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sabato 29 gennaio 2011

Matteo 5:1-12
Le Beatitudini

di Aldo Palladino

Il testo biblico
  1 Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si
     accostarono   a lui,
  2 ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
  3 «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
  4 Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
  5 Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
  6 Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
  7 Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
  8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
  9 Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
11 Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di
    voi ogni sorta di male per causa mia.
12 Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.

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Un'introduzione al Sermone sul monte
Questo brano del vangelo di Matteo è la parte introduttiva del cosiddetto Sermone sul monte (capitoli 5-7), che l'evangelista Luca colloca "in un luogo pianeggiante" (Lc. 6:17). Matteo non disdegna l'idea del monte come luogo di insegnamento o di rivelazione, poiché esso ha sempre rappresentato il luogo degli incontri di Dio con gli uomini (Es. 19:20; I Re 19:8 ss., Is. 24:23).
A differenza di Luca, il riferimento al "monte" deve essere inteso in Matteo in chiave teologica, non un mero riferimento topografico, perché l'autorità di Gesù merita una collocazione su un monte al pari e più delle grandi figure del passato. Tra le montagne memorabili c'è il Sinai, montagna per eccellenza, dove Mosè ha ricevuto le tavole della Legge; molti eventi memorabili della storia di Israele o della vita di Gesù sono avvenuti su monti famosi (Moria, Carmelo, Sion, Nebo, Hermon, Tabor, Calvario, Monte degli Ulivi, ecc.).
I discorsi di Gesù, che costituiscono il Sermone sul monte, rappresentano il programma etico del Regno e mostrano una stessa unità di pensiero sia in Matteo sia in Luca, ancorchè Matteo abbia lo scopo di dichiarare che Gesù è il Messia atteso dal popolo ebreo e Luca di dimostrare che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini. Inoltre, Matteo è rivolto a discepoli che avevano bisogno di un insegnamento basilare ed anche profondo, mentre Luca è diretto a persone del popolo che avevano bisogno di essere evangelizzate.
Anche noi siamo destinatari di quel messaggio. Per questo dobbiamo accogliere il Sermone sul monte e metterci all'ascolto della Parola di Dio, che vuole ammaestrarci per fare di noi dei discepoli disposti a vivere il dono della vita nuova che ci viene offerto per grazia.
Il Sermone sul monte, presentato sovente come Magna Charta del cristiano o un codice di vita o un programma da rispettare, non è un'altra legge da rispettare, come quella di Mosé, perché se così fosse sarebbe la dichiarazione del fallimento dell'uomo, che a causa del peccato manifesta continuamente i suoi limiti, nonostante gli alti traguardi raggiunti nella conoscenza, nella scienza, nella tecnologia.
Il punto da cui partire per comprendere il Sermone sul monte è che la beatitudine/felicità non è una conquista dell'uomo, ma è un dono di Dio . Non dipende da ciò che si ha o si può fare, ma da ciò che si è, dalla posizione in cui il Signore ci pone quando lo accogliamo come nostro Maestro e nostro Salvatore, stabilendo con Lui una relazione forte, solida, che è aiuto e consolazione nei tempi difficili della nostra esistenza. La vita di Dio in noi si vede da come sapremo lasciare agire lo Spirito di Dio in noi e nella misura in cui ci saremo arresi a Lui senza condizioni permettendo che noi, suoi discepoli, somigliamo al divino Maestro. 
Col Sermone sul monte viene capovolto il nostro modo di pensare. La mentalità corrente afferma che la felicità, la beatitudine dipende dal possesso di ricchezza, dall'avere fama e successo, dal prestigio sociale. La Parola di Dio afferma l'esatto contrario.
Nel libro del profeta Isaia è scritto: "Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice il Signore" (55:8). Dio è altro da noi. La sua alterità ci sorprende sempre, di nuovo, e il suo agire non è secondo la logica umana.

Beati
Nel nostro brano, la parola beati è citata 11 volte; nel Nuovo Testamento 50 volte, di cui 13 in Matteo, 15 in Luca, 7 in Paolo e 7 nell'Apocalisse.
Nel mondo greco il termine significava originariamente l'essere liberi dalle preoccupazioni quotidiane, poi assunse il significato di "felice". Nella LXX, beati (in greco, makarios, che traduce l'ebraico 'ashré=beato colui che) indica augurio e felicità.
Secondo A. Chouraqui, "il termine evoca la rettitudine dell'uomo in cammino su una strada che va diritto verso IHVH". Egli traduce infatti "beato" come "colui che è in cammino".
Altri interpretano 'ashré come colui che ha una condotta di vita integra perché si fa guidare dai comandamenti di Dio e non li trasgredisce.
'Ashré è colui che cerca una sapienza basata non su se stesso ma sulla giustizia divina che è rivelata nella Torah.
Il termine ha anche una dimensione escatologica.

