

Aldo Palladino

17 febbraio 2025

Gesù calma la tempesta

Marco 4,35-41

Gesù calma la tempesta

Meditazione di Aldo Palladino

Il testo biblico

35 In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all'altra riva». 36 E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. 37 Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. 38 Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» 39 Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. 40 Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» 41 Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?»

Introduzione

Questo racconto va inquadrato nel contesto delle narrazioni che riferiscono dell’intensa attività di insegnamento di Gesù nell’arco di una giornata presso il Mare di Galilea (chiamato anche  Lago di Tiberiade o di Gennesaret). Aveva raccontato e spiegato la parabola del seminatore (4,1-20; vedi anche Matteo 13,3-9 e Luca 8,5-8), quella della lampada sul candeliere (4, 21-24; Mt. 5,15-16, Lc. 8,16-18), quella del seme che da sé germoglia e cresce (4,26-29), e quella del granello di senape (4, 30-34; Mt. 16,31-32; Lc. 13,18-19). Sono parabole cosiddette del Regno di Dio (1), perché attraverso di esse Gesù rivela il mistero del Regno in modo accessibile e suscita una riflessione profonda in chi ascolta. 

Il nostro testo, in particolare, porta i discepoli a una comprensione progressiva dell’identità di Gesù.

Passiamo all’altra riva”

Alla sera di quella giornata, pur stanco e affaticato, il pensiero di Gesù va “all’altra riva”. Gesù vuole attraversare il lago e approdare “all’altra riva”, nella Decapoli, ad est del lago di Galilea, la regione dei Geraseni (5:1). Perché? Perché dall’altra parte del lago c’è gente che ha bisogno della sua Parola, anche se sono non ebrei. Sono pagani che parlano un’altra lingua, gente di altra cultura e tradizioni. Gente diversa. A quei “diversi” Gesù vuole parlare. “Passiamo all’altra riva” è un invito ai discepoli a mettersi in contatto con quegli altri, con quei “diversi”. 

Il testo non ci dice quale sia stata la reazione dei discepoli. Possiamo solo immaginare cosa abbiano pensato, loro che storicamente si sono ben tenuti lontani da quella gente. Tuttavia, alla parola di Gesù, salgono nella barca e salpano.  

 

“Così com’era”

Il nostro testo afferma che i discepoli, congedata la folla, presero Gesù nella barca “così com’era” (ὡς ἦν).

È un’espressione alquanto enigmatica che ha dato luogo a fiumi di inchiostro con diverse interpretazioni. Ne elenco alcune:

1.     L’espressione potrebbe indicare che i discepoli presero Gesù senza particolari preparativi, esattamente nella condizione in cui si trovava in quel momento, probabilmente stanco dopo l’insegnamento alla folla. Questo sottolineerebbe l’urgenza della partenza.

2.     Dato che nei versetti precedenti (Marco 4,1) si dice che Gesù insegnava alla folla dalla barca, "così com’era" potrebbe significare che i discepoli non fecero altro che allontanarsi dalla riva con lui già a bordo, senza farlo scendere e risalire.

3.     Alcuni vedono in questa frase un'allusione alla condizione umana di Gesù: lo prendono così com’è, nella sua semplicità e forse nella sua fatica, senza richieste particolari o cambiamenti.

4.     Può anche indicare che i discepoli accolgono Gesù senza volerlo modificare o adattare alle loro aspettative, ma accettandolo nella sua interezza, con la sua missione e identità.

L’espressione, pur essendo breve, ha quindi una forte carica simbolica e teologica, riflettendo l’atteggiamento con cui i discepoli e ogni credente dovrebbero accogliere Gesù: senza condizioni, senza pretese, così com’è.

 La tempesta

Durante la traversata del lago, improvvisamente, si scatena una tempesta così violenta che le onde minacciano di sommergere la barca. I discepoli sono fortemente agitati e spaventati per il pericolo di affondare. Gesù, invece, a poppa della barca, dorme profondamente su un cuscino, un dettaglio che sottolinea sia la sua umanità (la stanchezza) sia la sua fiducia assoluta nel Padre. 

Al versetto 38, i discepoli svegliano Gesù con un’invocazione carica di ansia e rimprovero: "Maestro, non t’importa che moriamo?". 

Questa domanda non è solo una richiesta di aiuto, ma esprime un dubbio sulla cura e sull’interessamento di Gesù nei loro confronti. È un grido di disperazione, tipico dell’essere umano di fronte alla prova. La tempesta, infatti, è simbolo delle difficoltà e delle incertezze che i credenti affrontano nella loro vita di fede, simbolo anche delle crisi cui la comunità cristiana dovrà fronteggiare.