Le otto beatitudini

1)"Beati i poveri in spirito"
Chi sono i poveri di/in spirito? Non sono i poveri nel senso economico della parola, perché la povertà di cui qui si parla è riferita sia ai ricchi che ai poveri. Poveri nello spirito, persone bisognose, misere perché povere nell'interiore del proprio cuore, nel loro rapporto con Dio e con il prossimo.
L'ambiente in cui viviamo valorizza l'esteriorità, l'immagine, l'apparire, il bel corpo. Ma la Parola di Dio insegna che l'uomo deve nutrire il suo cuore, la sua interiorità, perché la bellezza interiore si riflette nelle relazioni che intessiamo nella nostra vita.
Poveri di/in spirito sono coloro che non si ritengono autosufficienti, che hanno bisogno dell'aiuto di Dio e del prossimo, che ricevono con allegrezza la salvezza di Dio non come una personale conquista o come un diritto, ma come un dono.
Il Regno dei cieli è Cristo che viene a donare la sua vita e il suo amore, per insegnare la condivisione, la solidarietà, la libertà e la felicità. È un nuovo modo di vivere fondato sulla misericordia e la compassione, che hanno lo scopo di procacciare la felicità laddove c'è dolore e sofferenza.
Il Regno dei cieli è chiuso a quelli che credono di essere degni di appartenervi, a coloro che pensano di avere le forze per conquistarlo con le loro opere meritorie, a coloro che dichiarano di non averne bisogno. È, invece, per coloro che dichiarano la propria povertà spirituale, che confessano la loro vita di peccato e invocano il perdono di Dio.
Il Regno dei cieli è l'irruzione nella nostra umanità di un capovolgimento di situazioni. I pubblicani, le prostitute, i poveri, i diseredati, gli ultimi precederanno le persone "pie" nel Regno di Dio (Mt. 21:31).

2) "Beati gli afflitti"
Questa beatitudine non è un invito alla sofferenza, perché il Signore vuole la felicità di tutti e non considera la sofferenza un fatto meritorio per la salvezza.
Gli afflitti sono coloro che fanno l'esperienza del dolore e di ogni forma di afflizione nel corso della vita. La loro felicità sta nel fatto di avere la consapevolezza che la sofferenza è congenita nella vita, che accade non perché abbiamo commesso qualcosa di male (come dicevano gli amici di Giobbe) né perché è un passaggio necessario alla nostra santità. Accade perché la vita, nella sua complessità, produce afflizione. La produce la sua dimensione mortale, ma la producono anche gli uomini, che sono capaci di fare il male, di seminare ingiustizia e morte.
I discepoli afflitti sanno accettare la sofferenza perché sanno di avere ogni consolazione e gioia nel Signore.

3) "Beati i mansueti"       
I mansueti sono letteralmente coloro che sono "abituati alla mano", cioè ad essere condotti per mano senza opporre resistenza. Sono quelli che si lasciano guidare, come bambini guidati dalla mano dei genitori. I mansueti sono persone miti, pacifiche, docili, pazienti, persone senza collera. La mansuetudine è frutto dello Spirito Santo (Gal. 5.22). La mitezza si rivela esteriormente, ma ha sede nell'interiorità del cuore dell'uomo che dimora in Dio.
Ai mansueti è assegnata la terra in eredità. Oggi gli uomini si accaparrano la terra e le loro risorse con violenza. Al contrario, chi possiederà realmente la terra saranno i mansueti. La terra viene data e ricevuta come dono di Dio.

4) "Beati gli affamati e assetati di giustizia"
La fame e la sete sono per una gran parte dell'umanità un vero flagello ancora oggi. Questo avviene perché alla radice il vero problema è la mancanza di giustizia. Gesù dichiara beati gli affamati e assetati di giustizia. L'accezione è fortemente spirituale oltre che materiale. Per il cristiano è una questione di coerenza, di conformità della propria fede al modello della giustizia divina. Si tratta di rendere la nostra vita sempre più conforme alla vita di Gesù Cristo attraverso una vita di progressiva santificazione, in ambito personale e sociale. Gesù disse:"Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più" (6:33).

5) "Beati i misericordiosi"
Sappiamo dalla Scrittura che il misericordioso è Dio che in Gesù Cristo ha avuto compassione di tutti noi e ci ha perdonato. Ma in questo testo la misericordia è riferita all'uomo, chiamato ad essere compassionevole, pietoso, pieno di benignità e grazia verso il prossimo. Chi ha ricevuto misericordia, perdono e clemenza da parte di Dio non può che fare altrettanto a sua volta verso chi è in uno stato di bisogno spirituale e materiale. La logica che sottende a ogni comportamento cristiano è quella della responsabilità gratuita, anche per il fatto che il discepolo di Gesù è chiamato a "restituire" ciò che ha ricevuto dalla ricchezza dell'amore di Dio.
La promessa di Gesù per i misericordiosi è che Dio userà misericordia verso di loro. L'aiuto di Dio ai misericordiosi procura felicità, perché "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At. 20:35).

6) "Beati i puri di cuore"
Chi sono i puri di cuore? Sono coloro che hanno un cuore chiaro, limpido, indiviso, che cercano e amano Dio  con tutto il loro cuore. Sono persone rivolte verso Dio e verso il prossimo con un'integrità che nasce dalla purezza del loro cuore. Persone pulite, moralmente pure, immacolate, nette nell'interiorità.
La promessa per loro è che vedranno Dio. Questa dimensione escatologica non ha valore solo alla fine dei tempi. Dio si manifesta anche oggi ai puri di cuore attraverso quei segni del suo amore che fa vedere ogni giorno la trasformazione che si ha nella propria vita e nel cuore di chi ricerca la sua presenza e adegua la propria vita all'esempio di Gesù.

7) "Beati i costruttori di pace"
Chi si adopera per produrre, compiere, determinare, far nascere la pace è un costruttore di pace. Non sono persone che vogliono stare in pace, in disparte e separati da tutti per pensare solo a se stessi e alla proria tranquillità. Anzi, i costruttori di pace sono gli attivisti e gli impegnati a favorire e realizzare la pace. Sono coloro che lavorano per sedare i conflitti tra le persone e, se possibile, anche tra i popoli. Ma caratteristica principale di chi si adopera per la pace è che egli stesso viva in pace con se stesso e abbia pace nel suo cuore, altrimenti essere costruttore di pace diventa un lavoro come un altro e non più una missione, una vocazione, un servizio che si rende per il bene di tutti.
I costruttori di pace devono accompagnare con l'esempio della propria vita la loro opera di pacificazione. In particolare, il cristiano deve essere uomo di pace, che insegna a vivere in pace, a non rendere male per male, a vivere in armonia e concordia con tutti senza cedere all'ira e a sentimenti di vendetta. Egli vince il male con il bene (Rm. 12:17-21).
La promessa per i costruttori di pace è che saranno chiamati figli di Dio.

8) "Beati i perseguitati per motivo di giustizia"
Qui i perseguitati per motivo di giustizia sono coloro che hanno ricevuto opposizioni e maltrattamenti  per la fedeltà al Vangelo. Lo si deduce dal v. 11, che è un'esplicitazione dell'ottava beatitudine, in cui Gesù specifica "vi insulteranno e vi perseguiteranno… per causa mia". Beatitudine cristologica, in cui Gesù è la causa per cui si è perseguitati.
Gesù disse: "Se il mondo vi odia… è perché non siete del mondo. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv. 15:18-20). Il cristiano non cerca la persecuzione con atteggiamenti fanatici, compromettenti, ma deve sapere che la malvagità nel mondo è sempre presente ed attiva e che molti rifiutano la luce e la combattono per giustificare le proprie opere malvagie.
Al discepolo perseguitato per la sua fede nel Signore è promesso il Regno dei cieli.

Nelle otto beatitudini, è presente la tensione tra presente e futuro, tra il "già" e il "non ancora".
Il cristiano non è l'essere perfetto che desidereremmo che fosse, non sempre agisce giustamente, rettamente e con coerenza alla volontà del Signore. Su questa terra non c'è la perfezione. Tuttavia, a differenza dell'uomo non convertito che ritiene di essere nel giusto anche quando sbaglia, egli riconosce il proprio errore, le proprie azioni sbagliate, e sa di essere in cammino in direzione verso il Signore. Ciò lo differenzia dalla mentalità corrente.
Le promesse fatte da Gesù sono per i suoi discepoli e per quanti sperano e credono in Lui.

                                                                                             Aldo Palladino

giovedì 20 gennaio 2011

Matteo 4,12-23

 

Inizio del ministero di Gesù
e chiamata dei primi discepoli

 

Note esegetiche e omiletiche

 

a cura del Past. Luca Maria Negro
 

Il testo biblico

12 Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea.

13 E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali,

14 affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia:

15 «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani,  

16 il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata».

17 Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

18 Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori.

19 E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini».

20 Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono.

21 Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò.

22 Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.

23 Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo.

 

 

Commento esegetico

 

v. 12

 "Udito che": i Vangeli sinottici fanno iniziare il ministero di Gesù dopo che è terminato quello di Giovanni, mentre il quarto Vangelo (cfr. 3,24) lascia intendere un periodo di ministero simultaneo.

"Era stato messo in prigione": letteralmente "era stato consegnato" (paredòthe), termine che è tipico degli annunci della passione (17,22; 20,18; 26,2). Il verbo al passivo è probabilmente un passivo divino: "La passione di Gesù obbedisce al piano di salvezza di Dio, come pure l'arresto di Giovanni" (Hare 44); Gesù comincia la sua attività pubblica nel momento in cui Dio mette fine a quella di Giovanni (Bonnard 47).