     Nella Bibbia, c’è un episodio di tempesta nel libro del profeta Giona. Fu la tempesta, provocata da Dio, che fermò la fuga di Giona, che si era imbarcato su una nave diretta verso la Spagna (Tarsis) per sottrarsi al compito che Dio gli aveva affidato di andare a predicare alla città di Ninive. Dio, dunque, sovverte i nostri piani umani e traccia le nostre vite secondo la sua volontà. Giona, infatti, attraverso le vicende raccontate in quel meraviglioso libro biblico, è costretto a tornare indietro e ad andare là dove Dio gli aveva detto. 

Sollecitato dai discepoli, Gesù si sveglia, comanda al vento e al mare di calmarsi, e tutto torna sereno. Poi si rivolge ai discepoli con due domande incisive: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?" (v. 40). La paura e la mancanza di fede sono contrapposte. I discepoli hanno visto Gesù compiere miracoli, ma ancora non comprendono pienamente chi Egli sia.

 

L’identità di Gesù

Al v. 41 la reazione dei discepoli è sorprendente: "Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?". Dopo tutto ciò che hanno visto, vivendo sempre con Lui, ancora non hanno capito la sua identità. Questo episodio segna un punto di svolta: Gesù non è solo un maestro o un profeta, ma colui che ha potere sulla natura stessa. Nel contesto biblico, solo Dio domina il mare (Salmo 89,9; 107,23-30). Il fatto che Gesù calmi la tempesta con la sua parola lo pone sullo stesso piano di Dio. I discepoli hanno una comprensione limitata di Gesù, ma con questa esperienza cominciano a comprendere che il loro Maestro ha poteri, privilegi e autorità che solo Dio ha. La loro fede viene messa alla prova e sfidata a crescere.

La domanda "Chi è costui?" non è solo una questione storica, ma è anche la domanda di ogni generazione di cristiani che si confrontano con la realtà del male e della sofferenza.

Il rimprovero di Gesù sulla loro mancanza di fede è un invito a fidarsi di Dio anche nei momenti di tempesta. Questo episodio insegna che la paura non è sconfitta semplicemente con la conoscenza intellettuale, ma con la fiducia profonda in Cristo. La vera fede non è solo credere nei miracoli, ma riconoscere in Gesù il Signore della storia e della vita.

Come i discepoli, anche noi spesso viviamo momenti di dubbio e paura. Ci chiediamo se Dio sia davvero presente nelle nostre difficoltà. La risposta di Gesù è chiara: Egli è con noi, anche quando sembra dormire. La domanda "Chi è costui?" non è solo dei discepoli, ma è nostra. Ogni giorno siamo chiamati a rispondere: Gesù è il Signore, colui che ha autorità su ogni aspetto della nostra vita. Confidiamo in Lui, anche nelle tempeste!

              Il commento di teologi e psicologi

Questo brano ci sfida a riflettere sulla nostra fede e ci invita ad approfondire i racconti biblici anche da diverse prospettive, teologiche e psicologiche.

Diversi teologi hanno commentato l’episodio della tempesta: 

- Rudolf Bultmann (esegeta e teologo protestante): vede questo episodio come un esempio della proclamazione kerygmatica della potenza di Cristo. Secondo lui, il racconto non è solo storico, ma un’espressione simbolica della vittoria di Cristo sul caos e sulle forze distruttive.

- Nicolas Thomas Wright (vescovo anglicano e teologo inglese): interpreta la tempesta sedata come una dimostrazione della signoria di Gesù, che agisce con l'autorità stessa di Dio. Vede nel timore dei discepoli un'indicazione del loro bisogno di comprendere più profondamente chi sia veramente Gesù. 

- Karl Barth (teologo protestante svizzero): sottolinea come l'episodio mostri l'umanità e la divinità di Cristo insieme. La paura dei discepoli è vista come un riflesso della condizione umana di fronte al mistero di Dio.

Dal punto di vista psicologico, il commento all’episodio della tempesta si può desumere dal loro pensiero:

-  Carl Gustav Jung (psichiatra e psicanalista svizzero): avrebbe potuto interpretare l'episodio in chiave simbolica, vedendo la tempesta come un'archetipo delle crisi interiori dell'uomo e Gesù come l'elemento di equilibrio e armonia psichica.

- Viktor Frankl (neurologo e psichiatra austriaco): pur non commentando direttamente questo passo, il suo concetto di “significato nella sofferenza” potrebbe applicarsi qui: i discepoli affrontano la paura e il dubbio, ma attraverso questa crisi scoprono un senso più profondo della fede.

 

 

                                                                                                                               Aldo Palladino

 



(1) Altre parabole del regno di Dio sono: ·  La parabola della zizzania (Matteo 13,24-30), ·  La parabola del lievito (Matteo 13,33; Luca 13,20-21), ·  La parabola del tesoro nascosto (Matteo 13,44), ·  La parabola della perla preziosa (Matteo 13,45-46), ·  La parabola della rete (Matteo 13,47-50)