"Si ritirò": si potrebbe intendere come "si rifugiò" (cfr.2,14.22, fuga in Egitto e ritiro in Galilea piuttosto che a Betlemme). "La decisione di Gesù di fare della regione della Galilea e del lago di Genezareth il luogo della sua attività, ha visto opposizione nei circoli degli ebrei pii, soprattutto in Giudea e a Gerusalemme" (Grundmann 105); tracce di questa opposizione sono visibili in particolare nel Vangelo di Giovanni (1,46; 7,3-5.41-42.52). La Galilea era malvista per vari motivi: terra semi-pagana in cui la Torà non è presa sul serio, regione di teste calde da cui era nato il movimento zelota (cfr. Flavio Giuseppe).

 

v. 13

"Lasciata Nazaret": Gesù abbandona la sua "patria" (13,54) e si trasferisce a Cafarnao, città di frontiera tra gli stati di Filippo e di Erode Antipa, e che diventerà la "sua" città (9,1). Matteo è l'unico ad esplicitare che Gesù si trasferisce a Cafarnao, ma non spiega il perché; sui burrascosi rapporti con i nazareni sappiamo da Luca 4. I dettagli geografici del v. 13 sono destinati a introdurre la citazione dell'Antico Testamento; al tempo stesso sottolineano il carattere "misto" e di confine della regione in cui Gesù opera: sulla via del mare (di Galilea, anche se in Isaia la via maris si riferiva al Mediterraneo); ai "confini" (ma potrebbe significare semplicemente "nel territorio") di Zabulon e Neftali, tribù deportate in Assiria al tempo di Isaia; la "Galilea delle genti" (Galilaìa ton ethnòn; in ebraico: Ghelil ha-gojim, letteralmente curva delle genti).

 

v. 14

Secondo il procedimento tipico di Matteo, il fatto viene spiegato alla luce della citazione biblica che segue.

 

v. 15-16

La citazione di Isaia 8,23 – 9,1 non corrisponde esattamente né al testo masoretico né alla traduzione dei Settanta. In particolare, il popolo che "camminava" nelle tenebre diventa in Mt un popolo che "giaceva", "sedeva" nelle tenebre (o laòs o kathémenos en skotìa) – possibile allusione alla situazione spirituale del popolo. Il verbo non è al futuro, come nei LXX ("una luce brillerà per voi") ma al passato, come in ebraico. "E' la luce del Messia (lumen Christi): la semplice venuta di Gesù in Galilea, il suo passaggio per fare il bene, la sua visita che risana, sono una 'luce grande' per tutto il 'popolo' (termine che, in Matteo e nei LXX indica usualmente il popolo ebraico) ma anche per le 'genti'" (Mello 96-7).

Si può notare qui il carattere al tempo stesso ebraico e universalista di Matteo: il popolo ebraico e le "genti" sono presenti all'orizzonte di Gesù sin dall'inizio del suo ministero (anzi sin dalla nascita: cfr. i magi). "Il ministero di Gesù si rivolge in primo luogo alle pecore perdute della casa d'Israele (10,6; 15,24) ma in un contatto intimo e profetico con i pagani" (Bonnard 48).

 

v. 17

"Cominciò a predicare": il biblista ebreo André Chouraqui preferisce tradurre con "gridare" (dalla radice ebraica qara) e nota che "la stessa radice si trova in arabo, dove significa 'gridare, declamare, proclamare', in particolare nel Corano dove è essenzialmente il grido di Allah , ripreso dalla voce di Muhammad" (Chouraqui 84).

Il contenuto del messaggio è identico a quello del Battista (3,2). "La differenza qui non è nel messaggio ma in colui che lo proclama: il futuro diventa un presente. Nella persona di Gesù il regno ha fatto irruzione nel mondo. Si tratta dell'oggi di Dio. Quando Dio parla, nessun ritardo è permesso" (de Diétrich 28).

"Ravvedetevi": Chouraqui traduce "Fate ritorno": più che di penitenza, si tratta di un ritorno di tutto l'essere a D-o e alla sua Torà" (Chouraqui 84).

"Il regno dei cieli è vicino": letteralmente "si è avvicinato il regno dei cieli". L'espressione "indica un evento che ha già avuto luogo nel tempo, e i cui effetti perdurano" (Mello 97). L'espressione "regno dei cieli" è un semitismo tipico di Matteo (ebraico: malkut ha-shamajim), una metafora per evitare di pronunciare il nome divino; al tempo stesso l'espressione indica che Dio "esercita un dominio che si contrappone ai regni 'della terra' o del 'mondo' (4,8)… Vuol dire che Dio regna, e regna efficacemente nella storia, non sulle nubi" (Mello 97).

 

v. 18-22

Suzanne de Diétrich prosegue così il suo commento ("nessun ritardo è permesso…"): "E' ciò che attesta, magnificamente, la vocazione dei primi discepoli. Alla sola parola del maestro essi lasciano tutto, il loro mestiere, la loro famiglia" (de Diétrich 28). Nel testo greco la parola "subito" (euthéos) è in posizione enfatica, sia al v. 20 che al v. 22 (non: "lasciate subito le reti" ma "subito lasciando le reti", "subito lasciando la barca"). "Riteniamo questo subito che caratterizza, per tutti i tempi, l'obbedienza della fede" (de Diétrich 28).

In effetti il racconto della vocazione in Matteo (ripreso con pochi cambiamenti da Marco) è diverso da Luca e Giovanni, dove la chiamata è in qualche modo "preparata" (Luca colloca la guarigione della suocera di Pietro prima del racconto della vocazione; in Giovanni Andrea viene convinto a seguire Gesù da Giovanni il Battista e a sua volta persuade suo fratello). In Matteo "non c'è alcun tentativo di preparazione in vista dell'avvenimento…. Gesù chiama con autorità irresistibile… Nel perentorio 'Seguimi!' è implicita una profonda percezione teologica, formulata dal quarto vangelo in Giov. 15,16: 'Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi'… In tutta la nostra ricerca, siamo stati cercati. Colui che abbiamo scelto è colui che ci ha scelto per primo" (Hare 46).

Pescatori di uomini: "L'immagine utilizzata da Gesù è suggestiva: non si tratta più di tirar fuori dei pesci dalle profondità del mare, ma di tirar fuori degli uomini dagli abissi del peccato e della morte, di prenderli nella grande rete di Dio!" (de Diétrich, ibidem). E' un immagine che va fatta risalire a Gesù stesso, anche se compare in Ger. 16,16, ma in un senso negativo.

La rete che Pietro e Andrea stanno gettando al momento della chiamata è un amfìblestron, piccola rete che viene gettata con entrambe le mani e subito ritirata. Alcuni commentatori hanno visto in questo tipo di rete "l'immagine della rapidità e dell'autorità con cui la parola di Gesù, e poi quella degli apostoli, raccoglierà gli uomini per il regno; la punta sarebbe la seguente: voi sarete altrettanto abili e efficaci come pescatori di uomini" (Bonnard 50).

E' interessante notare che la chiamata di Gesù sia in un certo senso "collettiva", nel senso che si rivolge qui a due coppie di fratelli (il che non esclude chiamate individuali, ovviamente, come quella di Matteo, 9,9). Gesù chiama a due a due, e a due a due manda in missione (in Marco 6,7, dettaglio però omesso da Matteo; cfr. comunque Mt 21,1).

 

v. 23

Gesù percorre "tutta la Galilea". La sua itineranza costituisce un aspetto importante del suo ministero: "il suo scopo non è di fare qualche passo con un piccolo gruppo di discepoli, come i rabbini, né di raccogliere dei puri nel deserto come il Maestro degli Esseni; egli intende rivolgersi a tutto il suo popolo in tutto il paese" (Bonnard 51). Il sommario dell'attività di Gesù – con l'ordine 1) insegnamento, 2) evangelizzazione, 3) guarigione (didàskonkerùssontherapeùon) riflette una preoccupazione tipicamente matteana: "Per Matteo, l'insegnamento di Gesù è molto più importante dei suoi miracoli. In realtà ha precedenza persino sulla predicazione dell'evangelo del regno. Il primo vangelo non è tanto un manuale di evangelizzazione, quanto piuttosto un trattato sulla vita della chiesa. Matteo è profondamente preoccupato dello stato di confusione della chiesa… Per il benessere della chiesa si deve dare l'enfasi principale all'insegnamento di Gesù sulla vita nel regno" (Hare 47).

Chouraqui continua a proporre qui una traduzione originale: "Egli grida l'annuncio del regno": "L'annuncio traduce meglio l'ebraico bessora, piuttosto che il termine 'evangelo' il cui senso è diventato restrittivo" (Chouraqui 87).

 

Piste per la predicazione

a)    Centrando la predicazione sui vv. 12-17 si potrebbe fare una riflessione sulla scelta della "Galilea delle genti" da parte di Gesù. Di fronte a Gesù stavano tre possibilità: avrebbe potuto continuare la predicazione di Giovanni il Battista nel deserto (o fondare una comunità monastica come quella di Qumran); avrebbe potuto partire dal "centro" del potere politico e religioso, cioè Gerusalemme; e invece Gesù sceglie una terza opzione, quella di una terra di confine, una periferia, una frontiera… Gesù sceglie di parlare alle pecore perdute d'Israele e al tempo stesso prefigura la missione ai pagani. Anche oggi le nostre chiese sono tentate dalla scelta del "deserto" (rinchiudersi in se stesse come isole felici fuori dal mondo) e da quella di "partire dal centro" (ad esempio privilegiando una presenza culturale ad alto livello e trascurando il servizio agli ultimi). Siamo invece chiamati a "predicare in Galilea", a fare delle nostre chiese non templi gerosolimitani né monasteri nel deserto ma delle "Capernaum", città aperte, sul mare e sui confini.

b)    Centrando la predicazione sulla vocazione dei primi discepoli, la scelta più classica è quella di predicare a) sull'autorità con cui Gesù chiama, b) sulla prontezza con cui il credente è chiamato a rispondere, c) sull'efficacia che è promessa alla nostra missione se, come Pietro e suo fratello, siamo capaci di gettare l'amfìblestron con la stessa prontezza del gesto dei pescatori galilei…

c)    Una terza opzione, sempre sui vv. 18-22, potrebbe essere quella di riflettere sulle circostanze della chiamata: a) il carattere comunitario della chiamata (a due a due; non siamo dei guerrieri solitari ma chiamati ad essere una "squadra" al servizio dell'evangelo del regno); b) il carattere "laico" della chiamata (che non avviene in un luogo sacro ma in uno spazio laico, quotidiano, là dove la gente vive e lavora; le stesse parole di Gesù sono profondamente "laiche" – non dice ai fratelli vi farò diventare santi o sacerdoti o maestri, ma "pescatori di uomini" che mettono le loro capacità "piscatorie" [non in senso papale!] al servizio del Regno dei cieli); c) una chiamata che viene rivolta al centro della vita (dei giovani nel pieno della loro attività professionale; cfr. la riflessione di Bonhoeffer sul fatto che "Dio non è un tappabuchi; Dio non deve essere riconosciuto solamente ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita" (Bonhoeffer 382-3).

 

Luca Maria Negro

 

Bibliografia

  • Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, edizioni Qiqajon, Comunità di Bosé, Magnano 1995.
  • Suzanne de Diétrich, Mais moi je vous dis. Commentaire de l'Evangile de Mathieu, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel 1965.
  • Pierre Bonnard, L'Evangile selon Saint Matthieu, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel 1970.
  • Douglas R. A. Hare, Matteo, Claudiana, Torino 1993.
  • André Chouraqui, Matyah (L'Evangile selon Matthieu), Paris, Jean-Claude Lattès 1992.
  • Walter Grundmann, Das Evangelium nach Matthäus, Evangelische Verlagsanstalt Berlin 1981.
  • Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Cinisello Balsamo, Paoline 1988.

venerdì 14 gennaio 2011


Giovanni 1: 29-42

 

Gesù e i primi discepoli

 

 

Predicazione di Aldo Palladino

 

Chiesa Valdese

Via T. Villa 71 - Torino

Domenica, 16 gennaio 2011

 

Il testo biblico

29 Il giorno seguente, Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: «Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! 30 Questi è colui del quale dicevo: "Dopo di me viene un uomo che mi ha preceduto, perché egli era prima di me". 31 Io non lo conoscevo; ma appunto perché egli sia manifestato a Israele, io sono venuto a battezzare in acqua». 32 Giovanni rese testimonianza, dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha mandato a battezzare in acqua, mi ha detto: "Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo". 34 E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio».

35 Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli; 36 e fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: «Ecco l'Agnello di Dio!» 37 I suoi due discepoli, avendolo udito parlare, seguirono Gesù. 38 Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano, domandò loro: «Che cercate?» Ed essi gli dissero: «Rabbì (che, tradotto, vuol dire Maestro), dove abiti?» 39 Egli rispose loro: «Venite e vedrete». Essi dunque andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora.                                      

40 Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù. 41 Egli per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (che, tradotto, vuol dire Cristo); 42 e lo condusse da Gesù. Gesù lo guardò e disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa» (che si traduce «Pietro»).

 

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Alcune notizie sul Vangelo di Giovanni

Leggendo questo Vangelo ci imbattiamo nella esplicita ed aperta dichiarazione dello scopo per cui esso è stato scritto: "Queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (20:31). Vangelo destinato, dunque, a proclamare chi è Gesù e convincere i lettori perché occorre credere che Gesù è il rivelatore di Dio.

Anche i Sinottici, Matteo, Marco e Luca, coi quali il Vangelo di Giovanni ha somiglianze ed anche notevoli differenze, hanno la stessa finalità. Tuttavia, è importante sottolineare che tanto i Sinottici quanto Giovanni non danno la cronologia dei fatti narrati, ma intendono evidenziare il loro significato spirituale.

 

Incontri

Questo brano è il resoconto secondo l'evangelista Giovanni dei primi incontri di Gesù, all'inizio della sua attività missionaria, prima con il Battista, poi con due discepoli e Cefa.

 

a)   Con Giovanni Battista

L'incontro con il Battista ci sorprende per alcune espressioni che Giovanni Battista usa per indicare la persona di Gesù. Una prima volta afferma: "Io battezzo con acqua; tra di voi è presente uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari"! (26-27). Un altro giorno, il testo ci riferisce che Giovanni Battista "vide Gesù che veniva verso di lui e disse: "Ecco l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (30). E la sua testimonianza è che Gesù è il Figlio di Dio" (34).

"Il giorno seguente" (35), che è il terzo giorno (35-36) della narrazione, Giovanni Battista, alla presenza di due suoi discepoli, vedendo nuovamente passare Gesù, disse ancora una volta: "Ecco l'Agnello di Dio!" (36).

Il Battista passa, dunque, da un'affermazione generica ("tra di voi è presente uno che voi non conoscete…io non lo conoscevo") a una testimonianza di chiara identificazione ("Ecco l'Agnello di Dio…il Figlio di Dio").

Abbiamo così l'evoluzione dell'identità di Gesù, che da "figlio del falegname" (Mt.13:55), come era inizialmente conosciuto dai suoi conterranei, diventa Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, col significato intrinseco di servo (Is.53), liberatore e salvatore del popolo d'Israele dalla schiavitù d'Egitto nonché salvatore che prende su di sé il peccato del mondo, poi Messia e, infine, Figlio di Dio. Nessuno poteva conoscerlo come Messia, neanche il Battista, finché questi non ebbe visto lo Spirito Santo scendere su di lui come una colomba (22).                                                                   

L'incontro con Gesù rappresenta per Giovanni Battista il passaggio delle consegne. Lui, ultimo dei profeti, è la fine dell'epoca del profetismo biblico, che nella società del tempo ha smosso le coscienze con annunci di giudizio e di salvezza, di appelli al ravvedimento. Ma il Battista è colui che indica il nuovo che è apparso sulla scena di questo mondo, il Messia preannunciato, promesso ed ora giunto tra gli uomini.

Il Battista riconosce di essere solo una voce di uno che grida nel deserto. Il suo ministero è per preparare i cuori all'arrivo di Gesù, per chiamare alla conversione e alla fede in Dio attraverso il battesimo d'acqua. Dopo di lui c'è, però, Colui che battezza con lo Spirito Santo.

 

b)   Con due discepoli

L'incontro di Gesù con i suoi due primi discepoli è raccontato dall'evangelo di Giovanni in modo differente da Matteo e Marco. Questi collocano il primo incontro e la chiamata sulle rive del mar di Galilea, cioè a nord, mentre Giovanni racconta che l'incontro è avvenuto nei pressi del fiume Giordano, a sud, in Giudea, chiamata sua patria (Gv. 4:44; Mc. 6:4). Bisogna, dunque, non essere legati al significato letterale del testo, che potrebbe essere differente da un vangelo all'altro, ma è importante capire l'insegnamento spirituale che il testo vuole trasmetterci.

I due discepoli in Giovanni sono inizialmente dei seguaci del Battista. Avevano udito la sua predicazione, forte, coinvolgente, che era un richiamo al cambiamento personale in un paese corrotto, che aveva abbandonato Dio ovvero che seguiva tradizioni religiose, formali, un paese convinto di poter seguire la legge di Mosè in tutte le sue prescrizioni e, di conseguenza, di fare la volontà di Dio. Il Battista era straordinario nel denunciare l'ipocrisia e la perversione del cuore dell'uomo. Le folle del paese attorno al Giordano accorrevano a lui (Mt.3:5), e intorno a lui si era raccolto un certo numero di discepoli. Ma quando egli additò Gesù come Agnello di Dio e Figlio di Dio e dopo aver udito predicare Gesù, due discepoli del Battista si staccarono da lui e si misero a seguire Gesù.

Nei Vangeli Sinottici è Gesù che chiama degli uomini, dei pescatori a diventare pescatori di uomini (Mt. 4:19, Mc. 1:17). In Giovanni invece sono due uomini che vanno a Gesù.

 

Che cercate?

La domanda di Gesù rivolta a questi due personaggi è come una freccia che centra il bersaglio. "Che cercate?" o "perché mi seguite?" o qualsiasi altra domanda del genere ci induce a chiarire in noi stessi le motivazioni che determinano certe nostre scelte.

Penso che molti di noi conoscono storie di conversioni straordinarie, sconvolgenti, o tranquille, normali, e ognuno di noi può raccontare come si è  avvicinato al Signore e perché ha aderito alla Chiesa Valdese piuttosto che ad un'altra chiesa e confessione cristiana.

Il fatto è che la predicazione dell'evangelo non lascia indifferenti nessuno. Una buona notizia è sempre ben accetta, ma l'evangelo è la buona notizia per eccellenza che viene incontro a ciascuno di noi e parla ad ognuno di noi rispondendo ai bisogni più profondi della nostra anima e delle nostre situazioni. L'evangelo è per tutti, per i poveri, per i ricchi, per le donne, i bambini, per i lebbrosi, i malati, per chi è nel lutto e nel dolore, per gente di ogni popolo e nazione, senza distinzione di colore. E quella parola parla al cuore e alla mente di ognuno, a tutte le latitudini. È scritto :"La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4:12).

Lo Spirito Santo alimenta in noi quella parola che, come un seme, mette le radici per produrre il suo frutto nella nostra vita.

Io credo che la scuola di Giovanni battista prima e poi la predicazione di Gesù abbia prodotto nei due discepoli il desiderio di sapere di più di Gesù.

 

Venite e vedrete

Alla domanda di Gesù: "Che cercate?", Andrea e l'altro discepolo (probabilmente Giovanni, il discepolo che Gesù amava) rispondono a loro volta con una domanda "Rabbì (Maestro), dove abiti?" (38), che svela il loro desiderio di conoscere dove e come vive il Maestro. L'attrazione di Gesù e del suo messaggio si unisce alla curiosità di sapere di più della sua vita quotidiana: come trascorre il suo tempo, dove mangia, dove dorme, chi incontra, come si comporta. E Gesù non si sottrae a questo loro desiderio. La sua risposta è: "Venite e vedrete", come dire: "Venite e vi renderete conto personalmente".

In effetti, noi tutti sappiamo che se vuoi conoscere bene qualcuno, come si suol dire, "ci devi mangiare e bere".

Il nostro testo ci dice che "essi dunque, andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno" (39). Andarono, videro e dimorarono.

 

c)    Con Cefa

Dopo quell'incontro i due giovani non sono più gli stessi. Essi sentono un forte appello a testimoniare ad altri l'esperienza vissuta. La prima testimonianza è in ambito familiare: Andrea racconta a suo fratello Simone ogni cosa e dice: "Abbiamo trovato il Messia, il Cristo". Poi lo conduce da Gesù e da questo incontro Simone uscì con un nuovo nome: "Cefa, che si traduce Pietro" (42). "Pietro" significa "roccia" e rappresenta la roccia della fede. Pietro, al pari di tutti gli altri discepoli, ebbe momenti di debolezza, di paura e di smarrimento, tuttavia egli resta un forte testimone del Signore. 

 

Essere discepoli oggi

Il potere di attrazione di Gesù è notevole per tutti. Il suo messaggio e la sua vita hanno una profondità e un'altezza irraggiungibili, eppure la sua predicazione e il suo esempio stanno lì a indicarci qual è il senso e lo scopo della nostra vita, a impegnarci a dare le giuste priorità alle nostre scelte seguendo le indicazioni del Maestro.

Essere suoi discepoli oggi significa "prendere la sua croce" (Lc. 14:26)su di noi, assumersi il peso e il rischio della missione e lavorare per l'avanzamento del suo Regno in una società ingiusta, dove la cultura e il pensiero dominante hanno il potere di anestetizzare le coscienze e togliere ogni capacità di reazione critica di fronte all'ignoranza e alla stupidità diffusa, dinanzi alla povertà, all'illegalità, allo sfruttamento e alla schiavizzazione di donne e bambini, dinanzi alla violenza. 

Essere suoi discepoli oggi vuol dire avere il coraggio di schierarsi dalla parte del diritto e denunciare pacificamente soprusi e malefatte, lottare per valorizzare la dignità e il rispetto della persona, per la libertà.

Dunque, essere discepoli, significa cambiamento, adesione schierarsi, scegliere. Significa sequela, vincolo a Cristo, perché non c'è sequela se non c'è Gesù Cristo, come non c'è cristianesimo senza Cristo (D.Bonhoeffer in Sequela, Queriniana, pag.45).

Il Signore ci dia il coraggio di vivere il suo Vangelo con coerenza e fedeltà nella quotidiana ordinarietà della nostra vita. Sono convinto che il cambiamento di questa società, nonostante la ricchezza del pensiero umano e tutti gli sforzi dell'uomo per renderla più giusta, possa essere realizzato se fondato sul progetto di redenzione di Cristo Gesù, sulla potenza del suo messaggio di grazia e di misericordia per tutta l'umanità. La vera pace, la vera giustizia e la vera libertà, discendono da Lui. Ogni valore fondativo dell'umana convivenza deriva da Lui, perché al centro del pensiero del Signore c'è l'amore di Dio per la sua creatura, il perseguimento di ogni bene per tutti, nessuno escluso.
Il "regno di Dio" è giunto fino a noi nella persona di Cristo Gesù.
Noi tutti siamo chiamati a diffonderlo tra noi, in questo mondo, in questo tempo.

 

Aldo Palladino